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Filosofia ed etica della CURA

L’etica della cura costituisce uno dei più rilevanti paradigmi teorici affermatisi all’interno del pensiero filosofico del tardo Novecento. Già nel 1987 è stata pubblicata l’edizione italiana (Con voce di donna) di un classico della care ethics, il libro di Carol Gilligan In a different Voice (1982). La voce “differente” che l’autrice intende fare risuonare nell’agorà dei filosofi è quella di milioni di donne le quali, come le giovani da lei intervistate, assumono quale criterio fondamentale nel dirimere i conflitti morali le esigenze di cura dell’altro e prestano attenzione alla salvaguardia del contesto relazionale nel quale essi sorgono. Pertanto, in una prospettiva etica che ascolti questa voce, la cura assume l’importanza che nelle varie declinazioni della filosofia morale del passato hanno avuto nozioni quali vita buona, virtù e dovere.

L’etica della cura denuncia la scarsa attenzione prestata dalla filosofia a un insieme di relazioni improntate alla cura che sono fondamentali per il sussistere della convivenza umana. La cura è innanzitutto l’attitudine propria di chi assume – professionalmente, per un vincolo affettivo o per un altro motivo - il compito di accudire una persona particolarmente vulnerabile, come il bambino, il malato, l’anziano, il disabile. In costoro la vulnerabilità è particolarmente evidente, ma essa si può manifestare in ogni essere umano e in ogni epoca della vita. È  soprattutto la vulnerabilità dell’altro a suscitare l’attitudine di cura.

Si comprende pertanto che la parola “vulnerabilità” si riscontra con significativa frequenza nel volume Etica della cura. Una introduzione di Sara Brotto, che offre un valido orientamento a coloro che vogliano intraprendere lo studio dell’etica in parola. Il libro di Roberta Sala, Filosofia per i professionisti della cura, si rivolge invece soprattutto agli operatori sanitari, impegnati quotidianamente in relazioni di cura. Entrambi i libri si segnalano per la chiarezza e l’ordine espositivo. Le autrici sono entrambe docenti: Sara Brotto insegna lingue straniere nelle scuole secondarie superiori, Roberta Sala è docente di discipline filosofiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Come osserva Carmelo Vigna nella Presentazione del libro di  Sara Brotto, il sintagma «etica della cura» si deve «dire in molti modi». In un’accezione ampia, esso designa una riflessione che «a partire da un’etica del reciproco riconoscimento, cioè a partire da un’etica tout court, si determina volta a volta secondo differenti “specificazioni” nella nostra vita pratica, allorquando viene oltrepassata la semplice forma del rispetto» (p. 6).

In ragione della polisemia della parola “cura”, Sara Brotto dedica ampio spazio all’esplicitazione dei suoi significati (pp. 29-45), mentre lo studio di Roberta Sala è più spiccatamente incentrato sui problemi etici che possono insorgere all’interno delle professioni di cura. Entrambe le autrici pongono in rilievo che il dovere di cura sussiste innanzitutto nei confronti di se stessi – l’epimeleia heautou socratica – prima di rivolgersi agli altri. Charité bien ordonnée commence par soi même, recita un proverbio francese.

Tra le definizioni di cura elaborate dalla filosofia, Sara Brotto apprezza segnatamente quella proposta da Joan Tronto e Berenice Fisher, le quali, in una accezione molto comprensiva, la considerano «una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro “mondo”in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile. Quel mondo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della cura» (cit. p. 43). In tale accezione l’attitudine alla cura si estende sino a comprendere l’intera biosfera, la cui sussistenza è messa in pericolo proprio dall’incuria umana. La cura si propone pertanto anche il compito immane di “riparare” quanto è stato danneggiato dall’uomo, affinché il pianeta sia ancora vivibile per le generazioni future. Proprio con riguardo a tali generazioni, una «esigenza di cura» appare inscritta nel principio responsabilità che per Hans Jonas può fondare una prospettiva etica all’altezza delle sfide poste all’uomo dalla civiltà tecnologica. Si può notare inoltre che il sintagma «riparare il mondo», compreso nella definizione surrichiamata, richiama nel suo stesso tenore letterale l’espressione ebraica tiqqun ’olam. Quest’ultima, come ha scritto Massimo Giuliani, all’interno del pensiero religioso ebraico designa un atteggiamento fondamentale ispirato, ancor più che dalla fede in Dio, dalla fiducia nell’uomo, al quale viene affidata la cura del mondo. Significativamente, Tiqqun. Riparare il mondo (Medusa, Milano 2010) è il titolo dell’edizione italiana di un libro di Emil Fackenheim.

Il volume di Brotto propone inoltre una “mappatura” dell’etica della cura di matrice nordamericana, particolarmente utile a chi si accosta per la prima volta a tale paradigma teorico, ed espone i nuclei teorici essenziali della riflessione di autrici quali Carol Gilligan, Nel Noddings, Sarah Ruddick, Virginia Held e Joan C. Tronto (pp. 13-28). La studiosa presta minore attenzione a Eva Feder Kittay, filosofa che pure ha apportato un contributo originale all’etica della cura. Pur con diverse accentuazioni, queste autrici ascrivono a tale paradigma etico una rilevanza che trascende la sfera privata ed evidenziano l’incidenza che esso aspira ad assumere in ambito sociale e politico. In particolare, Eva Feder Kittay evidenzia il valore sociale – ampiamente misconosciuto – di coloro che sono impegnati in relazioni di cura, ovvero i dependency workers, mentre Joan Tronto afferma l’esigenza di abbattere i «confini morali» che relegano la care ethics nell’ambito privato.

Da parte sua, Roberta Sala prende avvio dalla considerazione della figura e dell’agire di Socrate (pp. 13-26). La studiosa intende così porre in luce l’importanza che l’esercizio del pensiero assume all’interno di ogni professione di cura. Socrate incarna il tipo umano al quale dovrebbe approssimarsi ogni professionista della cura. Analogamente al filosofo, questi non può accettare acriticamente quanto gli è stato trasmesso dalla cultura di appartenenza o insegnato nel percorso formativo. Deve sopportare il peso di una «difficile libertà» quando l’insieme delle sue conoscenze e delle sue convinzioni morali non basta a dirimere un problema, eppure deve avere il coraggio della decisione, senza possibilità di differirla. Socrate non ha eluso l’esigenza di decidere, lo ha fatto secondo i dettami della coscienza – le proibizioni del suo “demone” – e ha accettato serenamente le conseguenze delle sue scelte.

L’autrice osserva che l’accesso a una determinata professione di cura comporta l’ingresso in una «comunità volontaria di individui che intendono condividere valori, azioni, condotte e finalità» (p. 51), ovvero una deontologia. La parola “deontologia” (pp. 51-52) è stata coniata da uno dei più celebri fautori dell’utilitarismo anglosassone, Jeremy Benthamy, nell’intento di formulare un codice morale che tutti potessero accettare in piena libertà, in quanto fondato sulla natura umana e sui principi della ragione. Allorché entra a far parte della comunità surrichiamata, il professionista della cura si impegna ad agire in conformità alle norme deontologiche, alle quali riconosce la preminenza rispetto a ogni altro codice di condotta. In una prospettiva più ampia, egli è tenuto anche ad osservare le norme dell’ordinamento giuridico. Solo allorché ricorrono particolari condizioni, osserva Roberta Sala, è legittima la disobbedienza civile o l’obiezione di coscienza.

Nel prosieguo della sua riflessione, la studiosa prende in considerazione  quanto è stato scritto in Italia nell’ambito della bioetica e dell’etica della cura, ma presta attenzione segnatamente al pensiero politico di John Rawls, ove attinge nuclei teorici che, a suo giudizio, assumono rilevanza anche all’interno della riflessione morale. Tra questi, figura la nozione di ragionevolezza, propria del soggetto morale che vive all’interno di una società pluralista, ed è consapevole dell’impossibilità di imporre agli altri il proprio universo valoriale nonché del dovere di giustificare le proprie scelte nella sfera pubblica non avvalendosi di ragioni fondate su convinzioni o credenze personali, ma di ragioni che possano essere comprese da tutti (pp. 45-60). Verte proprio su questo tema un altro libro di Roberta Sala, La verità sospesa. Ragionevolezza e irragionevolezza nella filosofia politica di John Rawls (Liguori, Napoli, 2012).

Sulla scia di Rawls, l’autrice afferma che all’interno di una società pluralista si può realizzare tra persone “ragionevoli”, che pure appartengono a culture diverse, il «consenso per intersezione» riguardo a norme di condotta che assumono rilevanza sociale. Adottando una prospettiva più ottimista rispetto al filosofo americano, ella ritiene inoltre possibile conseguire un “accomodamento”, un modus vivendi anche tra culture così diverse da impedire il “consenso” auspicato da Rawls, coinvolgendo anche gli “irragionevoli”, ovvero coloro che nulla sanno, né intendono sapere, della “ragionevolezza” (purché non siano violenti, può aggiungere al riguardo il lettore).

Da parte sua, Sara Brotto esamina inoltre gli aspetti di criticità dell’etica della cura (pp. 81-89) e, in forma più ampia, il suo rapporto con altre teorie morali (pp. 91-120). Roberta Sala evidenzia invece l’inadeguatezza di ogni paradigma teorico dell’etica nel proporre criteri volti alla risoluzione irrefragabile dei dilemmi morali, nonché il carattere tragico che può inerire alla decisione del soggetto morale allorché le circostanze non gli prospettano l’alternativa tra bene e male ma tra due mali differenti, e talora non comparabili (pp. 61-76).

Nelle Appendici del volume di Brotto vengono riportate le esperienze di cura maturate in ambito didattico, nel quale l’autrice lavora (pp. 147-166), nonché alcune testimonianze di professionisti della cura (p. 167-190). Il libro di Sala non presenta testimonianze dirette, ma rievoca lo scontro di concezioni etiche divergenti nel “caso” Eluana Englaro. Esso attesta come sia difficile dirimere un conflitto etico che contrappone drammaticamente principio di autonomia – la volontà di Eluana, espressa dal padre - e principio di cura. Peraltro nelle norme deontologiche dei sanitari, secondo la stessa studiosa, si possono riscontrare sia enunciazioni che sembrano legittimare la sospensione del trattamento (in quel caso, l’alimentazione mediante un sondino naso-gastrico) e altre che la interdicono (pp. 63-70).

Entrambi i volumi pongono in rilievo la complessità della nozione di cura: questa è un’attitudine fondamentale del soggetto morale, ma anche una prassi e un fine. La sinergia di ragione e sentimento – di sense e sensibility – che si realizza nell’esperienza denominata da Nel Noddings «vissuto di cura» rende l’essere umano capace di comprendere le esigenze più profonde dell’altro e di corrispondervi.

I LIBRI

- Sara Brotto, Etica della cura. Una introduzione, Presentazione di Carmelo Vigna, Postfazione di Fabrizio Turoldo, Orthotes, Napoli 2013, pp. 208, Euro 17,00.


- R. Sala, Filosofia per i professionisti della cura, Carocci Faber, Roma 2014, pp. 156, Euro 16,00


NUNZIO BOMBACI

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