Tra la l’informazione falsa e l’informazione, lo sforzo è impari
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Non c’è bisogno di dare false notizie per costruire una falsa informazione. Alcune volte basta dare notizie parziali. Altre volte proporne solo opinioni conformi o ridicolizzare quelle contrarie. Oppure si procede più di fino e si esegue la seguente ricetta.
E’ sufficiente prendere un fatto nudo e crudo e stringergli attorno nell’ordine: 1)l’opinione di un lacchè del governo; 2)una contro-replica/auto-gol del capo dell’opposizione; 3)la battuta -allusiva ma en passant- del premier al congresso annuale della lega del passero di pianura; 4)un parere del motociclista che vince tutti i premi e un’altro dello psicologo più alla pàge del momento; 5)una puntatina di interviste alle signore che fanno la spesa al mercato con domande sul genere : vuoi più bene alla mamma o al tuo nemico?
A questo punto la notizia è già bella che confezionata, godibile e falsa come un bacio a tradimento. Inanellando una dietro l’altra queste perle tattiche, si ottiene di serrare il fatto in un collare di significato, più stretto di un boa in ansia attorno a un collo, soffocante al punto di riuscire a strizzare dal fatto qualsiasi cosa si voglia fargli dire. Non importa più che i contenuti di ogni singolo elemento della serie tendano a questa o a quella conclusione. E’ l’esito complessivo del pacchetto completo che fa testo, conta l’impatto finale sull’opinione della massa dei fruitori, la sensazione che lascia sulla pelle indifferenziata del pubblico. Orientare i lettori, i telespettatori, i consumatori verso un certo determinato giudizio, insomma, è la risultante di una somma di fattori, alcune volte completamente estranei ai fatti in se stessi. Anzi, quanto più gli ingredienti sono qualunquisti, generici, grossolani, meglio li si potrà lavorare per la resa finale. Meno spessore hanno, più neutrali e meno sospetti riusciranno a risultare al pubblico. Più sono di superficie, meno faranno pensare, ragionare, criticare. Più sono uguali a quelli di tutte le altre informazioni, comprese quelle di ieri e quelle di domani, meno daranno occasione a chicchessia di indignarsi.
Tutto sommato un lavoretto semplice. In fondo, falsificare i fatti e i loro significati oggi, nella comunicazione, è facile. Lo sa bene chi frequenta internet. E’ un’attività che non richiede grosse competenze. E’ sufficiente aver mandato giù a memoria la formuletta di cui sopra, saper mescolare, anteporre,posporre. In fondo è un po’ uno spreco tutto questo prosperare di professionisti dell’informazione e dell’approfondimento nelle redazioni. Se il lavoro è questo, diciamocelo, è un gioco da ragazzi. Certo, ha una sua rilevanza che gli altri, i colleghi in particolare, sappiano stare al gioco o perlomeno fare finta di niente. Forse non proprio tutti ma almeno la maggioranza. Pazienza se c’è qualcuno che non ci sta; qualcuno fuori dal coro c’è sempre e alla fine è un buon corollario al tutto, come l’eccezione che conferma la regola.
Elaborare un’informazione capace di lasciar emergere i fatti, di raccontarli sotto una luce più contestuale, di farli parlare di per se stessi, di lasciar loro sprigionare il potenziale di significati e di giudizio che essi già contengono e non di piegarli alle interpretazioni, di saperli collegare, lasciare che si illuminino a vicenda è invece tutt’altra storia. E’ un lavoro faticoso, difficile, rischioso talvolta. Richiede tempo. Comporta lo studio del durante e del prima, lo sforzo di documentarsi e di rintracciare i testimoni, la cura di selezionare gli elementi, la capacità di raccontarli, l’abilità di collegarli, la libertà di valutarne tutte le altre interpretazioni. Talvolta richiede inequivocabilmente una vicinanza fisica ai luoghi e alle situazioni, una presa diretta sull’accaduto e sul contesto, rischi compresi. Esige un minimo di onestà intellettuale, di flessibilità mentale, di desiderio comunicativo. E di ansia per il cambiamento. Perchè tutto si può dire tranne che il mondo vada bene così.
Se questa lettura dello stato delle cose non è completamente fuori strada allora mi viene il dubbio che il criterio con cui gli editori compongono le loro redazioni non sia quello della qualità investigativa e comunicativa del giornalista. La vera qualità, nell’informazione mainstream di questo inizio secolo è quella di saper cavalcare l’onda.
Una notizia si può dunque falsificare, nel far scomparire definitivamente un fatto dalla scena, o autenticare, nell’illuminare il fatto che si racconta fino a renderlo visibile a chi non c’era e interpretabile con libertà ma con coerenza. Tra le due attività c’è di mezzo il mare. Lo sforzo è impari. Non c’è paragone di sorta tra la professionalità, la capacità, il coraggio e la ricerca che richiede il giornalismo vero rispetto al giornalismo di sistema. Falsificare i fatti è come l’esecuzione più o meno fedele di uno spartito già scritto. Farne una vera notizia è come ricomporlo quello spartito, riportarlo a com’era realmente, con pazienza, con tenacia, con fedeltà.
Chi ci salverà dal telegiornale della sera?
Giampaolo Paticchio (www.giampatic.net)
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