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L. Boella, Il coraggio dell'etica. Per una nuova immaginazione morale, Raffaello Cortina, Milano 2012, pp. 220

L’etica costituisce una dimensione inaggirabile della vita umana, nonostante l’impossibilità – scrive Laura Boella – «di una dottrina dell’anima e della sua salvezza, di una verità definitiva, di una rifondazione dei valori» (p. 107).
Il recente volume Il coraggio dell’etica. Per una nuova immaginazione morale intende argomentare in tal senso e portare esempi che attestino la fondamentalità di un’etica alla prima persona, rintracciando in alcune esperienze cruciali nella vita del singolo l’emersione di un’aspirazione morale irriducibile che si staglia dentro la storia entrando talvolta persino in contrasto con il suo ipotetico corso progressivo. Un tale appello ha tanto ragione di esistere quanto si rivela incombente la sensazione diffusa di una rinuncia alla vocazione morale della persona umana. Da questo punto di vista, gli stessi titoli dei capitoli danno una significativa indicazione della strada percorsa: Etica senza; Può essere una vita morale?; Etica impossibile; Etica necessaria; Fare l’impossibile. Dizionario morale poco compiacente con la propria anima; A cielo aperto; Immaginazione morale. Si parte dall’attestazione del deserto morale, per ribadire l’ineludibilità del respiro etico nella vita umana e, infine, approdare a una riabilitazione dell’immaginazione morale attraverso la valorizzazione della responsabilità del singolo dinanzi alla società e alla storia.
Nei primi capitoli, attraverso una rilettura critica di alcune indicazioni heideggeriane e arendtiane, l’autrice costruisce un percorso volto a riconoscere lo spazio dell’etica, distinta, sebbene non totalmente separata, sia dalla ricerca del senso sia dalla dimensione politica. Tracciando un bilancio circa l’impossibilità di un’etica in Heidegger, Boella rintraccia nella dimensione dell’agire l’unica fonte e l’unico terreno dell’etica; per questa strada l’autrice specifica il significato dello scarto tra ricerca del senso e agire: «Ciò non significa affatto – commenta – considerare l’agire “irrazionale”, insensato e arbitrario, quanto piuttosto coglierne la dimensione di accadere puntuale, di interruzione, di contingenza e di novità» (p. 71).
Se l’etica, dunque, non è riducibile alla ricerca del senso, essa non coincide tuttavia neanche con la sfera politica tout court. Quest’ultimo passaggio viene tematizzato attraverso una rilettura critica di Hannah Arendt: cogliendo uno scarto tra teorizzazione della vita attiva e attestazione – perlopiù implicita – di una quota di passività nell’esperienza morale nella produzione etica di Hannah Arendt, l’autrice invita a ripensare la distinzione troppo rigida fra mondo interiore e mondo esteriore, tra privato e pubblico, in nome della possibilità, per il soggetto morale, di agire responsabilmente e decidersi per il bene attraverso l’apertura emotiva, sapientemente portata alla riflessione, che connota le relazioni umane anche a livello etico e politico.
Entro tale quadro, la sfera emotiva acquisisce uno statuto di primo piano: da un lato, l’autrice riconosce alle emozioni uno spessore morale, giungendo a definirle come veri e propri «eventi morali», dal momento che implicano un’apertura del sentire all’alterità e una risposta; dall’altro lato, Laura Boella vuole affrancarsi da una pericolosa banalizzazione delle emozioni. Per potersi considerare capaci di risposta non basta scoprirsi esseri che provano emozioni, ma è necessario saper vivere «quelle che hanno un intrinseco valore etico» (p. 159). L’autrice prende inoltre le distanze da alcune teorie contemporanee che considerano innata l’empatia e ravvisano per questa un fondamento scientifico nella biologia. Il loro esito, sostiene l’autrice, implica una naturalizzazione inaccettabile della sociabilità umana, che sembra esimere il singolo dalla scelta per la responsabilità nella sua dimensione profondamente etica e non riuscire a evitare la deriva verso l’indifferenza.
Mantenendosi nel solco di una rilettura critica di Hannah Arendt, Laura Boella riscontra alcune soglie da cui si può osservare la curvatura etica dell’esperienza umana, punto di congiunzione tra pubblico e privato, tra emozione e risposta etica. Alcuni di tali momenti sono il coraggio, il ridere, il perdono; in ciascuno di essi si vede come un’emozione ben orientata e connotata moralmente possa condurre il singolo ad agire in modo retto, gettando un ponte tra privato e pubblico. Le riflessioni condotte nel capitolo significativamente intitolato Fare l’impossibile. Dizionario poco compiacente con la propria anima sono riconducibili a una Arendt presa “in contropiede”, al di fuori della tematizzazione dell’etica che si evince dalle sue opere principali.
L’ultimo capitolo è dedicato all’immaginazione morale, attraverso la quale «avviene un ampliamento della percezione, non si vedono solo dati, cose, ma significati, valori. Elementi disparati della realtà entrano in contatto […] L’immaginazione può essere considerata un vero e proprio organo che dilata e approfondisce la percezione della realtà» (p. 170). Per dare conto dell’immaginazione morale all’opera, Boella fa riferimento ad alcuni episodi letterari in cui l’esercizio dell’immaginazione morale, responsiva – si potrebbe dire – apre la strada a nuovi orizzonti etici.
Attraverso un riferimento a Cora Diamond, Iris Murdoch e Gayatri Chakravorty Spivak, l’autrice sottolinea la concretezza dell’immaginazione, che rievoca scenari e proietta orizzonti in cui pensare l’agire morale diventa più agevole.
L’apertura sull’immaginazione consente di riprendere anche il discorso sul gusto e sul giudizio, che nel volume è affidato al riferimento a Hannah Arendt: l’avvento di una società in cui il gusto da indice di coappartenenza a un mondo plurale è divenuto il mero indicatore di un senso comune scontato e conformista consegna il compito del lavoro sul giudizio. Laura Boella coglie mirabilmente la sottigliezza della linea che separa il recupero arendtiano del giudizio dallo scivolamento nel senso comune; l’originarietà della coappartenenza, di cui l’espressione del gusto reca le tracce, non basta a recuperare il senso morale, che va costantemente guidato dalla «ricerca di un orientamento morale» (p. 100). Anziché sostituire l’investimento in prima persona con il giudizio, l’autrice propone una rivalutazione dell’immaginazione morale come riferimento concreto alle modalità del vivere insieme.
L’immaginazione morale diventa, a questo punto, la cifra in base alla quale rileggere l’intero volume, percorso da esempi non soltanto letterari, ma anche cinematografici. Di particolare pregio appaiono infatti i riferimenti all’opera di Kristof Kieślowski – tanto alla trilogia Film rosso, Film Bianco e Film Blu, quanto ad alcuni episodi del Decalogo, e al film La paura mangia l’anima di Fassbinder. Attraverso l’immaginazione morale, l’impossibile diventa possibile nella forma di evento, di azione imprevista e imprevedibile, di risposta e responsabilità.
SILVIA PIEROSARA

 

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