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Vendere le aziende ai cinesi? Perché sì

Francesca Spigarelli

Francesca Spigarelli

Inserito come un dialogo virtuale nel volume appena pubblicato dalle edizioni Olivares ‘La Cina non è ancora per tutti‘, il contributo di Francesca SpigarelliGli investimenti cinesi in Italia‘ (scritto a quattro mani con Thomas Rosenthal) risponde a molti degli interrogativi di tipo finanziario che molto probabilmente si stanno ponendo alcuni imprenditori italiani, persino in questo agosto soffocante, nei confronti del colosso cinese. Vendere o non vendere il proprio brand ai cinesi? Continuare a tirare la carretta da soli, con il gravame delle banche sul collo, o cedere alla grande tentazione di alleggerire l’indebitamento imprimendo una svolta internazionale al proprio business?

Spigarelli (43 anni), che insegna Economia Politica e Manageriale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Macerata, e dirige il Centro di ricerca China Center dell’ateneo, non ha dubbi sul fatto che per supportare le imprese italiane, l’ingresso di capitali cinesi rappresenti un’ancora di salvataggio. Nell’intervista che segue, in esclusiva per L’Indro, la studiosa ce ne illustra i motivi.

Il punto è che, nell’ambito della politica del ‘Go Global‘ (che dall’inizio del nuovo Millennio è giunta a un’altra nuova fase programmatica), le ricche banche cinesi hanno ricevuto da Pechino l’input di fare crescere le piccole e medie imprese del Paese, e di farlo soprattutto sostenendo le loro attività di acquisizioni e partnership all’estero. Le aziende candidate al sostegno delle banche cinesi sono di diversi tipi, ma è noto che l’ultima tendenza degli investimenti cinesi all’estero è quella di concentrarsi meno sugli idrocarburi e sulle risorse naturali (come fu all’inizio del Go global) e più sull’elettronica, l’agroalimentare, la ristorazione e la farmaceutica. Eccola qui, allora, la grande occasione per l’Italia, ma questa volta è il turno delle Pmi.

Con la politica del ‘Go Global’ gli investimenti cinesi in Italia sono in crescita?

Il nostro Paese, praticamente assente tra le destinazioni cinesi sino a un decennio fa, si è reso protagonista negli ultimi anni di una attenzione crescente da parte cinese. Lo spostamento d’interesse dalle materie prime alle tecnologie, al know how e ai marchi, ha fatto divenire l’Italia una delle mete più interessanti per il Go Global.

Si aspetta una vera e propria ondata d’investimenti cinesi, così com’è avvenuto in altri Paesi fuori dall’Europa?

L’ondata è pienamente in corso. E dopo l’offerta su Pirelli è ancora più chiaro come la Cina stia sistematicamente investendo nel nostro Paese, quale meta prioritaria in Europa. Un cambiamento nei numeri si riscontra già dal 2014, tanto che si può parlare dell’anno scorso come dell’anno d’oro degli investimenti cinesi in Italia. Sia come investimenti di portafoglio, sia come investimenti diretti esteri.

Vogliamo dare le cifre?

Gli investimenti diretti nel 2014 sono quattro volte superiori rispetto al picco del 2011, cioè circa 887 milioni di dollari (670 milioni di euro), mentre gli investimenti di portafoglio (o mobiliari) sono pari a circa 3,7 miliardi di dollari (2,8 miliardi di euro).

Gli imprenditori cinesi decisi a fare affari in Italia vogliono soprattutto i nostri marchi di prestigio?

Non direi solo i marchi, ma anche know how e competenze, conoscenze distintive, tipiche del made in Italy.

Per una Pmi italiana è ‘facile’ attrarre un investitore cinese?

No, non è facile. Se l’azienda è piccola, rendersi visibile in modo autonomo è sicuramente complesso. E’ invece sicuramente opportuno utilizzare il supporto delle istituzioni e di professionisti affidabili per essere inseriti tra i potenziali target delle imprese cinesi.

Con quali caratteristiche aziendali ci si dovrebbe presentare?

Direi innanzitutto con la presenza di un prodotto o di un processo produttivo in cui l’impresa eccelle per visibilità del marchio, tecnologia e conoscenze incorporate.

Un imprenditore cinese accetterebbe di non essere il detentore della quota di maggioranza di un’azienda?

Generalmente l’investitore cinese acquisisce il controllo al 100 per cento o in maggioranza assoluta. Ritengo molto complesso, sul piano anche della gestione quotidiana, una partnership per una condivisione del controllo.

C’è un modo di cogliere i lati positivi dell’opportunità di fare affari con i cinesi, salvaguardando il nostro ingegno?

Dalla mia esperienza di studio e analisi di casi di acquisizione, quello che emerge è il grande interesse degli investitori cinesi a mantenere il più possibile l’italianità dell’impresa, le persone, i processi interni, le competenze sedimentate. Proprio perché ciò che si acquista è un bagaglio di asset intangibili che andrebbe completamente disperso e dissipato se, dopo l’acquisizione, l’impresa cinese imponesse una ‘conversione’ nello stile di gestione e nelle modalità operative di conduzione del business.

E’ tutto solo positivo, allora? Nessuna incognita?

L’incognita principale è la capacità delle imprese cinesi di gestire le aziende acquisite in modo efficace e coerente con le logiche di business occidentale. Oltre a dover favorire la massima integrazione tra culture, stili di vita, modalità di lavoro differenti, i cinesi devono essere in grado di assorbire e fare propri i modelli di gestione occidentali, con cui poter affrontare i mercati europei e mondiali. Le fasi pre-acquisizione, la programmazione dei processi d’integrazione di risorse umane e strumenti gestionali divengono momenti critici della crescita dell’azienda acquisita e del valore dell’equity aziendale.

Fare affari con i cinesi apre anche le porte del loro mercato interno?

Il lato positivo di fare affari con gli investitori cinesi è sicuramente quello di trovare uno sbocco immediato nel mercato cinese per i prodotti dell’impresa italiana. La penetrazione del mercato più grande del mondo diviene immediata.