Editoriale. Giugno 2012
Dopo la ricerca, la didattica. Il nuovo numero di Uninova ci offre, anche questa volta, spunti di riflessione su un altro tema cruciale per ogni Università. Il rapporto tra ricerca e didattica pone subito il problema dei contenuti e delle metodologie. Che cosa insegnare, per chi farlo, come farlo? Il lavoro del didatta – lo sappiamo – è il risultato di un processo di formazione, di maturazione e di continuo ripensamento. Non sempre invece – spesso pressati da tante incombenze - valutiamo attentamente la complessa filiera della didattica, dal primo livello sino al terzo ciclo. Eppure insegnare alle matricole non è la stessa cosa che rivolgersi ad un pubblico di studiosi in formazione (dottorandi). Il rischio, nella didattica, è quello della routine, ovvero ripetere, più o meno bene, contenuti con le stesse modalità espressive. Ma gli studenti del 2012 non sono più quelli del 1992, per non andare troppo indietro. Che cosa significa, allora, innovare nella didattica, e nel nostro Ateneo?
I questionari annuali per la valutazione della didattica ci dicono che la soddisfazione degli studenti è mediamente alta. Ma questo non basta. Dovremmo interrogarci di più su questo terreno, tanto più alla luce della mutazione ‘antropologica’ che sta investendo le nuove generazioni di studenti nativi digitali. La tecnologia, certamente, ci sta a cuore e ci serve. Nelle aule: per rendere più chiaro, immediato, efficace il nostro lavoro. Nell’Ateneo: per portare a termine il progetto ICT4University (libretto digitale, ecc.) che ci mette nel gruppo di testa delle Università italiane quanto a rispetto dei nuovi indirizzi ministeriali. Organizzazione digitale e innovazione nella didattica vanno dunque di pari passo nel segno dell’umanesimo che innova.
La riforma del cd. 3+2 è ormai entrata a regime. Le valutazioni del sistema sono contraddittorie, tra luci e ombre. Dopo l’esplosione quantitativa dell’offerta didattica (che corrispondeva più ad una visione interna che alle reali esigenze dei portatori esterni di interesse) siamo entrati, volenti o nolenti, in una fase di ripensamento. Per noi ciò significa consolidamento qualitativo, ovvero mantenere le filiere fondamentali, identitarie, delle macro aree scientifico-didattiche, lavorando sulla semplificazione e sulla sostenibilità. I dati – oggettivi – dimostrano che fondere, nella maniera giusta, due corsi o fare un interclasse non incide né sulla qualità né sul numero delle iscrizioni. Del resto basta parlare con gli studenti: hanno bisogno – specie nel triennio - di piani di studio chiari, capaci di guidarli efficacemente alla meta. La laurea triennale serve a dare i fondamenti e offrire un metodo di lavoro. La frammentazione estrema qui appare addirittura nociva, quando si scambia la “ricchezza” e l’articolazione con il fine. E’ la laurea magistrale a dover assicurare elementi di specificazione e di peculiarità. E quindi maggiore articolazione. Ci dobbiamo chiedere: perché un laureato triennale dell’Università X dovrebbe venire da noi per iscriversi ad una nostra magistrale? E ancora: perché un nostro laureato dovrebbe essere attratto da una laurea magistrale che si limiti a “ripetere” le materie dei tre anni precedenti? Di domande ce ne possiamo fare molte altre, ma il problema esiste e dobbiamo riflettere e lavorare di più sugli elementi di caratterizzazione e di innovazione dei trienni e dei bienni.
L’internazionalizzazione è allora un terreno di sperimentazione e di innovazione possibile. Ogni anno 3 milioni e 700 mila studenti si muovono dal proprio paese per fare un’esperienza di studio all’estero. La globalizzazione dell’alta formazione è un dato più che tangibile. L’Università di Macerata, in questo contesto, rappresenta una misura infinitesimale. Eppure tutto ciò ci deve interessare, non perché è una ‘moda’, ma perché l’internazionalizzazione è un processo reale destinato a produrre effetti concreti anche da noi. L’internazionalizzazione è sinonimo di confronto, dialogo, cooperazione, apprendimento, sviluppo. Sino all’a.a. 2010/2011 la nostra Università non aveva corsi di taglio internazionale. Dall’anno accademico 2011-2012 – sulla base di un preciso indirizzo strategico – le cose hanno cominciato a cambiare. L’anno accademico 2012‑2013 si aprirà ad ottobre con quattro corsi “internazionali”. Tre a titolo doppio: Management dei Beni Culturali in collaborazione con Grenoble, Université Pierre Mendés-France; Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale con l'Università Blaise Pascal di Clermont-Ferrand; Progettazione e gestione dei sistemi turistici con l'Università di Oviedo. La magistrale di Scienze politiche, infine, presenta un curriculum in inglese in International Economic and trade relations in grado di attrarre giovani da tutto il mondo. Su questa linea stiamo lavorando. Abbiamo appena chiuso un doppio accordo con la più importante Università ucraina, a Kiev e altri progetti sono in itinere. Ciò vuol dire che le strutture didattiche hanno preso sul serio questo indirizzo e sono pronte ad impegnarsi per innovare anche la didattica. E qualche risultato arriva anche sul piano dei numeri. La media degli studenti stranieri iscritti alle Università italiane è del 3,3% (per fare una comparazione: la Francia è all’11,5, la Germania al 10,5%). Sino all’anno scorso la media di Macerata si attestava al 3,8%. Nell’a.a. 2011-2012 siamo passati, con riferimento agli immatricolati, al 5,30%, ben al di sopra della media nazionale.
Insomma, innovare – ovvero riflettere e lavorare nel segno del cambiamento – significa anche sviluppo. Innovare conviene.


