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Lettera aperta alla mia Università

Lettera aperta alla mia Università

Valentina Capecci

di Valentina Capecci*

Cara Università di Macerata

quest’anno, il premio “Laureata dell'anno” lo hai conferito a me. Il 13 giugno, nell’ambito di una festa strepitosa, alla presenza del Magnifico Rettore e altrettante autorevoli personalità, con più di mille persone a gremire la piazza, tra fotografi e lanci di cappelli, mi è stata consegnata una targa così prestigiosa e così gradita che ancora mi chiedo cosa abbia fatto per meritare tanto onore. Soprattutto perché sarebbe stato più logico l’inverso. Sono io che dovrei spendermi in qualche modo per ringraziare l’istituzione che mi ha istruito e reso solida, fornendomi sia gli strumenti per affrontare il futuro che l’occasione di trascorrere il periodo più felice della vita. Poi, il percorso successivo, in fondo testimonia solo che non è necessario essere dei privilegiati o dei raccomandati per raggiungere qualche risultato e che non è mai troppo tardi per trovare la propria strada. Infatti, io sono nata e cresciuta in provincia, e in un’epoca in cui se un giovane manifestava aspirazioni artistiche raramente poteva contare sull’appoggio della famiglia. Le esortazioni in voga oggi del tipo: “segui le tue passioni, non smettere mai di sognare, non mollare” non erano da genitore responsabile. Allora chi allevava un figlio non fomentava illusioni col rischio di crescere un frustrato e, semmai, ammoniva il contrario: “levati quei grilli dalla testa, resta con i piedi per terra, pensa a studiare” o, al limite: “quando ti manterrai da solo farai quello che ti pare”. Ben sapendo che con la maturità, un buon lavoro e uno stipendio sicuro, certe velleità sarebbero svanite.

A me la voglia di scrivere era già svanita con il diploma delle superiori (non credo sia successo a molti di avere costruito la carriera scolastica sui dieci in italiano e all’esame di Stato vedersi bollare il tema con un inaspettato “non classificabile”). Dopo la laurea ho superato alcuni concorsi e ho scelto di fare il cancelliere. Qualche anno più tardi però, leggendo casualmente su una rivista un bando che selezionava autori cinematografici, un po’ per curiosità e un po’ perché non avevo niente da perdere, ho buttato giù una storia, l’ho spedita e ho vinto. Nonostante il mio sedicente copione fosse talmente amatoriale che se dovessi giudicarlo io, ora, non esiterei a bruciarlo insieme a chi l’ha scritto. Invece la commissione (peraltro composta da professionisti del calibro di Nanni Loy, Gillo Pontecorvo, Suso Cecchi d’Amico, Luigi Magni ecc) chiuse un occhio sulle macroscopiche imperfezioni dell’elaborato e mi consegnò il primo premio per il semplice motivo che secondo loro avevo del talento. Secondo loro ero un diamante grezzo. Secondo loro, se mi fossi impegnata, studiando ed esercitandomi, potevo diventare una sceneggiatrice. Ma possedere un’attitudine non è un merito. E tantomeno avere la fortuna di “essere scoperti”. Quanto all’impegno... cosa volete che sia qualche manualetto di settore. Con un trenta e lode in Storia del diritto italiano con il prof. Sbriccoli perfino il ponderoso testo dell’Ejzenstejn è una passeggiata di salute. Dirigevo una Procura della Repubblica e avendo a che fare con magistrati e avvocati figuriamoci se potevano impensierirmi i deliri di produttori e registi. Perciò è stato facile. Come ho detto, avevo gli strumenti. Dei quali, cara UNIMC, ti sono debitrice e non smetterò mai di ringraziarti.

Tua Valentina

(Per inciso: il mio tema di diploma era un pezzo di satira di costume che in sintesi riteneva la Televisione un male necessario. Ma da quando la frequento per professione ogni tanto penso che il commissario esterno che inorridì, marchiando le mie pagine con delle umilianti croci rosse, forse non aveva tutti i torti)      

*Sceneggiatrice e scrittrice / Laureata dell'anno 2015

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