Home Libri / Approfondimenti Martin Buber, Religione come presenza, a cura di Francesco Ferrari, Morcelliana, Brescia 2012, pp. 192.

Martin Buber, Religione come presenza, a cura di Francesco Ferrari, Morcelliana, Brescia 2012, pp. 192.

Nella produzione di Martin Buber si ascrivono generalmente al periodo “predialogico” le opere antecedenti al celebre Ich und Du (1923). Tra queste figura il volume Daniel (1913), articolato in cinque dialoghi sulla realizzazione. Qui si rinvengono anticipazioni di importanti nuclei teorici attinenti al pensiero dialogico. In questi dialoghi Buber opera una netta distinzione tra due atteggiamenti fondamentali dell’essere umano: l’orientamento e la realizzazione. In virtù del primo, l’uomo dispiega la sua attività in un mondo che presenta un “ordine di cose” inserite in coordinate spazio-temporali. La realizzazione è invece un processo che impegna l’uomo nella sua integrità e lo conduce a conseguire l’unità del proprio essere. Nell’orientamento si coglie dunque, in nuce, l’attitudine umana che consiste nel fare “esperienza” di un mondo di oggetti, poi espressa in Ich und Du dal binomio Io-Esso. Per converso, la realizzazione costituisce un antecedente dell’attitudine dialogica affermata e realizzata dalla santa parola fondamentale, ovvero l’Io-Tu.

Allorché Buber pubblica la sua opera più nota, collabora al “Freies Judische Lehrhaus”, istituto per la formazione degli ebrei adulti fondato a Francoforte da Franz Rosenzweig. Un corso di otto lezioni tenuto nel 1922 al “Lehrhaus”, dal titolo Religion als Gegenwart, costituisce l’antecedente diretto, sul piano teoretico nonché su quello storiografico, di Ich und Du, pubblicato meno di un anno dopo. Grazie a una trascrizione stenografica di tali lezioni è stato possibile pubblicarne il testo, riportanto nel volume di Rivka Horwitz, Buber’s Way yo ‘I and Thou’: an Historical Analysis and the First Publication of Martin Buber’s Lectures ‘Religion als Gegenwart’.

L’ottima traduzione di Francesco Ferrari, che ha pure curato il volume Religione come Presenza, si basa sul testo riportato nel volume di Horwitz. La qualità della traduzione qui è di estrema importanza, poiché pure dal testo tradotto deve emergere come il lessico dell’autore si approssimi a quello di Ich und Du e, al contempo, riproponga espressioni presenti in opere precedenti. Il giovane studioso presta attenzione alle opere “predialogiche” e rinviene nella “centralità del problema della presenza” in Buber, particolarmente con riguardo alla religione, un elemento di continuità tra il periodo predialogico e la piena maturità (p. 8).

Nel saggio introduttivo, Ferrari pone in rilievo l’importanza di Religione come presenza nel Denkweg di Buber. L’opera testimonia lo stile dialogico impresso dall’autore alla sua attività di docente del “Lehrhaus”, poiché riporta anche le domande rivoltegli dagli studenti e le sue risposte. Lo stesso Buber sollecita più volte gli studenti a rivolgergli domande, e chiede loro di operare una sorta di rigorosa epoché circa ciò che hanno appreso altrove sulla religione.

Le prime tre lezioni costituiscono una forte critica alle concezioni correnti del “religioso”. Buber avversa gli orientamenti di pensiero che ravvisano nella religiosità  un fenomeno psichico o sociale. La vita religiosa è toto coelo lontana dall’intimismo sentimentale e non può radicarsi nemmeno nel “sentimento di dipendenza assoluta”,  al centro del pensiero di  Schleiermacher.

Le altre cinque lezioni costituiscono la pars construens del discorso, in quanto vi si delinea la concezione della religiosità proposta dall’autore. Si tratta di un legame essenziale (Seinsbindung) con una realtà al di fuori dell’uomo, che si attualizza allorché il Tu si rende Presenza, è dinanzi all’Io, ed è così reale da rendere pienamente reale lo stesso Io. Il legame essenziale preserva l’identità dei partner: non è mai unione. La fedeltà al presente rende l’uomo aperto alla religiosità. Nell’istante in cui egli è pienamente presente a se stesso, si rivela dinanzi a lui la Presenza. Non vi è comunque alcuna rivelazione “definitiva” per Buber, e anche al riguardo l’emunah ebraica diverge dalla pistis cristiana. In un saggio sul rapporto dell’uomo moderno con la Bibbia scriverà: “la rivelazione mi accade ogni volta che io sono presente”. E la rivelazione è per lui evento non che dona all’uomo un “contenuto” ma una Presenza che è anche forza e certezza del senso della propria vita. Una certezza, questa, che l’uomo non può rinserrare in alcuna argomentazione, e può solo testimoniare, confermare nella propria vita. Questa diviene anzi, nella sua integrità, conferma - Bewährung -  di tale certezza. La rilevanza della Bewährung del senso nella vita religiosa è espressa in Religione come Presenza (p. 164) e viene riaffermata dalle opere della maturità.

 

NUNZIO BOMBACI

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