Home Editoriale luglio 2015 Quando l’istruzione serve la società

Quando l’istruzione serve la società

Quando l’istruzione serve la società

Piergiacomo Severini

di Piergiacomo Severini *

“Tutto quel che la società ha compiuto per se stessa è posto, mediante l'istruzione, a disposizione dei suoi membri futuri”. Quando nel 1899 il pedagogo e filosofo John Dewey scrive Scuola e società, prima opera della sua vasta produzione legata all’educazione, si avvia per il pensatore un lungo e fruttuoso cammino, destinato a influenzare l’opinione delle generazioni a venire, nonché a indirizzare l’istruzione  verso una formazione attenta alla pratica e al carattere individuale, più che alla semplice teoria. Indubbiamente Dewey si è interessato principalmente ai primi livelli di istruzione, ma che significherebbe estendere il suo contributo anche agli ultimi passi nella formazione dell’individuo, prima del salto nel mondo del lavoro? In quest’ottica, cosa dovrebbe succedere quando, finiti gli studi di livello superiore, lo studente sceglie cosa vorrà fare della propria vita, alla luce di interessi, spunti, affinità, percorsi, emersi in circa quindici anni di scuola?

Sono Piergiacomo Severini, studente ormai giunto alla fine del proprio quinquennio di studi universitari. Dopo aver conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Scientifico Cambi di Falconara Marittima nel 2011, mi sono immatricolato al Corso triennale in Filosofia dell’Ateneo maceratese. Laureatomi nel 2014 in Filosofia morale, ho scelto di proseguire gli studi a Macerata, iscrivendomi lo stesso anno al Corso di Laurea magistrale in Scienze filosofiche. Da poco più di un mese ho dato l’ultimo esame, conto di laurearmi per marzo 2016, con l’ultimo appello dell’anno accademico 2015/2016.

Alla luce dei quattro anni trascorsi nel mondo universitario, credo di potermi servire della mia esperienza per dare una risposta all’interrogativo, o forse meglio alla sfida, lanciata da Dewey. Nell’estate del 2011, finiti gli esami di maturità, muovevo i miei primi passi in una zona d’ombra di cui, fino a quel momento, avevo solo sentito parlare; nell’ultimo anno di Liceo ci avevano portato a visitare qualche Ateneo, ci avevano procurato informazioni, dato consigli, insistito a più riprese che era importante cominciare a pensare al futuro. L’università appariva, tuttavia, come qualcosa di lontano, chiuso, incerto. Munito della sola passione per la filosofia, nata forse inconsapevolmente ancor prima della scelta del Liceo, avevo deciso il mio percorso di studi, avevo lasciato casa e famiglia, e mi ero trasferito in una città di cui non conoscevo nulla, un grosso cambiamento per uno che faceva fatica a prendere un autobus per andare a trovare qualche amico un po’ più lontano.

Sono stato indubbiamente fortunato perché, se sto per finire i miei studi e se ho superato tutte queste difficoltà, lo devo solo al modo in cui la mia originaria passione è stata coltivata, accresciuta, affinata. Posso ora affermare con certezza, confrontandomi con amici che in questi giorni stanno finendo gli studi superiori, che il senso di insicurezza verso l’approccio all’università non è dato tanto dalla disinformazione, come credevo, quanto dal profondo cambiamento che avviene nel passaggio da un livello a quello successivo. Entrare nell’università non è come passare dalle elementari alle medie, o dalle medie alle superiori; iscriversi all’università significa iniziare già una vita tua, acquisire indipendenze, entrare senza preavviso in quel mondo che la scuola ti aveva descritto solo nella teoria. Organizzare gli impegni, gestire le tue cose e le tue finanze, mantenere i rapporti nonostante la distanza, pianificare, sono tutte azioni che fino alle superiori senti nominare dai genitori, che vuoi provare, che desideri conquistare, bramando la maggiore età. Viverle è però un’altra cosa.

Quando torni a casa dopo 8 ore di lezioni e vorresti buttarti sul letto, e invece devi pulire la casa, o uscire per comprare qualcosa da mangiare; quando almeno la sera vorresti svagarti e uscire con gli amici, e invece devi rimanere a casa perché non puoi permetterti quello che vuoi, non potendo sottrarre tempo allo studio per cercare lavoro; quando vorresti essere da qualche parte e sei stanco, ma invece devi tornare all’università per un esame, o per lezioni obbligatorie, o seminari a cui non puoi mancare; in tutte queste situazioni, se non c’è la passione e, soprattutto, se la tua passione non viene debitamente valorizzata, non c’è volontà che tenga, non c’è modo di proseguire gli studi proficuamente. Sta qui allora la mia grande fortuna: aver trovato, nell’università maceratese, una realtà capace di sostenermi, di ripagare abbondantemente tutti gli sforzi, per mezzo di soddisfazioni che altrimenti non avrei potuto avere. Sono convinto che in ciò risieda la differenza tra me e tanti conoscenti, più o meno stretti, che hanno abbandonato il loro percorso universitario, o lo hanno finito a stento, paragonandolo più a una prigionia che a un’occasione di crescita.

A ciò, non si deve dimenticare di aggiungere il grosso insegnamento di vita, più che di conoscenza, che i professori, che ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare, mi hanno trasmesso. Quando scegli di fare filosofia, non ti aspetti certo di acquisire competenze pratiche in uno specifico settore, o di collezionare riconoscimenti, certificati, abilitazioni da aggiungere al tuo curriculum. Nonostante ciò, chi esce da una formazione filosofica, almeno da una ben curata come la mia, non risulta sfavorito rispetto a chi ha modo di perfezionare le proprie abilità pratiche: entrare nella filosofia ti dà modo di acquisire una capacità trasversale, un pass par tout capace di aprire le porte del miglioramento in qualsiasi altra pratica, ovvero la capacità di problematizzare, cogliere che l’obiettivo raggiunto è sempre la premessa di un passaggio ulteriore, perché la realtà non è mai necessariamente nel modo in cui si mostra, né è tale in maniera definitiva.

Qui sta il valore aggiunto dell’università, il vero guadagno rispetto alla formazione scolastica: se anche la filosofia rappresenta forse la quintessenza della problematizzazione, ogni percorso universitario è capace di insegnarci a mettere in discussione quello che impariamo, lo richiede proprio come requisito, perché solo la formazione universitaria ti permette di studiare e riflettere su quello che stai già vivendo, di vivere quello che stai studiando, attraverso la guida di docenti che non sono più soffocati dal programma da seguire e possono dunque coltivare la tua disposizione. Quando si instaura questo circolo virtuoso, il primo bisogno che si sente è quello di rinnovare tale circolo, di estenderlo e usare quanto acquisito per trasmettere il servizio ricevuto a quante più persone possibile. Ho iniziato l’anno scorso, e continuerò nei prossimi anni, una collaborazione con l’UNITRE di Falconara, l’unico modo che ho al momento per testimoniare, nel mio piccolo, la ricchezza ricevuta, per mettere a disposizione della posterità attraverso l’istruzione, direbbe Dewey. Credo che Dewey potrebbe essere soddisfatto del valore pratico di una formazione del genere, ma credo soprattutto che sarebbe soddisfatto della formazione che l’università di Macerata mi ha permesso di ricevere.

* Miglior laureato con lode 2014 / Dipartimento di Studi umanistici

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