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Editoriale. Settembre 2012

di Luigi Lacchè*

L’Ateneo di Macerata non è lontano dalla piena applicazione della riforma universitaria del 2010. Mancano gli ultimi importanti passaggi (imminente costituzione del consiglio di amministrazione e degli organi di garanzia e controllo), ma la strada è chiaramente tracciata. Il nuovo Statuto, ampiamente discusso e condiviso, rappresenta un buon punto di partenza. La nascita di cinque strutture dipartimentali e la concomitante riorganizzazione delle strutture amministrative sono un punto fermo dal quale ripartire.

All’inizio del mio mandato ho osservato che l’Università avrebbe dovuto intraprendere la strada dell’innovazione, a prescindere dalla riforma legislativa “imposta”. Solo la piena e matura consapevolezza della necessità del cambiamento potevano aprirci un varco in un muro fatto di incertezze, se non di vere e proprie minacce. Il nostro Ateneo si riorganizza perché vuole farlo, perché comprende la necessità di far fronte alle sfide e alle minacce del contingente e del futuro con una forte riattivazione e rivalorizzazione di energie, di valori profondi, di competenze e professionalità. Ho sempre pensato che Unimc, se saprà sempre più focalizzare le politiche e le strategie nel segno dell’innovazione, potrà diventare un Ateneo “modello” nel campo delle scienze umane e sociali. A questo punto del nostro cammino ci siamo dati una visione chiara (l’umanesimo che innova) capace di comunicare agli altri il senso del nostro operare. Abbiamo rimesso al centro quattro ambiti strategici: sviluppo della ricerca per costruire un vero “sistema”, consolidamento qualitativo della didattica (mediante i processi di internazionalizzazione e l’intensificazione dei processi di accompagnamento dello studente), continua crescita dell’internazionalizzazione come apertura, metodo di lavoro, attività di rete, qualificazione dei servizi agli studenti.  I primi risultati nell’ambito della ricerca e dell’internazionalizzazione cominciano a vedersi.

Queste quattro macro-missioni hanno bisogno di essere supportate da una organizzazione amministrativa più moderna, razionale, compatta, efficiente. La concentrazione delle risorse  verso un numero di strutture che è un terzo delle strutture precedenti è un imperativo dettato dalla necessità di contenere i costi, ma è prima ancora un metodo organizzativo. Questa maggiore compattezza dovrà consentirci di lavorare in rete, programmando e monitorando le attività mese dopo mese (penso ai tavoli per la ricerca, la didattica, le biblioteche, la gestione). I dipartimenti e le altre strutture sono chiamate a lavorare attorno ad uno stesso tavolo, per macrofunzioni. Dobbiamo migliorare sul piano della comunicazione interna e della condivisione di know-how e di competenze. Stiamo superando l’organizzazione che privilegia gli ‘uffici’, le microarticolazioni a vantaggio di un sistema che incoraggia e sostiene lo scambio, il confronto, la dimensione orizzontale. Tutti i collaboratori di un’area dovrebbero conoscere e, all’occorrenza, saper fare quello che “spetta” agli altri. Salvaguardare le competenze specialistiche ma non più come “unicità”. Dobbiamo avviare, in parallelo al ridisegno complessivo, una forte politica di formazione e di aggiornamento specialmente negli ambiti a maggior tasso di innovazione. E’ necessario giungere ad un corretto equilibrio tra i fini e gli strumenti. Ho l’impressione che talvolta questo rapporto sia stato mal compreso e proprio per questo è opportuno rimettere al centro le vere priorità dell’Ateneo.

Organizzare il futuro è difficile. Tra l’idea, la dimensione razionale e gli obiettivi ci sono le persone, le abitudini, le pratiche. Ognuno di noi tende naturalmente a privilegiare la continuità, le consuetudini. Ma il contesto è totalmente cambiato. La posta in gioco è radicale e coincide esattamente con il futuro di una comunità forte di radici e di tradizioni. Se vogliamo conservare tutto ciò, la nostra autonomia anzitutto, dobbiamo avere coscienza delle sfide in atto. Non è più tempo per meline, piccolo cabotaggio, egoismi, superficialità. Per nessuno. Guarderemo allora con più fiducia al futuro se sapremo essere più attenti, disponibili, generosi e pronti ad operare. Abbiamo la possibilità di farlo.

* Rettore dell'Università di Macerata

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