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Alla scoperta di Pitino

15-01-2009

di Ilenia Paciaroni

Chi arriva oggi a Pitino, nel comune di San Severino Marche in provincia di Macerata, può immaginare quanto esteso potesse essere il Castello nel periodo medioevale quando, si pensa, fu eretto. Gli studi archeologici hanno però dimostrato come la zona fosse abitata già dal Paleolitico anche se la popolazione più importante che vi si insediò fu quella dei Piceni tra l’VIII e il VI secolo a.c. Nell’altura maceratese, infatti, doveva trovarsi un insediamento di notevole rilevanza, perché sono stati rinvenuti corredi funebri significativi costituiti, tra l’altro, da bronzi, elmi corinzi, oggetti d’oro e d’argento. Il reperto più celebre è l’Uovo di struzzo rivestito d’oro.
Il Castello fu soggetto ad alterne vicende e conteso dai paesi limitrofi fino alla fine del XIII sec., quando conobbe un po’ di stabilità, perché fu definitivamente assoggettato dal Comune di San Severino. Ciò che rimane oggi suggerisce l’imponenza del Castello all’epoca, anche se molto è lasciato a se stesso. Grazie alla posizione e al verde circostante, tuttavia il luogo è gradevole e ospita di tanto in tanto eventi e feste e, soprattutto nelle stagioni più calde, numerosi visitatori. Proprio per questo trovo singolare il detto popolare: “Pitì bruttu, se vede da per tuttu”.
Raoul Paciaroni nel libro Sanseverino nella letteratura popolare passa in rassegna i più importanti proverbi e versi di coloro che hanno scritto nel tempo su Pitino e su altre zone del territorio sanseverinate. Proprio a proposito del Castello in questione, ricorda come vi facciano riferimento numerosi autori e siano circolate numerose storie sulle caratteristiche sue e dei suoi abitanti. Per quel che riguarda il detto sopra citato, Paciaroni narra come gli abitanti del Castello erano soliti rispondere:
“Pitì bruttu, se vede da per tuttu. Pitì béllo, se vede da Castéllo”. Sull’incuria in cui versa attualmente il Castello, l’autore cita i versi della poesia “Pitì” di Primo Mosca, che sembrano essere attuali oggi non solo per l’oggetto di queste righe:
“Duviì avecce un po’ de coraggiu
De vinì a Pitì lu primu de maggiu
Tra boni e tristi era piinu de turisti,
ma quanno stai lassù dici: che peccatu
a vedé stu castellu tuttu diroccatu!
L’autorità ancora non s’è accórtu
Ch’ha portatu via pure l’ossi de li mórti,
ma se vidissi che macéllo:
dentro la chiesa cià fattu la farge e martéllo.
L’italiani che terrore,
non sa più che la vandiera è quella tricolore.
Quanno stai a Pitì vidi lu mare, vidi le barche,
nuandri ciaimo ‘u castellu più bello de le Marche!”

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