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Ulrich MEYER, The Nature of Time

In The Nature of Time Ulrich Meyer difende una teoria modale del tempo che sfrutta l’analogia tra gli istanti del tempo e i mondi possibili. Stando a tale teoria, come nella logica modale i modi in cui il mondo attuale avrebbe potuto essere sono concepiti in termini di mondi possibili, così la logica tensionale permette di definire gli istanti come i modi in cui il presente era, è, e sarà. La definizione della natura degli istanti è, infatti, ad avviso di Meyer, la questione fondamentale della metafisica del tempo e si configura, pertanto, come il filo rosso dell’intero volume.

Con riferimento a tale questione, la teoria modale difesa da Meyer si contrappone alla concezione spaziale del tempo, in cui gli istanti sono invece concepiti in analogia con le posizioni nello spazio: come ciò che è nello spazio ha una collocazione spaziale, così ciò che è nel tempo ha una collocazione temporale. La concezione spaziale del tempo ha due varianti principali: una sostanzialista ed una relazionista. Stando al sostanzialismo temporale, che ha tra i suoi antesignani Newton, il tempo e gli istanti che lo compongono hanno un’esistenza indipendente dagli eventi che vi occorrono; il tempo rappresenta una specie di “contenitore” che esisterebbe anche se fosse privo di contenuto. Il relazionismo temporale, tra i cui primi sostenitori è da annoverare Leibniz, è invece la tesi che il tempo non ha un’esistenza indipendente da quella dagli eventi, e che, anzi, esso è nient’altro che la struttura relazionale che sussiste tra gli eventi, che sono tra di loro in relazioni di precedenza e sovrapposizione temporale.

Come Meyer fa presente nell’introduzione, nel corso del testo la valutazione delle tre teorie avviene con riferimento a tre compiti fondamentali, che secondo Meyer sono quelli che una buona teoria del tempo dovrebbe poter assolvere. In primo luogo, una teoria del tempo deve risolvere il problema mutamento, ossia, il problema della compatibilità della possibilità del mutamento con il principio dell’indiscernibilità degli identici; in secondo luogo, deve dimostrarsi compatibile con le migliori teorie fisiche del moto; in terzo luogo,  deve conservare un minimo di consonanza con la concezione di senso comune del tempo, poiché altrimenti la stessa applicazione del termine “tempo” al proprio oggetto di indagine sarebbe semplicemente illegittima. Secondo Meyer, la teoria modale del tempo riesce nel complesso ad assolvere i suddetti compiti assai meglio di quanto riescano a fare le rivali teorie spaziali.

Sebbene né l’analogia tra istanti e mondi possibili né l’uso della logica tensionale (tense logic) – nei cui termini sono generalmente formulate le concezioni modali del tempo – siano delle novità in metafisica, la proposta complessiva di Meyer si rivela sotto vari aspetti assai originale. In quanto segue, piuttosto che eseguire una ricognizione sui singoli capitoli, mi limiterò ad illustrare tre aspetti della proposta di Meyer che mi sembrano tra i più originali ed interessanti.

Un primo elemento di rilievo è dato dalla funzione costitutivamente metafisica attribuita da Mayer alla logica tensionale. Un aspetto molto evidente del testo di Meyer è il ricorso estensivo agli strumenti della logica moderna, i quali svolgono, stando all’autore, un ruolo chiave nella soluzione (e in alcuni casi, neopositivisticamente, nella dissoluzione) di una serie di problemi della metafisica del tempo. Tuttavia, nella proposta di Meyer, la logica tensionale non è semplicemente uno strumento per formulare una visione metafisica precostituita, per controllarne la coerenza interna e per confrontarla con le teorie avversarie in modo più rigoroso. La logica tensionale si configura essa stessa come una metafisica del tempo, sebbene si tratti – come chiarirò tra poco – di una metafisica «minimale». Una teoria metafisica si caratterizza per assunzioni di due generi: assunzioni di tipo ontologico, riguardanti i tipi di entità di cui postula l’esistenza, e assunzioni di tipo ideologico, riguardanti i concetti che vengono accettati come primitivi. A differenza della maggior parte dei metafisici, Meyer pone alla base della propria proposta assunzioni di carattere ideologico piuttosto che ontologico, ed in particolare una assunzione relativa alla primitività dei tenses, cioè i concetti di passato, presente e futuro (tense primitivism). Si tratta, quindi, di una metafisica basata sulla logica tensionale, la quale, però, è a sua volta già metafisicamente carica, in quanto, per così dire, già ideologicamente impegnata.

Come accennato, si tratta, tuttavia, di una metafisica minimale. Tra i vari possibili sistemi di logica tensionale, Meyer ne predilige, infatti, uno molto debole – che denomina Z (da Zeitlogik) –, e ciò allo scopo di assicurarne la neutralità rispetto ad una serie di questioni che considera estranee alla metafisica del tempo, p.e., quelle concernenti le caratteristiche della struttura della serie temporale degli istanti: se la serie sia continua o discreta, se sia ramificata o lineare, se ritorni circolarmente su se stessa. Queste questioni, infatti, secondo Meyer, non concernono le caratteristiche del tempo in se stesso, le quali – altro elemento di originalità della visione di Meyer – devono essere considerate oggetto di conoscenza analitica a priori (per lo meno se consideriamo analitici i teoremi di Z che ne sono alla base); si tratta invece di questioni empiriche concernenti le caratteristiche contingenti dei processi che hanno luogo nel tempo.

Un terzo punto degno di nota della proposta di Meyer consiste nel rifiuto di due tesi che invece, per quanto a me noto, sono generalmente accettate dagli autori che – come lo stesso Meyer – sostengono una concezione primitivista dei tenses e/o una concezione modale degli istanti, ossia la tesi che il tempo scorre, propria dei difensori della teoria dinamica del tempo, e la tesi che esiste solo ciò che è presente, propria dei presentisti. Quanto alla seconda tesi, in particolare, in linea con una serie di altri autori, Meyer sostiene che, una volta analizzata, essa si rivela o empiricamente falsa (se la forma verbale “esiste” è intesa come “è esistito o esiste ora o esisterà”) o tautologica e, dunque, metafisicamente insostanziale (se “esiste” è interpretato come “esiste ora”). In realtà, il contributo più interessante di Meyer alla formulazione di questo argomento, conosciuto nella letteratura sul tempo come triviality objection, consiste nel mostrare che – contrariamente a quanto spesso dato per scontato dalla maggior parte degli autori coinvolti nel dibattito sul tempo – la logica tensionale, pur adottando una quantificazione tensionale, non è in grado di catturare ciò che il presentista vorrebbe esprimere, ovvero che vi è un senso non banale in cui ciò che è esistito (o esisterà) ma non è presente non esiste. Meyer aderisce, dunque, all’eternismo, la tesi che gli enti passati, presenti e futuri sono parimenti esistenti – un eternismo qualificabile come statico, in quanto nega la realtà del passaggio temporale, ma che, non assumendo come fondamentali le B-relazioni di precedenza e simultaneità tra eventi, sarebbe forse improprio qualificare come B-teorico.

The Nature of Time è un testo denso e complesso e, probabilmente, richiederà al lettore più di una lettura per essere compreso a fondo – un testo la cui difficoltà, tuttavia, è ampiamente compensata dall’originalità della proposta dell’autore e dalla ricchezza di spunti di riflessione che offre.

IL LIBRO

Ulrich Meyer, The Nature of Time, Oxford University Press, Oxford 2013, pp. 176.

ERNESTO GRAZIANI

inAteneo

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