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Editoriale. Marzo

Editoriale. Marzo

Francesco Adornato

di Francesco Adornato * 

Con questo nuovo numero di Uninova salutiamo l'inizio del nuovo anno accademico. E lo facciamo ripercorrendo, con i colleghi della squadra rettorale, quello da poco concluso,  un anno accademico, iniziato per noi, nell’ottobre del 2016 con un battesimo di fuoco di fronte al quale abbiamo mostrato tutta la nostra fierezza e l’orgoglio dell’appartenenza ad una delle Università più antiche del mondo e di alta reputazione.

Un’Università che dialoga, si confronta, opera con Atenei di Cina, Russia, Usa, Australia e dell’intera Europa e,  nondimeno con il territorio e le sue istituzioni. Anche per queste ragioni, sta conoscendo quella che sento di dover definire una “crisi di crescita”. Una “crisi di crescita” che costituisce stamani il filo del mio indirizzo di saluto. Si tratta di un ossimoro, certo, ma, pur nel suo apparente paradosso, rivela il nostro attuale stato, che non va esaltato, né svilito, ma semplicemente rappresentato.

Rappresentato con sobrietà e chiarezza e affrontato nella sua prospettiva. Innestandoci su un percorso già avviato in precedenza, in particolare dal Rettorato Lacchè (che ringrazio), abbiamo ottenuto risultati molto positivi, che sintetizzerò, senza tuttavia ignorare o nascondere i problemi e le sfide che dobbiamo affrontare.

Innanzitutto, un ancora più forte spirito di consapevolezza e di responsabilizzazione sul lavoro che ognuno di noi deve realizzare per rendere ancora più forte, ancora più solido, ancora più stabile l’Ateneo.  Dedicare più tempo non solo fisico, ma anche qualitativamente migliore, al nostro impegno verso gli studenti, che sono al centro della nostra missione, riprendendo con convinzione il programma “I care”. Concentrarsi in modo innovativo sulla didattica, fuoriuscirne, scompaginarla dalla sua dimensione tradizionale frontale e unidisciplinare. Così come occorre migliorare la performance della ricerca, la sua metodologia, i suoi contenuti.

In questa direzione credo che la Scuola di studi superiori Leopardi e la Scuola di dottorato abbiano un compito anticipatorio, prototipale, nello sperimentare nuove formule. Lo stesso spazio della ricerca deve sollecitare ancor più impegno nella progettazione verso le risorse comunitarie e nazionali, che vedono ancora pochi docenti attivamente impegnati.  Al contrario, non pochi sembrano indifferenti alle sorti dell’Ateneo (vedi gli inattivi nella VTR e i migliorabili risultati Vqr ottenuti a macchia di leopardo), mentre sempre più le sorti degli Atenei, compreso il nostro, dipendono dall’impegno e dal contributo di ognuno di noi in termini di lavoro e di innovazione. Le politiche pubbliche e la scarsità di risorse spingono sempre più alla competizione non solo tra Atenei, ma anche all’interno di ogni singolo Ateneo, come dimostra la selezione premiale dei Dipartimenti di Eccellenza. Quest’anno abbiamo previsto, a proposito, una compensazione per i dipartimenti non selezionati, ma possiamo continuare così per l’avvenire? E possiamo continuare così nelle politiche di reclutamento per le quali abbiamo avuto un abbassamento premiale nel Ffo? Non dovremmo forse tracciare una riga, un solco come quello tracciato da Romolo, con il suo significato di promessa e di vittoria, avviando, appunto, differenti percorsi di reclutamento?  Rafforzando, inoltre, la cura verso gli studenti con il progetto “I care” triennale e magistrale? Analogo ulteriore impegno occorre sia riversato  dalla nostra Amministrazione, già particolarmente disponibile a diversi livelli in alcuni fronti, ma che deve dispiegare ancor più diffusa consapevolezza, ancor più fiera determinazione nel prioritario impegno verso gli studenti e nella prospettiva strategica dell’internazionalizzazione. L’Università non è una sinecura. Per nessuno.

Se non cambiamo i modi, se non acceleriamo il passo, se non troviamo una soluzione ai problemi, rischiamo nel tempo di precipitare in una serena, inavvertita voragine. La stagnazione autocontemplativa ci strappa a morsi ogni giorno un pezzo di carne senza far sentire dolore, spingendoci verso una condizione di inappagato stordimento.

Avverto, dopo un anno vissuto intensamente, avvii di processi nuovi, ma anche percepibili resistenze e con questo processo ondulatorio dobbiamo fare i conti, sapendo, come ammoniva Carl Schmitt, che “la  paura umana del nuovo è spesso grande quanto la paura del vuoto, anche quando il nuovo rappresenta il superamento del vuoto. Perciò molti vedono solo un disordine privo di senso laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento. Non vi è dubbio che il vecchio nomos stia venendo meno e con esso un intero sistema di misure, di norme e di rapporti tramandati. Non per questo, tuttavia, ciò che è venturo è solo assenza di misura, ovvero un nulla ostile al nomos. Anche nella lotta più accanita fra le vecchie e le nuove forze nascono giuste misure e si formano proporzioni sensate”. Ecco, noi dobbiamo muoverci verso questo cammino di proporzioni sensate.

* Rettore dell'Università di Macerata

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