SCAVO | L'area sacra in località S. Antonio, Cerveteri

9luglio2018

Le ricerche sono state avviate da Mauro Cristofani e da Maria Antonietta Rizzo nel 1993 e continuano ancora oggi, nell’area denominata S. Antonio, sulla parte sud-orientale del pianoro dove sorgeva la città, un  luogo  di particolare importanza, dato che in questo punto la strada antica dal fondovalle del fosso della Mola risale, e allora ampiamente interessato da imponenti scavi clandestini che suggerivano, per le modalità e l’insistenza con cui venivano condotti, ritrovamenti di straordinaria importanza.

Tra gli oggetti prestigiosi comparsi sul mercato antiquario proprio in quegli anni si segnalava infatti la coppa a figure rosse con Ilioupersis al J.P. Getty Museum di Malibu, ora restituita all’Italia grazie proprio ai dati forniti dal nostro scavo, firmata da Euphronios e attribuita ad Onesimos come ceramografo, opera unica per complessità e coerenza delle immagini ispirate agli eventi relativi alla guerra di Troia (uccisione di Priamo e Astianatte, Cassandra ed Aiace, Elena e Menelao, Agamennone e Briseide), e corredata da un’iscrizione etrusca incisa sotto il piede, con dedica ad Hercle, che i particolarismi dell’alfabeto usato consentivano di attribuire ad ambiente ceretano. Così dopo aver effettuato ampie ricognizioni si decise di intraprendere lo scavo alla ricerca del luogo di culto ad Hercle menzionato sulla coppa; e l’intuizione che in questa area esso dovesse essere localizzato si è rivelata ben presto esatta. Come hanno messo in luce le ricerche successive in questa area Hercle era venerato insieme ad altre divinità, una certamente femminile, probabilmente Menerva, come attestano gli oggetti rinvenuti in un pozzo scavato nel 1999 nell’area all’incirca antistante il tempio A, ma anche Turms/Hermes e Rath, interpretazione etrusca di Apollo nel suo aspetto di dio profetico, nominati in asindeto nella prima riga della lunga iscrizione sul peso di bronzo di IV secolo da noi rinvenuta, dimoranti nel santuario, come theoi synnaoi insieme ad Hercle, originario signore del luogo.

L’area già occupata dalla tarda età villanoviana (resti di capanne di VIII sec. a.C.  individuate al di sotto del tempio B), e poi durante l’età orientalizzante  e arcaica (grandi cave poi trasformate in cisterne, rinvenute al di sotto dei templi A e B,  e un edificio a tre vani, all’incirca davanti all’area intertemplare), alla fine del VI secolo dovette essere completamente ristrutturata con l’annullamento di tutte le presenze, anche monumentali esistenti (il primo tempio A), e con un sistematico riempimento e successivo spianamento in vista della nuova monumentalizzazione della zona.

Le campagne di scavo hanno consentito di portare in luce una vasta area sacra con due templi affiancati, il tempio A con due fasi costruttive (il tempio più antico più piccolo e di proporzioni più allungate, a cui appartenevano decorazioni figurate e architettoniche policrome, e il tempio B, con un altare (C)  fra i due, bothroi votivi che hanno restituito importanti vasi, fonti sacre (grande fontana incorporata  nel tempio A), ambienti ipogeici per il culto e per la raccolta delle acque, che, a partire almeno dalla fine del VI secolo, occuparono tutta l’area fino alla rupe, con vaste opere di terrazzamento e di sostruzioni.

Si tratta del maggior santuario finora rinvenuto a Caere che può competere per dimensioni, monumentalità e complessa articolazione interna con quello di Pyrgi.

Maria Antonietta Rizzo

Ultimo aggiornamento23luglio2018
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