Home Libri / Approfondimenti Massimiliano De VILLA, Una Bibbia tedesca. La traduzione di Martin Buber e Franz Rosenzweig, Cafoscarina, Venezia 2012, pp. 498.

Massimiliano De VILLA, Una Bibbia tedesca. La traduzione di Martin Buber e Franz Rosenzweig, Cafoscarina, Venezia 2012, pp. 498.

La Verdeutschung della Scrittura è avviata nel 1925 da Martin Buber e da Franz Rosenzweig. Dopo la morte di quest’ultimo, Buber proseguirà nell’impresa, sino a curarne l’edizione definitiva nel 1961. Il volume di Massimilano De Villa costituisce lo studio più ampio sinora pubblicato in Italia su questa singolare «versione in tedesco» della Bibbia. Esso riveste un notevole interesse sul piano storiografico, della storiografia filosofica, della filosofia della cultura nonché della filologia, ed è corredato di un’ampia bibliografia (pp. 469-487). L’autore vi propone un «percorso storico, ermeneutico, di riflessione del contesto nel testo. Un percorso dentro una vicenda tra le più delicate, tra le più complesse di tutto il Novecento. La vicenda ebraico-tedesca» (p. 13). La Verdeutschung rappresenta uno dei momenti più elevati di questa vicenda, che si chiude tragicamente pochi anni dopo la prima edizione dell’opera.

Il libro presenta la storia della Verdeutschung, e segue i due autori non solo nelle diverse fasi dell’impresa “in comune” (gemeinsam)  ma, ancora prima, nelle vicissitudini che li conducono a incontrarsi e a collaborare, prima al “Freies Jüdisches Lehrhaus” fondato da Rosenzweig a Francoforte e poi alla Bibbia tedesca. Lo studioso delinea il complesso profilo umano e intellettuale dei due filosofi, la cui biografia è ricca  di eventi e di feconde  amicizie.

De Villa  rende conto delle molteplici istanze religiose, culturali e politiche che confluiscono nella formazione dei due autori e offre una ricostruzione del clima culturale  della Germania guglielmina tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nonché dei valori vigenti all’interno dell’ebraismo post-assimilatorio.

Nelle pagine del volume i profili degli autori della Verdeutschung si delineano  nella loro diversità. Buber conosce l’ebreo dell’Est e pubblica diversi scritti sul chassidismo, movimento che attesta la capacità dell’ebraismo di affrontare in modo creativo alle sfide poste da una storia segnata dall’emarginazione. Fa da contrappunto al  sionismo metapolitico di Buber la profonda convinzione con la quale Rosenzweig,  «ebreo dell’esilio», vive il suo poliedrico impegno all’interno della galuth.

Lo studio pone anche in rilievo gli elementi del background culturale che accomunano i due autori, i quali negli anni della formazione vengono in contatto con una cultura «neoromantica», connotata da forti tratti di nazionalismo, di vitalismo e irrazionalismo. L’uno e l’altro sono – e in qualche modo resteranno - partecipi di una «linea di pensiero romantica, non quella teorica e filosofica della poesia universale e progressiva ma quella più tarda e popolare, intenta al rifiuto dell’eredità illuministica» (p. 12). Questa cultura völkisch promuove una costellazione valoriale radicata nel popolo, nella terra e nel sangue. Tracce di tale ascendenza culturale,  documentate da De Villa, si colgono nella Stella della redenzione e nella Verdeutschung.

Allorché nel 1925 l’editore berlinese Lambert Schneider propone a Buber una nuova edizione della Scrittura, questi convince Rosenzweig a partecipare all’impresa. È  soprattutto l’autore della Stella a esplicitare  i criteri della traduzione, che vanno applicati soprattutto con riguardo alla Scrittura (pp. 274-305). Già Schleiermacher distingueva  il «rifacimento», il Dolmetschen mosso da un mero intento pratico e che  conduce il testo originario verso il lettore, dalla autentica traduzione, la quale invece fa «muovere» la propria lingua verso l’altra. Lo studioso rileva l’affinità di tale distinzione con quella posta da Rosenzweig tra il Nachdichten e il vero Übersetzen.

L’attenzione tributata da Rosenzweig alla densità semantica della parola si situa nell’alveo di una tradizione di pensiero che, oltre a Schleiermacher, comprende autori quali Herder, Hamann, von Humboldt, Schelling e Jakob Grimm. Le radici remote di tale tradizione sono rinvenibili nella nominatio rerum di Genesi, nel pensiero cabbalistico e nel metodo midrashico. Il nome apre la via «che conduce alla realtà fondamentale, al segreto ultimo delle cose» (p. 227).

Secondo Buber e Rosenzweig il testo da loro proposto consente al lettore di percepire il «carattere parlato», la Gesprochenheit che attiene alla Bibbia, Parola da proclamare nella liturgia comunitaria o da «mormorare» a fior di labbra nella preghiera individuale. L’esigenza di esprimere in tedesco il carattere orale del testo sacro affida al traduttore il compito di «rendere» per quanto possibile la sonorità e il ritmo dell’originale. Nelle pagine finali del libro, De Villa offre alcuni esempi al riguardo, esaminando la traduzione di passi di Genesi e di Esodo (pp. 408-467).

I principi ispiratori della Verdeutschung attestano che  Buber e  Rosenzweig danno credito alla tesi di una origine comune delle lingue, la quale si riscontra già in Dante e giunge nel Novecento sino a  Walter Benjamin (p. 227). Proprio l’origine comune degli idiomi consente di trasporre in ogni lingua ciò che è veicolato dallo spirito della lingua originaria. Nel «tempo dell’esilio», il traduttore amplia le possibilità dell’intesa linguistica tra gli uomini e contribuisce così alla redenzione messianica. 

NUNZIO BOMBACI

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