Home Notizie Archivio Ricerca, valutazione, prospettive europee L’esperienza di valutazione del 7° programma quadro: alcune indicazioni utili per tutti

L’esperienza di valutazione del 7° programma quadro: alcune indicazioni utili per tutti

di Alessio Cavicchi *

Negli ultimi mesi il Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca, il nostro Rettore nonché molti osservatori e giornalisti sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, hanno sottolineato la necessità, oramai impellente, che la ricerca si svolga in un contesto sempre più internazionale e in una prospettiva europea.

L'Università di Macerata ha, così, iniziato un percorso di potenziamento degli strumenti a disposizione del personale docente. Ciò è avvenuto principalmente attraverso la riorganizzazione dell’Ufficio Ricerca Scientifica e la sigla di una convenzione con una società di consulenza esterna, che ha svolto alcuni seminari di formazione e aggiornamento sulla progettazione europea.

Al fine di potenziare al massimo i risultati di questo sforzo ritengo sia necessario, per tutto il corpo docente, un cambiamento sia strategico sia culturale.

Negli ultimi anni ho avuto modo di sperimentare dal vivo, attraverso il lavoro di valutatore esperto presso la Commissione Europea, che la mera perfezione tecnica di un progetto, insieme a un’idea particolarmente innovativa, non rappresentano garanzie sicure del finanziamento di una proposta. Infatti, per ottenere un giudizio eccellente, una proposta deve affrontare in maniera ottimale tutti gli aspetti dei criteri dati dalla Commissione Europea (tabella 1).

Tabella 1. Criteri di valutazione adottati nel VII Programma Quadro

QUALITA’ SCIENTIFICA

“Eccellenza scientifica e/o tecnologica (in funzione degli argomenti trattati all’interno della call)”

QUALITA’ DEL MANAGEMENT

“ Qualità ed efficienza nell’implementazione e gestione del progetto”

IMPATTO

“ Impatto potenziale derivante da sviluppo, disseminazione

ed uso dei risultati del progetto”

• Validità delle idee e qualità degli obiettivi

• Progresso oltre lo stato attuale della conoscenza

• Qualità ed efficacia delle metodologie scientifiche -tecnologiche e del relativo work-plan

• Adeguatezza della struttura di gestione e relative procedure

Qualità ed esperienza di ogni  singolo partecipante

• Qualità complessiva del consorzio, bilanciamento, complementarietà

• Appropriata allocazione e giustificazione delle risorse destinate al progetto (budget, staff, strumenti)

• Contributo a livello Europeo e /o internazionale all’impatto (come elencato nel work programme di riferimento)

• Adeguatezza delle misure per la disseminazione e/o lo sfruttamento dei risultati del progetto e gestione della Proprietà Intellettuale

L’esperienza che ho maturato mi ha permesso di comprendere che non basta seguire i criteri di qualità scientifica di base per ottenere il finanziamento. Agli occhi della Commissione - ma qui sto esprimendo solo il mio personale convincimento - un progetto nato “a tavolino”, magari utilizzando i servizi di ricerca partner disponibili in Cordis, non è sempre “eligible”. Uno dei criteri che la stessa Commissione chiede ai valutatori di pesare in modo particolare è la qualità del management, cioè l’esperienza di ogni singolo partecipante bilanciata con il valore complessivo del consorzio. Perciò, quando si compone un network ex-novo, orientato esclusivamente alla partecipazione alla call di interesse, il rischio più grande in cui si può incorrere è quello di costruire una partnership che, pur avendo da un punto di vista tecnico un numero adeguato di partecipanti e provenienti da paesi ammessi al programma, nel complesso non è qualificata, perché, ad esempio, si palesa una scarsa esperienza di partecipazione a progetti finanziati in passato o perché non vi è nessuna evidenza della capacità di saper collaborare insieme o, ancora, perché i ricercatori stessi non hanno pubblicazioni di livello internazionale.

Se, dunque, quello che ci aspetta nei prossimi anni è un maggior impegno nel reperimento di fondi europei, ritengo che siamo chiamati tutti a un doppio cambiamento: strategico e culturale.

Il primo, perché è diventato di vitale importanza restare aggiornati sui network esistenti e sui ricercatori attualmente coinvolti in progetti di ricerca europei, a partire da un monitoraggio dei siti web ufficiali previsti per ogni progetto. Più in particolare, le occasioni di divulgazione e di disseminazione della conoscenza (conferenze, webinars, workshops, ecc.) dovrebbero essere frequentate senza dover aspettare necessariamente che i prodotti della ricerca vengano pubblicati sulle riviste internazionali. Tali momenti, oltre a un aggiornamento essenziale per la nostra ricerca, rappresentano una risorsa per dialogare di future collaborazioni, periodi di visiting, organizzazione di nuove conferenze, tutte finalizzate alla presentazione di progetti nei prossimi bandi.

Il secondo cambiamento, di tipo culturale, è invece necessario perché la strategia da sola non può bastare. Ognuno di noi, all’interno dei nuovi dipartimenti, è chiamato a domandarsi quale sia il contributo originale che la nostra ricerca possa portare alle tematiche di Horizon 2020. Occorre arrivare a immaginare come un network esistente o uno potenzialmente nuovo possa essere interessato alla nostra presenza.

Provo a delineare due distinti scenari emergenti da quanto ho affermato, che valgono tanto per l’Ateneo intero e le sue singole strutture interne, quanto per il singolo ricercatore. Il primo riguarda la possibilità di percorrere la strada verso l’eccellenza su una determinata metodologia di ricerca; eccellenza che deve essere testimoniata da pubblicazioni in ambito internazionale, tali da permettere una visibilità e una riconoscibilità da proporre a livello trasversale su vari temi. Il secondo riguarda lo studio a 360° di un argomento o un tema da un punto di vista multidisciplinare: temi come la sostenibilità, il multiculturalismo, l’Ict, la cittadinanza ritornano di frequente nei bandi europei; perciò, la possibilità di sviscerare un tema all’interno di un singolo dipartimento diventa la modalità più immediata per entrare in contatto con altri partner europei specialisti in quel determinato argomento.

È ovvio che in entrambi i casi la dimensione internazionale deve essere “coltivata” nel tempo e non improvvisata unicamente in vista del bando. Anche perché, quando il bando viene pubblicato, è già troppo tardi per costruire un network efficiente e si corre spesso il rischio di fare corse contro il tempo, che alla fine si rivelano sterili tentativi.

Ritengo quindi che dalla crisi e dalla riforma dell’Università possa nascere un’occasione di cambiamento per il nostro Ateneo. A volte sembra prevalere un senso di frustrazione rispetto a quello che appare solo un mero tecnicismo dal quale difendersi oppure al quale aderire in modo acritico. Invece, se considerato nell’ottica sopra descritta, il nostro lavoro può trovare nuove prospettive e orizzonti fino ad ora impensabili.

* Ricercatore di Economia agraria, Università di Macerata

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