Giornalismo Partecipativo: prove di trasmissione
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Cosa è e cosa può diventare
Il giornalismo partecipativo è -come ama definirlo Gennaro Carotenuto, uno dei pionieri di questa giovanissima declinazione della pratica giornalistica - un tentativo di “riforma agraria” degli spazi comunicativi, con l’obiettivo della redistribuzione del “latifondo informativo”, fino ad oggi feudo esclusivo del mainstream mediatico, concentrato nelle mani di pochi grandi editori, legati a partiti, gruppi di potere e lobbies economiche. L’idea guida è quella della riappropriazione collettiva di un bene comune, l’informazione, che -come una sorta di oro del XXI° secolo- sembra essere diventata uno dei perni principali attorno a cui ruotano i poteri e le subalternità, le acquisizioni e le perdite di consenso, le ricchezze e le povertà. L’intuizione è provvidenziale: costruire un’alternativa efficace e veramente pluralistica all’informazione ufficiale di massa, che risulta assolutamente eterodiretta, filtrata, seriale e decisamente ben confenzionata per il consumo, indirizzata ad un’utenza spesso molto addomesticata e più sensibile all’involucro che ai contenuti delle notizie e alla loro incidenza sulla vita quotidiana. Ma dall’idea valida e interessante ad una pratica organizzata ed efficiente, il passo non è affatto breve. Anche se il medium tecnologico della rete e in particolare del web 2.0, partecipativo e interattivo per definizione, ha improvvisamente aperto orizzonti di accesso e di diffusione dell’informazione ad attori sociali che, solo fino a pochi anni fa, ne sarebbero stati esclusi a causa degli alti costi di gestione dei media classici e della “blindatura” che le istituzioni, legge dopo legge, vi hanno eretto attorno, come la fine delle radio libere in Italia emblematicamente dimostra. In ogni caso l’affermarsi di una pratica incisiva di giornalismo partecipato sarà un processo sicuramente lungo, come ogni cambiamento importante e strutturale richiede, un processo graduale, complesso, valutabile solo sulla larga distanza.
La possibilità di partecipazione diffusa nel costruire e nel comunicare l’informazione e l’opinione, potrebbe rivelarsi decisiva nel recupero di valore pubblico ed etico alla comunicazione mediatica; la quale va sottratta al monopolio partitico e imprenditoriale, che l’ha trasformata in uno strumento per “orientare” la gente, come ha praticamente dichiarato in una specie di lapsus l’ex dirigente RAI, Lucia Annunziata, durante un concitato intervento televisivo alla corte di Santoro. Orientare il consenso delle masse, indirizzare i loro consumi, informare i loro giudizi, prevenire e incanalare le loro scelte: questo è il fine incoffessabile di grossa parte della stampa, della televisione, dell’industria dell’intrattenimento con cui abbiamo a che fare, soprattutto nell’Italia dell’ultimo ventennio, dilaniata dal conflitto d’interessi tra potere politico e potere economico, e dal corto circuito tra questi ultimi e l’informazione di massa. Urgono cambiamenti ma non tutti ne sembrano consapevoli. L’informazione partecipata è una possibilità, al momento ancora tutta sperimentale e in fieri. Ma che si trova già oltre la soglia di quello che potrebbe definirsi semplicemente un fenomeno di nicchia.
Con un’immagine metaforica, amo figurarmi il giornalismo partecipativo come un lancio della scarpa contro i poteri forti ma con meno rischi di scontate ritorsioni rispetto al caso reale di Muntazer al-Zaidi, il giornalista iraqueno che ha lanciato i suoi mocassini contro l’ex presidente americano Bush nel corso di una conferenza stampa, diventando il simbolo del giornalismo indignato ma senza, per questo, aver evitato la detenzione in carcere. Perchè il potere non ha il senso dell’umorismo ma soprattutto teme l’indignazione delle persone e impedisce che essa possa fare scuola. Per questo motivo la previene, ne soffoca la possibilità di diventare contagiosa e di attecchire nelle coscienze individuali, annulla la tensione di queste ultime ad unirsi in una coscienza collettiva e consapevole. Così la sofisticazione dell’informazione è congegnata ad hoc per favorire l’aborto spontaneo del giudizio critico e la perdita d’identità dell’opinione pubblica, spesso evocata come fosse un’entità impalpabile, indifferenziata e impersonale. Nelle democrazie –scrive Noam Chomsky nel suo illuminante La fabbrica del consenso- il potere non si pone il bisogno di controllare ciò che le persone fanno, cosa che avviene nei regimi letteralmente autoritari, gli basta invece controllarne e orientarne il pensiero. L’intervento è molto più soft, apparentemente non invasivo, e non richiede l’impiego dell’esercito e delle polizie. E’ sufficiente il pieno controllo dell’informazione, della comunicazione e della cultura di massa. In una sola parola, il monopolio dei MEDIA. L’esito è lo stesso anche quando non si vede. Anzi, in riferimento al principio del massimo effetto con il minimo degli sforzi, il risultato è decisamente migliore: un controllo totalitario di fatto ma con una copertina patinata e, per i destinatari finali, la piacevole sensazione sulla pelle di vivere fortunatamente sulla superficie del più liberale dei mondi possibili.
Rispetto ai MEDIA political correct delle grandi democrazie il giornalismo partecipativo introduce un elemento di vera e propria “sovversione”: esso si pone come un progetto collettivo, ampiamente partecipato, in un contesto di disinformazione che dell’individualismo diffuso ha fatto tesoro e brodo di coltura del controllo; esso lancia una proposta di condivisione solidale delle informazioni, un esperimento di presa diretta, meno mediata e filtrata, sui fatti, un tentativo di recupero di libertà intellettuale e decisionale, forse una possibilità, in prospettiva, di una distribuzione meno concentrata e più diffusa delle risorse economiche destinate al business informativo. Si tratta di un progetto che cova la tensione al cambiamento. Un cambiamento che però si prospetta difficile e faticoso, poichè l’assuefazione alla comunicazione mainstream è una sindrome molto diffusa. E la prospettiva di poter fruire collettivamente di uno spazio fino ad oggi nelle mani di pochissimi e fondamentale posta in gioco delle spartizioni partitiche, suona utopica per i più e indigesta e pericolosa per le oligarchie editoriali. Infatti la dimensione partecipativa della comunicazione mira a una riappropriazione di se stessa da parte dell’opinione pubblica, che si autopromuove così ad attore diretto dell’informazione, senza filtri ulteriori.
Il giornalista partecipativo non può che essere, dunque, anche partecip-attivo, proprio perchè coinvoltoin un progetto militante di radicale cambiamento. Per lui raccogliere e diffondere informazioni, elaborare opinioni, non è un’attività masturbatoria, fine a se stessa. Ma è la pratica rivoluzionaria di un cambiamento culturale che può diventare sociale, economico, reale. Il web diventa strumento imprescindibile per il giornalista partecipativo, poichè è il luogo virtuale dove tutti possono contattarsi, raccontare, esprimere pareri e proposte, qualunque sia il luogo reale in cui ci si trova. Ma è importante che esso rimanga uno strumento, che non venga assolutizzato e non divenga il fine stesso. Poichè il cambiamento passa dalla comunicazione ma nell’ottica di diventare azione, azione comune. Se collegarsi a internet può permettere di collettivizzare la rappresentazione e il senso delle cose che accadono nel mondo, se accedere alla rete, anch’essa suscettibile di controllo e manipolazione, può consentire di plasmare e promuovere una coscienza comune, solo mettere insieme e condividere le forze, le risorse, le mani e i piedi, le pratiche della vita quotidiana, può dare il via all’azione comune, assicurando lunga e concreta vita al progetto collettivo e partecipativo, perchè non rimanga solo parola scritta. Pardòn, parola digitata.
Giampaolo Paticchio
(www.giampatic.net)
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