Caro amico ti scrivo…

7 GENNAIO 2016 / Dopo quasi 20 anni di assenza, Pasquale è ritornato all’Università di Macerata e ha voluto scrivere qualche sua impressione.
Caro amico ti scrivo…

Caro amico ti scrivo...

 

Carissimi,
i racconti di Natale non esistono solo nelle pagine letterarie! Quest’anno il mio “compito” è stato reso più facile e confortante dal mini-reportage che ho ricevuto da Pasquale, un lavoratore-studente, che ha deciso (bravo!) di riprendere gli studi interrotti nel 1997. Dopo quasi 20 anni di assenza è ritornato all’Università di Macerata e ha voluto scrivere qualche sua impressione (non avrebbe fatto Giornalismo…). Sono osservazioni positive (vi assicuro: io e Pasquale non ci conosciamo!) che fissano i progressi compiuti sul piano del consolidamento qualitativo dell’Ateneo. Sappiamo bene che c’è ancora tanto lavoro da fare, ma siamo sulla strada giusta. Il progetto “I care” è l’ennesima sfida. Grazie, caro Pasquale, per il tuo contributo, che invito tutti a leggere. Ora che l’anno nuovo è iniziato, desidero rivolgere a tutti voi i più sinceri e affettuosi auguri perché il 2016 sia colmo di gioia e di serenità.  

“Vivibile, come, se non più, di vent’anni fa. Assolutamente a misura di studente, come e più di una volta, ma anche più efficiente, vivace. Così sono apparse Macerata e la sua università agli occhi di chi ci è tornato con curiosità ed emozione dopo tanto tempo: uno studente “anziano”, che aveva lasciato i libri nel ’97, “dieci chili fa”, uno dei quali peraltro rappresentato da una montagna di riccioli nel frattempo venuti a mancare.

Ventiquattro agosto 2015, ore 10.30, a piedi dall’albergo al Dipartimento di Scienze della Comunicazione. Il tragitto è brevissimo, ma ho il tempo di constatare come, almeno in alcuni casi, le indagini di quotidiani e riviste sulla qualità della vita nei capoluoghi di provincia italiani riescano ad offrire verità oggettive. Due mesi più tardi, Legambiente ci avrebbe fatto sapere che nella Penisola le uniche città con performance ambientali migliori di quelle di Macerata sono Verbania,Trento, Belluno e Bolzano. Non ho nemmeno il tempo di commuovermi per la visione di cassonetti della raccolta differenziata e di un paio di auto che frenano bruscamente per consentire ad altrettanti pedoni l’attraversamento delle strisce, che sono già arrivato al Dipartimento. Paura ed entusiasmo accompagnano la decisione, accolta con un silenzioso ma eloquente compiacimento da parte di mio padre, di completare il ciclo  di studi universitari iscrivendomi a Scienze della Comunicazione e chiedendo il riconoscimento degli esami sostenuti nell’ambito del vecchio Corso di Diploma Universitario in Giornalismo, negli anni in cui i telefoni cellulari erano simili ai citofoni ed Internet non c’era.

Arrivo nel Dipartimento, lì indirizzato da una amica - un fulmine di guerra lavorativo che opera in un diverso ufficio dell’Ateneo, che in pochi minuti mi fornisce una serie di informazioni importanti  e mi indica la persona con la quale dovrò parlare delle modalità di immatricolazione, del piano di studi, più in generale di come è attualmente organizzata l’università  maceratese, che dimostra meno dei suoi 725 anni di vita, tanto da fruttarle la seconda posizione in classifica  tra le “piccole” università italiane. L’estrema disponibilità e gentilezza della funzionaria del Dipartimento, che mi dedica la bellezza di un’ora e la cui resistenza psicofisica è – suppongo - messa a dura prova dal caldo e dal fuoco di fila delle mie domande, mi fa pensare per qualche secondo di trovarmi in Svezia o Norvegia. Invece no…siamo in Italia. Lascio Macerata, torno a casa, pago le tasse, seguo tutte le procedure per la reimmatricolazione, aspetto il verdetto del Consiglio di Facoltà sugli esami di Giornalismo e, nel frattempo, mi studio il sito dell’Università e mi rendo conto in pochi minuti di una serie di cose. Dei grandissimi passi in avanti fatti sul fronte dell’ampliamento dell’offerta formativa, che ha fatto sì che Macerata si trasformasse rapidamente in una università al passo con i tempi, tanto da aver visto incrementare costantemente il numero dei suoi iscritti, dato in controtendenza rispetto alla stragrande maggioranza del resto degli atenei italiani. Noto l’estrema flessibilità nella metodologia didattica, la possibilità di usufruire di diversi tipi di iscrizione, l’efficacia dei corsi e dei materiali offerti on line agli studenti impossibilitati a presenziare alle lezioni. Si può frequentare alcuni corsi, infatti, con servizi anche online/e-learning che consentono di seguire il percorso formativo prescelto, studiando assistiti da tutor, con l’ausilio degli strumenti e dei forum messi a disposizione online. All’epoca ci sognavamo di avere a nostra disposizione un docente “tutor”, pronto a supportarci nella nostra faticosa carriera universitaria, a darci consigli, anche a sostenerci pisicologicamente. Ed io mi sono visto assegnare, incredibile, una mia docente del corso di Giornalismo. L’ho incontrata pochi giorni fa, al Dipartimento, pronta a recepire con sobria ma tangibile sensibilità le angosce dello studente “anziano” che decide di completare un percorso incompiuto. In quattro e quattr’otto riesco a fissare, nella mia seconda trasferta maceratese, a fine novembre, gli appuntamenti con due docenti. Giovani, preparati, alla mano, che mi spiegano cosa dovrò fare esattamente, non potendo seguire i corsi. Le agevolazioni dei contatti tra studenti e docenti, le facilitazioni nel reperimento delle informazioni prioritarie da parte degli studenti stessi possono risultare determinanti per questi ultimi in generale, vitali per quelli non frequentanti. Capisco, dopo aver parlato con alcuni professori, che Macerata sta investendo, e giustamente, molto in questo senso: Me ne accorgo, tra l’altro, venendo a sapere dell’esistenza della piattaforma  “I Care”. Infine, i tanti seminari, concerti, presentazioni di libri, convegni organizzati dalle diverse Facoltà….un altro mondo, un altro modo di fare cultura, una messe di proposte stimolanti tali da non poter più autorizzare nessuno a parlare dell’Università di Macerata come di un ateneo periferico.

Senza alcuna volontà retorica, penso che nella vita di molti di noi, se non proprio di tutti, arriva un momento in cui, certe pagine, bisogna cercare di chiuderle, nel bene e nel male. Pagine di una storia che hai cominciato a costruire magari distrattamente per poi riporre in un cassetto e poi tirare fuori quando dentro te scatta qualcosa. Decidere di riprendere a studiare, per esempio, per completare un racconto, per chiedere a te stesso come è andata a finire, per non rimproverarti un giorno di non averci nemmeno provato. O riprovato”.

(Pasquale Carbone)

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