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Viaggi ed itinerari

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11-12-2012 di Cristiana Lauri

Abbiamo parlato a lungo di quello che succede nel sud della Spagna. Ma come vanno, invece, le cose al nord? Quella Spagna che sembra tanto lontana dall’allegria andalusa, agli occhi di uno studente Erasmus Unimc è un posto dove vale la pena trascorrere almenoun anno.

 

Hola! Qué tal?

Hola! Mi chiamo Lorenzo Marincioni, ho 21 anni e sono originario di Ancona. Sono uno studente della facoltà di Giurisprudenza di Macerata e quest'anno ho deciso di intraprendere l'esperienza Erasmus a San Sebastian (Paesi Baschi)! La mia borsa-studio è di 9 mesi e, dunque, cominciata a settembre 2012, la mia avventura terminerà a giugno 2013.

 

Perché hai scelto la Spagna?

Ho scelto la Spagna perché lo consideravo un Paese molto simile all'Italia per costumi e per il carattere della sua gente. Non mi sbagliavo affatto. La mia scelta è ricaduta su “Donostia” (il nome di San Sebastian in basco), perché me ne aveva parlato molto bene la mia ex-coinquilina, il cui amico ha già vissuto l'esperienza Erasmus in questa città e, inoltre, essendo una cittadina di 180.000 abitanti, non sarebbe stata una meta richiestissima, quindi pensavo di avere più possibilità di partire. Ad oggi posso dire di essere stato molto fortunato, la città è un gioiello.

 

L’università spagnola: vizi e virtù.

L'università spagnola è molto differente da quella italiana. Qui il metodo utilizzato si avvicina molto più a quello delle scuole superiori: classi con pochi alunni (20-25), lavori settimanali di gruppo e un rapporto molto diretto con i professori, tutti molto disponibili, che conoscono uno ad uno tutti i loro studenti. Gli esami sono tutti alla portata: la maggior parte dei docenti riduce i programmi di studio e si dimostra molto più comprensivo con noi studenti Erasmus. Non so se preferisco il metodo di vivere l'università degli spagnoli, rispetto a quello degli italiani; mi limito a dire che è molto differente.

 

San Sebastian agli occhi uno studente UNIMC.

La città si vive molto bene. La casa è consigliabile sceglierla al centro, dove si trovano la maggior parte dei bar e dei locali, a un prezzo medio di 300 euro, magari con ragazzi di altre nazionalità per parlare maggiormente spagnolo. L'università si trova lontano rispetto a questa zona, ma è possibile raggiungerla con i bus (servizio ottimo) o a piedi, passando davanti una delle due fantastiche spiagge della città, la Concha, dove si trova anche la principale discoteca, il “Bataplan”. Io non consiglierei di prendere casa nei pressi dell'Università, perchè in quella parte della città si rimarrebbe un pochino isolati da tutto e la sera, per uscire bisognerebbe prendere bus, taxi o farsi 40 minuti a piedi.

 

Lascia un messaggio a chi vuole entrare a far parte della famiglia ERASMUS!

L'unica cosa da dire è che non ci si può privare di un'esperienza come questa. Ogni altra parola o pensiero che lascerei su questo foglio sarebbe riduttivo e inadeguato. Persone, luoghi, immagini, ricordi resteranno indelebili nella tua memoria. Quando vivi un'avventura simile tu non sei né spagnolo, né francese, né italiano, né tedesco o quel che dirsi voglia: TU SEI ERASMUS.

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26-11-2012 di Cristiana Lauri

“Mira si soy trianero que estando en la calle Sierpes me considero estranjero”. Questa frase sta a significare che un abitante di Triana, lo storico quartiere “al di là del fiume”, che si trova nella via centrale di Siviglia, si considera straniero. Perché Triana è un” barrio” (quartiere) leggendario. Difficilmente un sivigliano resterà indifferente al sentire che voi vivete a Triana o siete rimasti incantati dalla sua atmosfera. Perché tutti conoscono Triana e, dall’altro lato del Guadalquivir, la guardano con distacco e ammirazione, quasi a voler sottolineare la lontananza, non solo fisica, tra le due parti della città. Dall’altro lato, a sua volta, Triana guarda Siviglia come si guarderebbe un film o una cartolina. Passeggiando in bicicletta lungo “calle Betis”, il lungofiume dal lato di Triana, si vedono i simboli di Siviglia scorrere silenziosi: la Plaza de Toros, la Giralda e la Catedral, Plaza de España

Si parla spesso di Triana come patria dei gitani e culla del flamenco. Non a caso, nelle parole di molti canti popolari, prime tra tutte le “Sivigliane”, risuona il nome di Triana e molti artisti del flamenco sono originari di questo quartiere.

Tradizionalmente si fa risalire il nome al suo passato come colonia romana fondata dall’imperatore Traiano. Secondo alcuni autori, il nome deriva da una fusione tra il romano “tre” e il celtico “ana” (fiume), perché in questa zona il fiume si divideva in tre. Secondo altri, l'origine è da ricercarsi in un’espressione latina che significa “al di là del fiume”, nome col quale anche gli arabi la identificavano.

Nella cornice di Triana si inserisce la leggenda delle sante Justas e Rufina, sorelle lavoratrici di ceramiche che furono martorizzate per essersi ribellate al culto della dea Venere. Da qui, secondo la leggenda, deriverebbe la divisione anche religiosa tra” le due Siviglie”: il culto ufficiale dell’impero dominava al centro, mentre le prime comunità cristiane già vivevano a Triana.

In epoca Almohade fu costruito il Castello di Triana, per proteggere la città dagli attacchi da ovest. Quando divenne sede dei Cavalieri dell’Ordine di San Jorge, il castello prese il nome del santo. Dal 1481 il castello fu sede dell’Inquisizione e carcere. Oggi ospita il mercato centrale del quartiere e il nome “Castillo di San Jorge” è ben visibile arrivando dal Ponte di Triana.

A Triana non si incontrano monumenti spettacolari, ma pezzi di storia collocati qua e là, che si scoprono solamente passeggiando tra le vie del quartiere, respirando la sua atmosfera, ascoltando le voci della gente del posto. Possiamo seguire vari percorsi e, dentro a ognuno di essi, scoprire qualcosa.

La via della ceramica: antiche fabbriche di ceramica della migliore tradizione producono manufatti di ogni genere in edifici che, già per la loro architettura tradizionale, vale la pena di visitare. La storica via delle ceramiche è la calle “Alfareria”.

Possiamo poi esplorare il volto marinaio di Triana: nella calle “Pureza” troviamo la cappella dei marinai e, poco distante, il monumento a “Rodrigo di Triana”, colui che da una caravella di Colombo avvistò per primo l’America.

Potremmo andare avanti e parlare della forte tradizione religiosa, del flamenco, della gastronomia, e molto altro ancora, ma nulla meglio di una spensierata passeggiata nel barrio potrebbe esprimere la sua atmosfera unica.

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12-11-2012 di Cristiana Lauri

Il nuovo volto di piazza della Encarnación, nel cuore di Siviglia, è rappresentato da una struttura imponente, a primo impatto del tutto slegata dai palazzi storici che la circondano. Per alcuni si tratta di uno dei migliori esempi di integrazione tra architettura contemporanea e contesto storico. Non a caso il Metropol Parasol, meglio conosciuto come “Las Setas” (i funghi), è ormai una delle attrazioni turistiche della città di Siviglia.

Dal punto di vista costruttivo, è una struttura molto imponente, che va a formare sei “parasoles” a forma di grandi funghi. Si compone di elementi di legno microlaminato kerto-q, uniti tra loro da parti metalliche che formano un reticolato di 1,5x1,5 metri e insistono su una struttura di cemento armato. Il progetto fu realizzato dal tedesco Juergen Meyer H., che diede il via ai lavori il 26 giugno 2005 per concluderli con l’inaugurazione del 27 marzo 2011.

Lo spazio Metropol Parasol è una costruzione unica al mondo. Rappresenta una identità sculturale e architettonica totalmente all’avanguardia, visibile attraverso i differenti livelli che la compongono, ognuno con la propria funzionalità: un giacimento archeologico, un mercato di alimentari, una piazza e tanti tipi di negozi, bar e ristoranti sia sotto che all’interno dei sei parasoles.

Il livello più basso della Encarnación ospita l’Antiquarium, simbolo dell’incontro tra passato e futuro. Il museo archeologico offre uno spazio di 4879 m2 ed è situato poco più di cinque metri sotto il livello della strada; contiene resti che sono in gran parte del periodo romano da Tiberio fino al VI secolo e una casa islamica almohade dei secoli XII-XIII.

Al livello della piazza troviamo lo storico mercato della Encarnación, che dopo anni di degradazione è diventato il più moderno e apprezzato della città.

Al primo piano della struttura sorge la nuova “Plaza Mayor”, uno spazio pubblico di 3200 m2 che permette molteplici usi tra eventi e concerti. Ha tre accessi differenti e si trova all’ombra grazie ai tre parasoles che la racchiudono.

Al secondo piano una passerella panoramica conduce al “mirador”, il belvedere che permette di godere di una meravigliosa vista dall’alto sulla capitale andalusa. La passerella percorre 250 metri sospesi al di sopra della copertura di legno, inizia a una quota di 21 metri e nel suo punto più alto raggiunge i 28,5 metri.

 

Dal belvedere si può ammirare Siviglia a 360°. Spiccano cupole e guglie delle chiese, da Santa Cruz alla Macarena, passando per la Giralda e Plaza de España fino ad arrivare al ponte dell’Alamillo. L’ora migliore per visitare Las Setas è il tramonto, quando i raggi del sole si insinuano tra le vie del centro, i primi lampioni pongono in rilievo le meraviglie architettoniche della città e il fiume luccica alla luce rossastra del tramonto sotto i vari ponti.

 
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28-10-2012 di Cristiana Lauri

Dicono che qui a Siviglia il periodo più bello dell’anno sia la primavera: la temperatura sale, gli alberi fioriscono e sprigionano profumi per le vie della città. E poi c’è la Feria de Abril. Nessuno, meglio di un sivigliano, potrebbe descrivere questo evento, assolutamente particolare nel suo svolgimento e capace di creare un’atmosfera che ogni anno richiama milioni di visitatori. A raccontarmi la Feria de Abril è Eduardo, “Sevillano Doc” e proprietario della casa in cui quattro studenti di Unimc stanno vivendo il loro Erasmus.

 

Forse la più famosa festa a Siviglia, la Feria de Abril (fiera di aprile) si celebra circa due settimane dopo Pasqua. Per una settimana, Siviglia vive di cavalieri e amazzoni, coloratissimi abiti da flamenco, cortei di cavalli e carrozze. Di sera le “casetas”(gli stand) pulsano al ritmo delle “sevillanas”, le danze popolari.

La Feria si svolge nella zona “Los Remedios”, poco fuori dal centro di Siviglia, ma raggiungibile a piedi.  Qui, vengono allestite le casetas private e quelle aperte al pubblico e tutto l’ambiente viene addobbato con ornamenti sgargianti e vezzosi.

 
Come ci si veste alla Feria de Abril?

Le donne indossano il “traje de flamenco”, il coloratissimo vestito che esalta la bellezza femminile a suon di volant, svasature e scollature. Ma il vestito più bello in assoluto è quello da amazzoni. Sedute lateralmente, con i capelli raccolti sotto ad un cappello, le donne a cavallo rappresentano una delle immagini più caratteristiche della Feria. Gli uomini a cavallo, invece, indossano l’abito tipico, il “traje de corto” che però – sottolinea Edoardo – è fuori luogo se viene indossato da chi non va a cavallo. Consiste in una giacca piuttosto corta, un pantalone rinforzato in pelle e un cappello. Per chi non va a cavallo, la tradizione impone almeno una giacca con una cravatta dal colore forte.

 
E il cavallo?

Edoardo ha un cavallo bianco, si chiama Sueño e durante l’anno sta in una stalla in un paesino nelle campagne fuori Siviglia. Durante i giorni della Feria affitta un box in una zona vicina e il cavallo rimane li per tutta la settimana, riposando la mattina e passeggiando con il suo “caballero” dal pomeriggio fino alla sera.

 
Ma insomma…cosa si fa alla feria?

 “Io dico che ci sono tre ferie: una di giorno, una di sera e una a cavallo. Ogni momento della feria è diverso e in ogni momento si fa qualcosa di diverso”. Quando si va alla feria, infatti, si sa quando si esce di casa, ma non quando si torna. Alla feria si va per dimenticare l’orologio, per passare dei giorni di festa con gli amici bevendo, scherzando e mangiando. C’è gente che lavora solo la mattina e passa il resto del giorno alla feria. I negozi sono generalmente aperti, considerando l’affluenza dei turisti. Molte persone, tuttavia, cercano di far coincidere una settimana delle loro ferie con quella della feria, per poter godere appieno di questo momento di festa. Anche le scuole e le università sono chiuse durante quella settimana, nonostante le vicinissime vacanze di Pasqua di sole due settimane prima. Un motivo in più per amare la primavera sivigliana!

 
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08-10-2012 di Federica Senigagliesi

Calcata è un posto dove capiti per caso, oppure ci arrivi perché qualcuno te ne ha parlato come di un luogo assolutamente da visitare. Arroccato su una rupe vulcanica a strapiombo sulla Valle del Treja, in provincia di Viterbo, questo piccolissimo borgo di appena 70 abitanti è conosciuto come il “paesino degli hippies”. Dietro a questo epiteto, si cela una storia comune a molti borghi italiani, quando, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, si verificò lo spopolamento delle montagne verso le città in ricostruzione. Il centro originario di Calcata restò così quasi disabitato fino agli anni Sessanta, quando cominciarono ad arrivare, attratti dalla bellezza del luogo, i primi stranieri. Improvvisati turisti del “flower power” in giro per il mondo, artisti e artigiani olandesi, belgi, inglesi, americani, trovarono a Calcata la loro dimensione ideale. Fu proprio grazie a loro che il piccolo borgo tornò a nuova vita, salvandosi così dal destino di paese fantasma. I nuovi abitanti comprarono - spesso a prezzi molto bassi - le case abbandonate e, grazie ad un decreto degli anni Novanta, Calcata venne salvata dall'abbattimento coatto (bisogna, infatti, ricordare che in epoca fascista il podestà del borgo fece inserire Calcata tra i comuni da risanare, in virtù di una legge per i terremotati del Sud; questo provocò una prima migrazione verso quella che sarebbe diventata la Calcata Nuova). Nel 2000, inoltre, il Touring Club ha insignito Calcata della Bandiera Arancione, marchio di qualità turistica-ambientale, finora riconosciuto a 184 borghi d'Italia.

Il centro del paese si raggiunge soltanto a piedi (le macchine sono rigorosamente bandite), percorrendo una salita che conduce alla doppia porta di accesso. Nella piazza principale si affacciano i due edifici più importanti: la Chiesa del Santissimo Nome di Gesù e il Palazzo baronale, entrambi rinascimentali. Da qui si diramano piccoli vicoli in un continuo saliscendi, che regalano scorci caratteristici sulle abitazioni naif - persiane multicolor, maschere da teatro incastonate alle pareti, sculture appese ai balconi e vasi di piante e fiori un po' ovunque - e affacci mozzafiato sulla vallata selvaggia. Molte grotte di tufo sono diventate gli atelier - laboratorio degli artisti che vivono a Calcata, o piccole botteghe artigianali, dove si può trovare di tutto, dai vestiti confezionati a mano, alla bigiotteria, ai prodotti tipici alimentari.

Gli abitanti sono cordiali, molti sono veri e propri personaggi, non solo per lo stile eccentrico nell'abbigliamento, ma sopratutto per le storie che hanno da raccontare, magari condividendo con voi il pasto in uno dei ristorantini “fai-da-te” sparsi per i vicoli. Non è raro che vi vengano aperte le porte della propria cucina. Principalmente si tratta di stranieri, che vivono qui ormai in maniera permanente, ma c'è anche chi vi trascorre soltanto i mesi estivi, per scappare dalla calura romana: la capitale dista soltanto 40 km.

I colori la fanno da padroni e, innegabilmente, si respira un'atmosfera quieta e pacifica, nel tipico stile “peace & love”. Questo luogo magico è stato abitato sin dai tempi più remoti: le tombe, i numerosi reperti archeologici e gli antichi edifici di culto ritrovati nelle grotte ne sono testimonianza. Calcata è legata anche alla storia più recente: qui, durante la Resistenza, trovarono rifugio dai nazisti molti partigiani, che, attraverso la Porta Segreta a strapiombo sulla valle, scapparono dai loro aguzzini.

Un paio di curiosità: Calcata ha custodito per secoli una reliquia “particolare”, il Santo Prepuzio di Gesù, nascosto qui dopo il Sacco di Roma (1527) e misteriosamente rubato più di cento anni fa; è stata, inoltre, il set di una scena del film cult “Amici miei” di Mario Monicelli, girato nel 1975.

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22-09-2012 di Cristiana Lauri

Nell’immaginario di ogni sivigliano è fortissima la contrapposizione tra Semana Santa e Feria de Abril. Questi due momenti sono i più importanti dell’anno e distano tra loro sempre due settimane. Le celebrazioni della Semana Santa (settimana santa,) cioè il periodo di Pasqua, sono una tradizione così radicata a Siviglia che anche l’aria che si respira sembra risentirne. Sulla città cala un velo di solennità e con i migliori vestiti i sivigliani si riversano nelle strade per vedere sfilare i simboli religiosi della loro confraternita. Le celebrazioni si aprono la Domenica delle Palme e si concludono la Domenica di Pasqua. Gli uomini trasportano in processione le croci e le statue della Vergine o del Cristo che “escono” dai loro luoghi di culto e incontrano la gente, camminando per strada sulle gambe di chi faticosamente le trasporta.

Le processioni sono organizzate dalle “cofradias” o “hermandades” (confraternite) che trasportano “pasos” cioè le piattaforme minuziosamente decorate e impreziosite su cui giacciono le statue. Ogni Cofradia ha i propri stemmi e i propri colori, è organizzata al suo interno e farvi parte non è così semplice.

Il momento culminante della Semana è l’alba del venerdì santo, quando sfilano le hermandades più importanti, tra le quali: “El silencio”, “El Jesus del Gran Poder”, “La Macarena”, “Los Gitanos”. Gli itinerari seguiti dalle varie processioni sono diversi, per questo la città si riempie di spettatori in maniera capillare, in base a ciò che ognuno vuole seguire.

Il turista che visita Siviglia in occasione della Semana Santa vede solo la punta di un iceberg, uno spettacolo che pur nella sua magniloquenza si esaurisce in una settimana. Ma il sentimento religioso, in realtà, investe la città in ogni mese dell’anno. Ogni parrocchia, “cofradia” o “hermandad” ha dei riti ben scanditi che coprono l’intero calendario liturgico e l’affluenza nelle innumerevoli chiese che si trovano sparse per tutta la città è forte tutto l’anno. La Semana Santa, infatti, non è che il culmine di una preparazione lunga e costante a cui i sivigliani danno vita giorno per giorno. Le bande che accompagnano la processione già da mesi praticano i loro ritmi sul lungofiume quasi ogni sera, le chiese preparano le statue e i pasos che dovranno uscire, vengono realizzate o sistemate le vesti che indosseranno i componenti della processione, tra cui i “penitentes” con il “capirote” (un cappuccio piuttosto alto a forma appuntita) e i “nazarenos”. Già molti giorni prima si transenna il centro, si sistemano le strade, si montano gradinate. Insieme a tutto questo, poi, ciò il momento più importante per chi crede: la preparazione alla Resurrezione.

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10-09-2012 di Cristiana Lauri

I ragazzi spagnoli sono molto interessati alla nostra cultura. Amano il nostro cibo, le nostre usanze, il nostro umorismo. E condividono le nostre stesse preoccupazioni. Ogni giorno a lezione nella facoltà di Giurisprudenza, tra le domande che mi vengono rivolte con maggior enfasi, ci sono quelle riguardanti la situazione economica, la crisi, il mondo del lavoro che dovrebbe attendere i giovani dopo il percorso universitario. Parlando con ragazzi di ogni età, dal primo al quarto anno o già laureati, ma senza un lavoro, emerge la voglia di conoscere la situazione di chi, come loro, si trova ad affrontare una scelta su “cosa fare dopo” in un paese che, come il loro, sembra riservare poco spazio ai giovani in arrivo.

Poi c’è quel professore di diritto civile, che non perde occasione per ricordare quando da giovane studiò in Italia, a Bologna, dove c’è il “Collegio di Spagna” ad accogliere gli studenti iberici. Ama la nostra Università: austera, con quel percorso monolitico lungo e sofferto che segna la nostra giovinezza per cinque (o forse anche di più?) lunghi anni, con professori dal volto a tratti troppo serio e distante dagli studenti. E poi l’apice: gli esami. Esami orali, con una commissione e un pubblico ad ascoltare. E quando, sorridendo, racconta queste storie a lezione, come se fossero scene da fotoromanzo, mi indica tra i banchi chiedendo se sia ancora così. Si, in effetti per noi è la routine. Siamo abbastanza abituati a fare figuracce agli esami o, al contrario, a goderci il nostro momento di gloria quando ce lo meritiamo. E gli studenti che siedono intorno a me con volti basiti mi guardano come se fossi sopravvissuta ad una sfida tra supereroi. Noi italiani che andiamo agli esami a volto scoperto e non ci possiamo nascondere dietro ad un foglio ed una penna.

Qui in Spagna con il “Plan Bolonia”, il piano di studi di giurisprudenza è stato portato a 4 anni. E considerando che 4 anni sono anche per il liceo, il loro percorso di studi termina almeno due anni prima rispetto al nostro. E poi? Poi c’è un master della durata di un anno. Prima, invece, per esercitare le professioni legali bastava la laurea. E addio al nostro temutissimo esame di Stato, davanti al quale la tesi sembra solo un gioco da ragazzi.

Poi c’è Pepe che, laureato ormai da un po’, è avvocato d’ufficio e prepara un concorso pubblico. Molti ragazzi coltivano questa idea. E pensare che un’altra delle cose che il professore di diritto civile critica è l’elefantiasi del numero dei funzionari pubblici in Spagna, compresi i professori stessi! All’università di Siviglia, nella facoltà di diritto, per ogni materia ci sono in media otto corsi paralleli tenuti da professori differenti. Immaginate che cosa può significare costruirsi il proprio piano di studi. Alla faccia del nostro a-l, m-z.

Gli spagnoli guardano noi come “cugini” in una simile condizione di difficoltà. Ogni paese ha i propri problemi, ma gli studi affermano che la Spagna è in una situazione più difficile dell’Italia. Anche tra le aule universitarie si percepisce questa atmosfera. Tra critiche, scioperi, manifestazioni, licenziamenti.

La Spagna guarda l’Italia. Ma l’Italia dove guarda?

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03-09-2012 di Cristiana Lauri

Mi presento: mi chiamo Cristiana Lauri, frequento il quinto anno di Giurisprudenza all’Università di Macerata. Quest’anno, spinta dalla voglia di spezzare la routine della vita universitaria maceratese, di rispolverare il mio spagnolo e di scoprire come funziona l’università in un altro Paese, ho deciso di fare domanda per una borsa Erasmus. E così, dopo varie scartoffie consegnate al Centro Rapporti Internazionali, ho ricevuto la tanto desiderata notizia di aver vinto la borsa. Pochi mesi di preparativi e sono partita. Destinazione: Siviglia.

Credo che sia il momento di condividere con i lettori di Cittàteneo cosa significa fare un’esperienza Erasmus, provando ad instaurare un contatto con un “mondo universitario parallelo”.

In effetti, una delle prime cose che vorrei dire è proprio questa: essere uno studente Erasmus significa acquisire uno “status” (quello di Erasmus appunto) che prescinde dalla città in cui ci si trova o dalla temperatura che percepisce il nostro corpo. Essere Erasmus, da Cracovia a Parigi, da Manchester a Budapest, da Riga a Siviglia è una caratteristica che ci unisce tutti. Già a partire dai primi giorni, nella città straniera si creano facilmente dei legami con altri ragazzi provenienti da ogni lato d’Europa, che proprio come gli altri sono partiti spinti dalla loro curiosità, spesso senza sapere più di due o tre parole della lingua parlata nel paese di destinazione.

È proprio questa una delle qualità di cui deve essere ben fornito lo studente Erasmus: curiosità. Verso le altre persone, culture, lingue, cibi, usanze. Verso altri sensi. Non deve mancare poi lo spirito d’adattamento. I primi giorni lontani da casa (e spesso senza ancora una nuova casa) sono duri per tutti. L’Erasmus del resto non è una vacanza: la maggior parte di noi avrà girato in lungo e in largo tutta la città alla ricerca di un posto in cui stare, di coinquilini con cui condividere la quotidianità, guidati da una cartina in cui perdersi per individuare la zona più vicina all’università, al prezzo più vicino al limite imposto dalla borsa europea. Il progetto di studio Erasmus è, senza dubbio, una delle iniziative più importanti che l’Unione Europea abbia portato avanti negli anni, dal 1987 ad oggi. Favorire la mobilità degli studenti è una risorsa sotto ogni punto di vista per ogni paese dell’Unione, oltre che uno dei migliori modi in cui si esprimono i principi su cui l’Europa si fonda, primo tra tutti la libera circolazione delle persone. Se poi a circolare sono universitari, che contribuiscono ad uno scambio culturale a 360 gradi, il vantaggio è sicuramente esponenziale. È per questo che l’esperienza Erasmus va vissuta “per bene”, sfruttando ogni momento: le lezioni con metodi e professori nuovi, il contatto con ragazzi stranieri, le gite organizzate, le feste e molto altro ancora. Ogni studente Erasmus, ex o futuro Erasmus che leggerà, non potrà che ritrovarsi nelle mie parole. Che sono solo gocce in quell’oceano di oltre duecentomila studenti che ogni anno vivono un’esperienza che nemmeno un romanzo sarebbe in grado di descrivere.

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13-08-2012 di Federica Senigagliesi

Un alto muro in tufo, scarno e lineare, interrotto da un'unica apertura circolare, che funge da limen tra il dentro e il fuori. Il fuori: la Maremma toscana, tra Capalbio e Grosseto; il dentro: il Giardino dei Tarocchi. Non un parco giochi, non un percorso avventura, ma una vera e propria opera d'arte en plen air, che si estende su una superficie di circa due ettari.

Un mondo magico e fantastico

Il parco nasce dall'idea dell'artista franco-americana Niki De Saint Phalle che, ispirata dalle architetture del Parc Gueil di Gaudì a Barcellona e del più vicino Parco dei Mostri di Bomarzo, inizia la realizzazione delle prime sculture nel 1979. Si chiama “giardino dei Tarocchi” perché è popolato dalle 22 figure degli arcani Maggiori dei tarocchi, appunto: alte tra i 12 e i 14 metri, queste giganti statue in acciaio, vetro e ceramica colorata sono le assolute protagoniste del parco, unico nel suo genere. Ci sono voluti 17 anni per completare l'opera, completamente autofinanziata da Niki, grazie al lavoro combinato di artisti e aiutanti-volontari. La sua arte si esprime peculiarmente nelle Nanas, formose e un po' grottesche figure femminili di enormi dimensioni, che all'epoca suscitarono clamori, critiche e ammirazione (se ne trovano tre ad Hannover, in installazione permanente). Jean Tinguely, amatissimo marito di Niki, ha invece realizzato le originali strutture metalliche semoventi che integrano alcune sculture (ad esempio la Ruota della Fortuna e il Mondo). Le statue del parco hanno un'anima di acciaio e cemento e un rivestimento esterno a mosaico: milioni di tessere di vetro di Murano, specchi e ceramica smaltata, numerate e montate una ad una con certosina meticolosità. La particolare delicatezza di questi materiali rende necessaria una costante manutenzione e un'altrettanto necessaria regolazione delle visite. Il parco è aperto al pubblico dal 1998, due anni dopo la conclusione dei lavori, ma è possibile visitarlo solo in determinate fasce orarie ed è permesso l'ingresso a un numero limitato di persone per volta. Per volontà della stessa artista, inoltre, sono vietate le tipiche “visite guidate”: chi vi entra dev'essere libero di girare come vuole, lasciandosi trasportare dalle suggestioni di questo mondo magico e fantastico.

Dal ventre dell'Imperatrice alle ali del Drago

La Papessa e il Mago sono le prime figure che si incontrano varcato l'ingresso, nella piazza centrale del parco, occupata da una grande vasca da cui scende l'acqua direttamente dalla bocca aperta della Papessa. Subito vicino c'è la sinuosa statua dell'Imperatrice, all'interno della quale Niki ha vissuto per il periodo dei lavori.

Non sorprende, quindi, trovare una cucina attrezzata di tutto punto, un salotto con camino, un bagno con doccia e persino una piccola chiesa con altare, dedicata al marito Jean, scomparso nel 1991. Ogni carta-scultura è attraversabile o percorribile: si entra nel ventre dell'Imperatrice, si sale sulle ali del Drago, ci si siede accanto ad Adamo ed Eva, che rappresentano il tarocco della Scelta. La bellezza ed unicità del giardino non dimora solamente nelle straordinario tripudio di colori, forme e riflessi da cui ci si trova circondati, ma sopratutto nell'atmosfera giocosa, di pace ed armonia che, innegabilmente, si respira. “Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e, più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino alla ricerca del tesoro mi sono battuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della Temperanza”, recita la lastra di ceramica dove Niki, di suo pugno, ha lasciato una sorta di “testamento” in ricordo dell'esperienza vissuta.

Il biglietto di ingresso (intero €12 , ridotto € 7) e gli introiti del bookshop sono interamente utilizzati per gli interventi di manutenzione ordinaria del parco, senza i quali non sarebbe possibile garantire l'ingresso al pubblico.

Per conoscere giorni e orari di apertura del Giardino dei Tarocchi si può consultare il sito http://www.nikidesaintphalle.com .

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29-07-2012 di Federica Senigagliesi

Si conclude il viaggio attraverso la pittura antiebraica nelle Marche (leggi la prima parte e la seconda parte) con la predella della pala del Corpus Domini, conservata nella Galleria Nazionale delle Marche.

Un fumetto ante litteram

Si tratta di un fumetto ante litteram, che racconta il miracolo dell’ostia profanata. Realizzata nel 1467 per l’omonima Confraternita urbinate, vi lavorano due tra i più importanti artisti del Quattrocento: il fiammingo Giusto di Gand e il fiorentino Paolo Uccello. Il primo esegue la tavola centrale, che ha per soggetto la Comunione degli Apostoli, il secondo la parte inferiore, detta “predella”. La pala serviva per supportare le predicazioni dei Frati Minori dell’Osservanza, un ordine francescano “specializzato” nelle orazioni di piazza, soprattutto in quelle del periodo quaresimale: Fra' Bernardino da Siena, Giovanni da Capistrano o Fra' Domenico da Leonessa, che predica ad Urbino nel 1468, sono tra i più infervorati oratori.

La storia della profanazione dell’ostia trae spunto dal “mistero” parigino scritto da Giovanni Villani nel 1290: i “misteri” erano le sacre rappresentazioni del teatro popolare religioso, molto in voga in epoca medievale. La scelta del soggetto (quella dell’ostia profanata era una delle accuse rivolte agli ebrei) rientra appieno nella politica antiebraica di Federico da Montefeltro, che promuove l’istituzione del Monte di Pietà, con l’intento di sottrarre alla comunità ebraica la gestione del denaro e dei prestiti (ma questa è un’altra storia...).

Un racconto per immagini

Il fumetto di Paolo Uccello si articola in sei scene, che si leggono da sinistra verso destra.

Nella prima, una donna con un mantello scuro porge un’ostia all’uomo dietro al banco, ricevendo in cambio una sacca di denaro. Siamo all’interno di un banco di prestito ebraico, come si desume dagli scudi appesi al camino: su uno di essi c’è uno scorpione nero su fondo giallo (lo scorpione è un simbolo antiebraico usato dai Padri della Chiesa), su quello centrale c’è una testa di moro (il moro-islamico è nemico per antonomasia della cristianità) e sul terzo c’è una stella ad otto punte (forse a rappresentare la cabala ebraica).

Nella seconda scena ci troviamo a casa del prestatore ebreo, con sua moglie e i due figli. Ciò che accade nella casa è sconvolgente: dalla padella, dov’è stata messa a bollire l’ostia, traboccano copiosi rivoli di sangue (questa parte non è presente nel testo scritto, ma è stata aggiunta dall’artista per accentuare il carattere drammatico della vicenda); fuori, un gruppo di cittadini armati cerca di irrompere nella casa per salvare l’ostia da tale sacrilegio.

Nella terza “vignetta”, una solenne processione riconduce l’ostia sull’altare: forse il personaggio con mantello e tiara è Papa Bonifacio VIII (nel 1295 fece erigere a Parigi una cappella votiva dedicata proprio a questo miracolo). La scena successiva ci mostra la condanna per impiccagione della donna che si era rivolta all’ebreo, colpevole di aver usato come pegno un’ostia: ma la presenza dell’angelo, che col dito indica proprio la donna, fa pensare che ci sia per lei una possibilità di salvezza. Salvezza che invece non c'è né per l’ebreo né per la sua famiglia: la quinta scena mostra, infatti, la loro condanna al rogo.

Una condanna universale

Questa immagine è molto importante ai fini propagandistici antiebraici: qui non viene condannato solo il prestatore coinvolto nella vicenda, ma anche la moglie e i figli, in quanto ebrei anch’essi. E', perciò, una condanna universale, senza alcuna possibilità di redenzione. La giustizia divina, eseguita da mano umana, punisce simbolicamente tutti gli ebrei, che non possono salvarsi perché ciechi (non hanno riconosciuto la venuta del Messia). La potenza di immagini come queste, unite alle feroci predicazioni francescane, fomentavano le folle di ascoltatori che, spesso, si lanciavano in atti violenti contro gli ebrei delle comunità locali (frequenti erano, ad esempio, le sassaiole contro di loro). Tale portata d’odio è fisicamente visibile nell’ultima scena della predella: due angeli e due demoni aspettano che l’anima della donna condannata esca dalla sua bocca, per contendersela (quindi la donna può effettivamente salvarsi). Se avrete modo di vedere dal vero la predella, fate caso ai due demoni alati: sono completamente ricoperti di graffi, conseguenza del fanatismo popolare post-predicazione.

 
(3/FINE)
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