Recensione “Santa Giovanna la Pazza”

02/05/2016.

In questa non facile contemporaneità, è necessario riflettere sulla sopravvivenza dell’evento, quando un evento si dà. Lessicalmente la parola che lo definisce\‘evento’ si può dire sia addirittura inflazionata. Pare che al giorno d’oggi si sia sommersi da eventi, al punto di averne perso il senso profondo, qualcosa cioè che avviene in modo forte, in una congiunzione speciale, rara, tanto da segnare un momento, un tempo, addirittura un’età. Qualcosa di indelebile. Dopo del quale non è possibile continuare ad agire come se esso non fosse avvenuto.

Di un evento in tal senso dobbiamo parlare nel segnalare uno spettacolo che Unifestival ha avuto la fortuna di ospitare nel suo calendario 2016. Si tratta di Santa Giovanna la Pazza, un melologo di Allì Caracciolo che ha segnato un traguardo estremo, oltre il quale sembrerebbe che il teatro non possa più andare.

Il 28 di aprile, nello spazio teatrale voluto da Filippo Mignini nel Dipartimento di Studi Umanistici della Università di Macerata strutturando l’aula didattica “Shakespeare” in vero spazio scenico, si è consumato un rito che ha lasciato tutti gli spettatori attoniti e come scrive Aristotele, sconvolti da «pietà e paura».

Paura nel senso di una sorta di horror sacer, quella che si prova a fronte delle terribili vocalità dell’interprete, Maria Novella Gobbi, nelle quali muovono ed emergono, come elementi cosmogonici, la voce del suo giudice al processo, le voci che la attraggono e guidano, le voci della folla urlante, della malia e del Demone, quelle della follia e della morte, gli uccisi e gli uccisori, le voci del male e quella dell’Angelo che lo combatte, in un incastro melodico e sinfonico dello strumento vocale, utilizzato in tali modalità inusitate, con gli strumenti dei due musicisti, Adriano Taborro e Andrea Del Signore, e delle loro emozionanti sonorità; un impasto che precipita lo spettatore in un vuoto cosmico e lo lascia in una ipnosi attraverso la quale sente di percepire l’infinito.

Pietà per l’accorato riflettere del personaggio sulla esistenza e sulla storia, alla ricerca disperata e patetica non solo di una risposta agli interrogativi ultimi dell’essere e alla incoercibile necessità del ricongiungimento con se stessi, ma anche alla irriducibile potenza del male e della violenza.

Si auspica che nella prossima rassegna di Unifestival 2017 lo spettacolo venga riproposto e ci consenta ancora di credere nella sopravvivenza della Bellezza, quale forza dell’umana presenza sulla Terra.

Cs. n. 056/2016

Questa pagina è stata aggiornata il 15/06/2016