Dalle origini a oggi


Ampio, e talora aspro, è stato il dibattito tra gli storici riguardo alle origini dello Studium Generale maceratese, che sarebbe stato fondato secondo alcuni da Papa Niccolò IV sin dal 1290 e secondo altri, invece, solo nel 1540 da Papa Paolo III Farnese. Ora, è certo, in quanto ampiamente documentato, che nel settembre del 1290 il Comune di Macerata, il quale come gli altri Comuni della Marca godeva del favore del Pontefice regnante Niccolò IV, marchigiano, emanò bando secondo cui: «
Quicumque vult ire ad studium legis, vadat ad dominum Giuliosum de Monte Granario qui permanet ad dictam Maceratam quia ibi retinet Scholam, qui intendit incipere in die festo b. Luce proxime venturo».

Ma appare assolutamente da escludere, allo stato delle fonti documentarie, che il bando si fondasse sulla Bolla di Niccolò IV istitutiva di uno Studium Generale, come invece sostenuto in passato da una serie di studiosi senza però che sia mai stato loro possibile fornire dimostrazione alcuna né documentale né indiretta di quanto affermato.
Stando alle fonti disponibili, può dunque ritenersi che nel 1290 sorse in Macerata non uno Studium Generale, ma una scuola di diritto retta da un maestro privato, non abilitata alla concessione di gradus doctorales, la quale peraltro, a differenza della gran parte di consimili scuole del tempo, meramente private, fu avviata ed operò sotto l’egida del Comune onde ebbe in sé caratteri pubblicistici.
Il bando fu fatto diffondere, a cura del Comune di Macerata, in numerosi Comuni della Marca, come risulta dalle attestazioni notarili pervenuteci ed inerenti le avvenute pubblicazioni nelle singole località. Ma sono, bando e relative attestazioni, i primi ed al contempo gli ultimi documenti inerenti la scuola di diritto, onde null’altro di essa sappiamo se non che venne come sopra istituita e che, presumibilmente, iniziò a funzionare: se, e per quanto durò nel tempo non siamo in grado di conoscere attraverso fonte documentaria alcuna.
Qualche dato in ordine alle questioni sin qui viste può trarsi dal Breve emanato da Leone X il 28/5/1518 sulla base di relatio e supplicatio al Pontefice del Vescovo Pietro Flores, luogotenente del Cardinale legato della Marca, con cui si autorizzava il Collegio degli avvocati curiali di Macerata a conferire gratis il gradus doctoralis a giovani poveri della Provincia.
L’intervento papale venne infatti sollecitato sulla base della circostanza che molti erano gli scolares pauperes della Marca i quali si recavano presso varia gymnasia della Provincia dedicandosi con profitto allo studio dell’utrumque ius ma non potevano affrontare le spese necessarie per recarsi presso Studia Generalia al fine di addottorarsi. E’ dato da ciò presumere - ed è il primo elemento ricavabile dal Breve - che almeno uno di quei gymnasia fosse anche a Macerata (tanto più che a Macerata esisteva il Collegio dei dottori curiali, detto di Santa Caterina, i cui membri, in quanto tali, erano in grado di insegnare diritto) e potesse essere continuazione, diretta o indiretta, della scuola di Giulioso.
D’altro canto il Pontefice stabilì che a seguito del superamento dell’esame di laurea - da svolgersi iuxta stilum Studiorum Generalium - i laureati avrebbero goduto di tutte le prerogative ed i privilegi “quibus in utroque iure huiusmodi in proximiori Marchiae huiusmodi Universitate iuxta illius mores et ritum graduati gaudent”. Ciò sta a significare - ed è il secondo dato - che a Macerata non esisteva uno Studium Generale perché altrimenti proprio questo il Pontefice avrebbe indicato come punto di riferimento, e non certo l’Universitas proximior Marchiae.
Il Breve di Leone X risolveva solo in minima parte il problema della gioventù maceratese desiderosa di addottorarsi, dato che teneva fuori dalla sua sfera di applicazione proprio i membri del ceto più abbiente, cioè quello che governava la città, i quali dovevano continuare a recarsi, per conseguire il grado dottorale, presso Studia lontani e non sempre agevolmente raggiungibili.
Il momento propizio per tentare di avere a Macerata uno Studium Generale si profilò per il Comune allorché divenne Papa Alessandro Farnese (Paolo III), che per anni, agli inizi del ‘500, era stato a Macerata quale Legato della Marca ed aveva tenuto e continuava a tenere con la città ottimi rapporti, così come l’omonimo nipote Cardinale, il quale in effetti interpose il suo interessamento riguardo alla questione. Reiteratamente quindi il Comune, non appena asceso il Farnese al soglio pontificio, avanzò al Pontefice, tra il 1534 e il 1540, suppliche volte ad ottenere l’erectio dello Studium.
Le trattative con la Curia romana vennero condotte da delegati plenipotenziari del Comune e nella primavera del 1540 pervennero a conclusione, e il Pontefice, con la bolla 1/7/1540 “In eminenti dignitatis Apostolicae”, diede luogo alla fondazione in Macerata di “Generale Studium cujuscumque facultatis et scientiae licitaeal contempo disponendo, con altra Bolla in pari data diretta a vari Vescovi della Marca, che essa venisse dai medesimi pubblicata e fatta osservare. Immediatamente il Comune, che versava in condizioni economiche tutt’altro che floride, si preoccupò di reperire fondi per il funzionamento dello Studium, sia invitando a contribuire le altre Comunità della Marca (ma solo poche di queste aderirono), sia deliberando l’aumento di una serie di gabelle. D’altro canto, e sin dal 6 Settembre, esso provvide alla nomina dei primi lettori stabilendo che l’anno scolastico iniziasse il successivo 18 Ottobre.
In effetti così fu, tanto che il 27/11/1541 venne conferita la prima laurea, in utroque, ad un orvietano, Giuseppe Abiamontani: e da allora ad oggi l’Università di Macerata, a parte una brevissima pausa in epoca napoleonica di cui si dirà, ha operato e continua ad operare ininterrottamente. Sin dall’inizio, e per secoli, lo Studio venne governato: dal Consiglio di Credenza della città, specie per tutto ciò che comportasse particolari impegni di spesa; da delegati di questo, in numero di quattro o cinque, chiamati reformatores ac gubernatores Studii, che si occupavano in via principale delle chiamate dei lectores; dai collegi dottorali - che via via e nell’ordine si vennero formando - dei legisti, dei doctores artium ac sacrosanctae medicinae, dei teologi, i quali, come previsto nella bolla istitutiva, autoregolamentavano il proprio funzionamento e disciplinavano quello delle tre facultates attraverso promulgazione di statuta, poi sottoposti all’approvazione del Consiglio di Credenza.
Il cerimoniale di laurea si svolgeva dinanzi ai singoli Collegia e si articolava in due sedute aventi luogo presso il Palazzo comunale e/o in Duomo, presiedute dal Vicario del Vescovo ovvero, ma assai raramente, dal Vescovo stesso.
Nella prima si aveva l’assegnazione al candidato dei puncta da discutere, effettuata col sistema “ad apertura di libro”; nella seconda, di regola il giorno successivo, il laureando sosteneva il vero e proprio esame discutendo i puncta stessi con i vari membri del Collegio.
A differenza di quanto accadeva presso altri Studia coevi, la presenza del Vescovo o del suo Vicario era puramente rappresentativa: essi intervenivano, infatti, su delega permanente all’uopo conferita dal Comune e, una volta superato l’esame da parte del candidato nella seconda seduta, Vescovo o Vicario “vires suas transferebat in promotores, dando eisdem et concedendo licentiam doctorandi” il candidato. La laurea, insomma, attraverso il complesso sistema di delega e subdelega, finiva per essere conferita dal Comune.
Non essendoci pervenuto - probabilmente per non essere mai esistito - un registro delle matricole, è impossibile conoscere il numero degli studenti che frequentarono lo Studium durante il suo lungo periodo ‘comunale’, vale a dire dal 1540 al 1824 (con interruzione nei tempi napoleonici dal 1808 al 1816 a seguito dell’unione delle Marche al Regno Italico e soppressione dell’Università, in luogo della quale veniva istituito un Liceo con talune Scuole speciali).
Diversamente è a dire per il numero degli addottorati in quel periodo, in quanto i relativi acta graduum, perfettamente conservati nei secoli nell’archivio comunale (oggi reperibili presso l’Archivio di Stato di Macerata) testimoniano l’assegnazione di 4889 dottorati nel lasso di tempo indicato (ma non furono solo altrettanti i laureati nella città di Macerata, in quanto in numero forse maggiore di quelli che si laurearono in utroque presso lo Studium si addottorarono ‘in entrambe le leggi’ presso il Collegio dei Dottori curiali, al quale Sisto V concesse nel 1585, generalizzando la portata del Breve di Leone X sopra visto, il privilegio di addottorare non più solo gli studenti poveri, ma chiunque lo desiderasse).
Al ripristino post-napoleonico dello Studium, avvenuto con provvedimento 23/8/1816 di Papa Pio VII e relativo regolamento di attuazione redatto dal Vescovo Strambi, seguì periodo di gravi difficoltà dello Studium medesimo dovute in via principale alle estreme ristrettezze economiche in cui versava il Comune di Macerata, finché si pervenne al riordino di tutte le Università dello Stato pontificio con la bolla “Quod divina sapientia” di Leone XII del 28/8/1824, dalla quale Macerata venne inserita tra le Università secondarie.
Per queste la Bolla disponeva inter alia che: le cattedre fossero almeno 17; previamente rispetto al conferimento di lauree ed altri gradi dovesse aversi ispezione della Congregazione degli Studi; Preside, col titolo aggiuntivo di Cancelliere, dovesse essere il Vescovo, con funzioni sia amministrative sia giurisdizionali, quest’ultime inerenti la repressione dei crimini commessi all’interno dell’Università da punirsi con pena massima di un anno di carcere; il Cancelliere venisse affiancato da un Rettore, nominato dal Papa su proposta della Congregazione, con compiti inerenti specialmente l’organizzazione ed il buon andamento degli studi; dovessero esserci presso ogni Università quattro Collegi, teologico, legale, medico-chirurgico e filosofico; venisse nominato dalla Città un amministratore con stipendio a carico della medesima; potessero conferire lauree nonché baccellierato e licenza in discipline teologiche, legali e filosofiche, ma solo baccellierato e licenza in quelle mediche e chirurgiche, la facoltà di laureare in queste ultime essendo riservata alle due Università primarie, cioè Roma e Bologna.
L’Università di Macerata divenne così pontificia, vale a dire di Stato, dopo essere stata comunale per secoli. Avutasi con esito positivo l’ispezione della Congregazione, e malgrado il perdurare di gravissimi problemi finanziari inducenti addirittura rischio di chiusura, lo Studium risultò congruamente organizzato e l’anno scolastico 1825/26 venne inaugurato con solennità. C’erano 4 Facoltà (con 20 cattedre): teologia, legge, medicina e chirurgia, filosofia nonché tre gabinetti (di fisica, storia naturale, anatomia e patologia), un laboratorio di chimica e farmacia, un orto botanico cui fu annesso anche un gabinetto di agraria, insegnamento tenutosi per qualche anno e da poco cessato ma che sarà ripristinato nel 1859.

Ma già allora erano in via di decantazione i moti risorgimentali, dei quali l’Università si fece eco: gli studenti tumultuavano contro l’autorità pontificia e molti di essi si fecero militi della Guardia Nazionale; numerosi professori si schierarono dalla loro parte e taluni, come il celebre medico Francesco Puccinotti, perdettero la cattedra nel 1831, anno in cui per conseguenza del tutto l’Università fu chiusa, così come una seconda chiusura si ebbe nel 1849, con ulteriore destituzione di professori di fama o loro sospensione.
L’anno successivo l’Università venne riaperta, ma ne vennero chiuse le porte a coloro che potevano essere sospettati di non avere “condotta per ogni rapporto incensurabile”: taluni non furono ammessi, altri sottoposti a speciale vigilanza.
L’Università pontificia continuò a vivacchiare, fra mille difficoltà, sino al 1860, allorché si ebbe l’annessione delle Marche al Regno d’Italia. Lorenzo Valerio, nominato commissario regio per le Marche, con decreto 2/11/1860 promulgò la legge Sarda detta “legge Casati” demandando al potere esecutivo l’esecuzione del titolo sull’istruzione superiore.
L’Università di Macerata si affaccia alla vita di Regia Università con le solite Facoltà (esclusa Teologia, soppressa dallo stesso Valerio) e una Scuola di agrimensura, alle quali di lì a poco vengono aggiunte la Facoltà di Farmacia e una Scuola di Notariato.
A differenza delle altre due Università Marchigiane, che chiesero ed ottennero di diventare libere, quella di Macerata preferì rimanere statale: ma lo Stato, specie sotto il profilo finanziario, la trascurò totalmente, talché, soppressa nel 1862 anche la Facoltà medico-chirurgica (della quale sopravvissero per breve stagione corsi speciali in farmacia, ostetricia e chirurgia minore, ai quali venne aggiunto nel 1868 un corso preparatorio di veterinaria, soppresso di lì a poco con Farmacia) dopo che le altre erano andate gradualmente scomparendo, restò solo la Facoltà di legge, con pochi studenti, pochi libri, pochi mezzi, pochi docenti: la soppressione dell’Università sembrava ormai ineluttabile.
Ma, com’è stato icasticamente scritto, “è a questo punto che avviene il miracolo”: per scongiurare quella soppressione e facendosi portatori delle istanze dei cittadini, intervennero con validi sussidi, dando opera concreta e decisiva per la rinascita dell’Università, prima il Comune e poi, dal 1869, anche la Provincia, finché fra questi due enti e l’Università si costituì nel 1880 un Consorzio, approvato con R. D. n. 5236, provvedimento attraverso il quale: l’Università veniva classificata di second’ordine; lo Stato continuava a versare il suo contributo annuo; si riconosceva che era la legge Casati a governarla. Fu, insomma, il Consorzio a salvare l’Università e a rimetterla in grado di ben funzionare. Dopo vari tentativi presso il Governo, l’Università ottenne con legge del 1901, a seguito dell’aumento dell’originario contributo da parte di Comune e Provincia e prolungamento della durata del Consorzio, il pareggiamento con quelle di prim’ordine.

Nel 1923 la riforma Gentile ripristinò la distinzione fra Università maggiori e minori, classificando quella di Macerata tra le seconde.
Nel 1924, con R. D. n. 1676, il benemerito Consorzio venne abolito ma Comune e Provincia continuarono ad elargire i loro contributi autonomamente, poi stipulando, nel 1929, convenzione per il mantenimento dell’Università con lo Stato e la locale Cassa di Risparmio.
Nel 1928 vengono fondati l’Istituto di Esercitazioni Giuridiche, ancor oggi esistente e la Scuola di perfezionamento in diritto agrario, che però venne soppressa dopo pochi anni. Nel 1936 l’Università ottenne la parificazione finanziaria con gli Atenei maggiori, passando alla categoria A.
Ma di lì a poco la guerra, le vicende politiche, il crollo della lira nel mentre i contributi dello Stato, della Provincia e del Comune rimanevano consolidati nelle stesse cifre degli anni ’30 determinarono ancora una volta seri e pressanti problemi di sopravvivenza.
Non si riuscì nemmeno a tirare avanti i lavori di costruzione della Casa dello Studente, iniziati nel 1942 e potuti ultimare solo sul finire degli anni ‘50, grazie a contributo del Ministero, con trasformazione della medesima in Collegio Universitario denominato “Bartolo da Sassoferrato” (più volte poi, ed anche da ultimo integralmente ristrutturato). Radicale svolta positiva si ebbe agli inizi degli anni ’60 con il rettorato di Giuseppe Lavaggi. Egli sagacemente si mosse in duplice direzione: per un verso operò presso gli organi centrali al fine di ottenere l’istituzione di nuove Facoltà; per altro verso sollecitò il coinvolgimento, soprattutto del Comune ma anche di altri enti locali, nel potenziamento e quindi nel rilancio dell’Università: i frutti non tardarono a venire.
Il Comune già nel 1961 deliberò l’assegnazione gratuita all’Università dei locali attigui alla antica Sede della medesima adibiti a scuola elementare, attraverso la cui ristrutturazione (in una con quella dell’anzidetta sede), subito messa in opera su progetto dell’arch. Luciano Giovannini di tal pregio che ha ridato dignità al complesso tardo seicentesco dell’ex Convento dei Barnabiti e prestigio alla vetusta sede, l’Università risolse il problema della precedente assoluta inadeguatezza degli spazi. Altrettanto il Comune fece con riguardo a locali, sempre attigui alla sede, il cui utilizzo permise di dar vita all’Istituto di medicina legale, che ben presto divenne - com’è ancor oggi - fondamentale punto di riferimento, non solo regionale, nell’ambito delle indagini medico-legali e tossicologicoforensi.
D’altro canto, nell’ottobre 1964 il Capo dello Stato approvò e rese esecutiva la convenzione posta in essere tra Università e Comune, Provincia, Camera di Commercio per l’istituzione della Facoltà di Lettere e Filosofia, articolata nei tre corsi di laurea in lettere, filosofia e letterature straniere moderne, subito avviati e di lì a poco trasferiti in prestigioso palazzo restaurato (oggi destinato alla Facoltà di Scienze sociali e della comunicazione), adiacente l’antica sede, rompendosi per tal via una stasi che da 85 anni sembrava immodificabile ed ormai esiziale.
Così preso avvio, il potenziamento dell’Università, grazie anche alla capacità dei Rettori che si sono succeduti - tra i quali da tal punto di vista spiccano Antonino Di Vita e Attilio Moroni prima, Alberto Febbrajo e Roberto Sani poi - è incessantemente proseguito e tuttora è in pieno progresso. Giova ricordarne le tappe fondamentali.

Nel 1969 viene avviato, all’interno della Facoltà di Giurisprudenza, il Corso di Laurea in Scienze Politiche poi, nel 1990, trasformato in Facoltà con due Corsi di laurea: Scienze Politiche ed Economia bancaria, finanziaria e assicurativa, quest’ultimo divenuto nel 2001 Facoltà di Economia. Nel 1996 è stata istituita la Facoltà di Scienze della formazione, attivata a partire dall’anno accademico 1998-99. Dal 1° novembre 2004 è stata attivata la Facoltà di Scienze della Comunicazione, istituita nei mesi immediatamente precedenti.

Attualmente l’Ateneo di Macerata, per le proprie vicende storiche svolge un ruolo assolutamente singolare. I suoi Dipartimenti e le sue Scuole costituiscono un insieme omogeneo, specificatamente umanistico, nel quale docenti e studenti possono quotidianamente trovare comuni interessi culturali e motivi di dialogo, nello spirito di una vera universitas studiorum.
I corsi attivati coprono le seguenti aree: giuridica, letteraria e filosofica, dei beni culturali, delle scienze politiche, delle scienze economiche, delle scienze dell’educazione e delle scienze della comunicazione.
Questa pagina è stata aggiornata il 21/08/2014