Editoriale
di Luigi Lacchè*
Care Amiche, Cari Amici,
con questo numero “0” di Uninova nasce la newsletter dell’Università di Macerata, un bollettino periodico che sarà coordinato dai delegati del rettore e aperto al contributo e alle idee di tutti. Un foglio elettronico agile, sintetico, essenziale che nasce dall’Ateneo, ma si rivolge a un pubblico più vasto, che identifichiamo senza fatica con la società più grande nella quale operiamo e con la quale vogliamo sempre più interagire. Uno strumento in più per comunicare, uno strumento in più per far conoscere meglio la missione, le strategie, gli obiettivi dell’Università di Macerata, cioè l’impegno quotidiano e intelligente di migliaia di persone, studenti, docenti, personale tecnico e amministrativo, che collaborano insieme per crescere, innovare e contribuire allo sviluppo della società.
E a proposito di missione e di strategie: come non iniziare da quell’«umanesimo che innova», il payoff che da qualche mese appare assieme al nostro storico sigillo? Ma che significa payoff? I pubblicitari parlano di "posizionamento" di un bene. A noi interessa di più elaborare una formula sintetica, espressiva, che dica in tre parole che cosa siamo e che cosa vogliamo fare. Da un lato diciamo una cosa che tutti noi conosciamo benissimo, ma che non sempre è evidenziata e colta da chi ci osserva. Che cosa? Siamo pressoché un unicum in Italia: l’Università delle scienze umane e delle scienze sociali. Quindi siamo un Ateneo fortemente specializzato (come ne esistono all’estero) e il 95% dei docenti si colloca all’interno di aree scientifiche contigue e culturalmente omogenee. Nessun altro Ateneo marchigiano – per fare un esempio – è altrettanto omogeneo. E, dunque? La nostra compattezza scientifica e culturale ci dà un vantaggio in termini di specializzazione, uso di linguaggi e di strumenti. Detto diversamente, cioè nella forma della pianificazione strategica, siamo una Università focalizzata, globale, ad accesso aperto.
Ma oggi la nostra comune radice umanistica ci regala un fattore competitivo? C’è chi ne dubita. Qualcuno direbbe che è un fattore di debolezza. Si dice: oggi contano solo le tecnologie e le scienze “dure”. La ricerca “vera” è quella tecnologica!
Ma noi siamo convinti del contrario e lo dobbiamo dire. Chi dubita crede che il nucleo identitario dell’”umanista” sia solo quello più tradizionale e stereotipato, di chi vive lontano dalle vere dinamiche della sviluppo sociale ed economico. Eppure non è così. Tutti noi, oggi, restiamo fedeli a radici antiche e al tempo stesso ci proponiamo, proprio grazie a questo bagaglio straordinario che ha avuto e speriamo possa continuare ad avere nel nostro Paese una madre feconda, come agenti di innovazione, di creatività, di cambiamento. I nostri studenti hanno mente aperta e flessibile, spaziano nei campi più diversi dell’agire umano e offrono, da laureati, un contributo fondamentale allo sviluppo della società. Ecco che cosa intendiamo per umanesimo che innova: saperi e applicazioni che oggi consentono di avvicinarci alla complessità del mondo globalizzato, dialogare criticamente con la dimensione digitale e tecnologica dell’umano, proporre soluzioni per innovare e rinnovare, attraverso la ricerca e l’insegnamento.
A novembre il grande pensatore Edgar Morin, - che ha ricevuto da noi la laurea honoris causa in scienze pedagogiche – ha parlato nella sua commovente lezione dottorale di un "nuovo umanesimo planetario" e della necessità di ricomporre ad unità le culture spezzate in due blocchi, da una parte la cultura scientifica, dall’altra quella umanistica. "Mentre l’esperto – ha osservato Morin - perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza".
Se dunque crediamo nell’«umanesimo che innova», siamone testimoni attivi e intelligenti, facciamo valere la nostra ricerca e il nostro modello di etica individuale e sociale. Raggiungeremo – ne sono certo – nuovi traguardi, rinvigorendo la tradizione e facendola vivere come fiaccola ardente.
* Rettore dell'Università di Macerata


