Home Libri / Approfondimenti Gabriella Turnaturi, Vergogna. Metamorfosi di un'emozione, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 189.

Gabriella Turnaturi, Vergogna. Metamorfosi di un'emozione, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 189.

A dispetto del convincimento diffuso secondo cui la società contemporanea registrerebbe la scomparsa dell'emozione della vergogna, Gabriella Turnaturi (sociologa) argomenta che essa continua invece a sopravvivere, radicalmente mutata nelle sue condizioni di insorgenza e nei suoi connotati morali. Il testo prova ad indagare quando e come i cittadini del presente tendono a sperimentare questa particolare forma di umiliazione che si produce sulla soglia che separa e insieme unisce individualità e alterità. A tal fine vengono fatti interagire contenuti eterogenei che comprendono bibliografia specialistica, dati ricavati da indagini condotte dalla stessa studiosa, fatti di cronaca, letteratura, film.
Il libro è suddiviso in quattro capitoli:
nel cap. 1 (Le metamorfosi della vergogna) si analizza il nesso tra individualismo sfrenato e rinnovamento dell'esperienza della vergogna;
il cap. 2 (I molti volti della vergogna) è incentrato sull'utilizzo della vergogna in funzione del dominio sociale;
il cap. 3 (Not in my name) mette a tema la distinzione tra vergogna individuale e vergogna collettiva (familiare, nazionale, ecc.);
nel cap. 4 (Il buon uso della vergogna) si ipotizza che la vergogna, se ben canalizzata, possa generare effetti positivi e costruttivi nella dimensione individuale e collettiva.
Il testo offre senz'altro diversi spunti interessanti: mi limito a riassumere quelli che mi paiono più stimolanti in vista di un impiego in sede di riflessione etica.
In un orizzonte socio-culturale in cui sono venute meno quasi tutte le fonti di autorità collettivamente riconosciute e le qualità individuali si misurano in base alla riuscita delle prestazioni narcisistiche, la vergogna insorge quando i soggetti si ritengono, o credono di essere da altri ritenuti, inadeguati. Più precisamente, la vergogna si manifesta in corrispondenza delle sensazioni cocenti di «non conformità, diversità, imperfezione e soprattutto fragilità» (p. 33). In tal senso, una condizione tipicamente contemporanea di vergogna è quella in cui il soggetto appare agli occhi propri o altrui «come colei o colui che non gode o non sa godere, come persona che “non sta bene”, come un deviante della cultura totalitaria del godimento» (p. 42); oppure quando non riesce nel tentativo spasmodico di dimostrarsi capace di agire come un efficiente “imprenditore di sé”, una sorta di superuomo infaticabile e iperproduttivo. La Turnaturi suggerisce che l'origine di molti dei suicidi che negli ultimi tempi si succedono nella nostra società debba essere ricercata proprio in episodi di «depressione da vergogna» (p. 40). Concordo in pieno con la sua lettura. Credo infatti che nella maggior parte di questi casi coloro che si tolgono la vita non lo facciano in quanto convinti di non poter più provvedere i propri cari dei mezzi di sostentamento, ma perché si vergognano tremendamente di aver fallito. È un'ipotesi suggerita anche dal fatto che quasi sempre i familiari di questi nuovi “caduti sul lavoro” dichiarano di non sapersi capacitare di un simile gesto e affermano che, per quanto indubbiamente oberati da gravi difficoltà, sarebbero comunque riusciti in qualche maniera ad andare avanti, facendosi forza gli uni con gli altri.
Al di là dei casi estremi eppure numerosi, la configurazione contemporanea della vergogna è quella di una «emozione situazionista», «fai-da-te», microsituazionale, i cui limiti vengono modificati «a piacimento, a seconda della volontà, dell'opportunità del momento e del pubblico che si è scelto come riferimento» (p. 21). Laddove il tessuto intersoggettivo si fa altamente friabile e i legami sempre più fugaci e approssimativi, la vergogna – emozione eminentemente relazionale – si accende al cospetto di un altro il quale «esiste solo quando e come voglio io, viene chiamato a esistere dalla mia onnipotenza: è una mia creatura e, se voglio, non esiste» (p. 60). La sociologa porta l'esempio dell'utilizzo in pubblico del telefono cellulare. Quando qualcuno ci obbliga ad ascoltare le sue comunicazioni, condite magari di esternazioni molto private, ciò non costituisce oramai un disagio – non è causa di vergogna né per lui né per noi – appunto perché noi «non siamo il suo pubblico», e dunque gli risultiamo di fatto invisibili.
Malgrado si tratti di un'emozione indubbiamente dolorosa e annichilente, la vergogna può tuttavia concorrere ad alimentare buone pratiche sociali. È il caso della vergogna “preventiva” che trattiene dal compiere azioni potenzialmente biasimevoli (cfr. pp. 134-135). Non si può non pensare qui all'aidos greco che, come afferma Aristotele nell'Etica Nicomachea, dissuade dall'agire in maniera da attirare su di sé il discredito e provare così l'umiliazione più bruciante (aischyne). Inoltre la vergogna che si accompagna all'indignazione tende ad avviare il moto passionale indispensabile per reagire e intraprendere concreti tentativi di cambiamento. Quest'ultima indicazione della studiosa sembra muovere nella direzione indicata da Axel Honneth: secondo il filosofo tedesco, infatti, la vergogna che si scatena in reazione alla mortificazione del valore di un singolo o di un gruppo può fungere da base pulsionale e motivazionale per una lotta che ristabilisca le condizioni minime di riconoscimento reciproco.

Mauro Peroni

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