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Tra diritti e doveri

28-04-2009

di Tiziana Lorenzetti

C’è bisogno di una “nuova era di responsabilità, il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo dei doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo”. Questo è stato il messaggio che ha lanciato il Presidente degli Stati Uniti da Washington il 20 gennaio.

Obama chiede al suo popolo di riscoprire l’impegno, di “badare non solo al benessere individuale, ma anche a quello altrui”. Parla di doveri che sono strettamente intrecciati ai diritti, perché i diritti sono fragili se non hanno l’impegno di ognuno nel prendersi cura degli altri e delle cose; è il dovere di difendere i diritti. E’ come se dicesse agli americani e, di riflesso, a ognuno di noi, di fare un passo in avanti, sostituendo il pensiero “io faccio il mio dovere e ho quindi dei diritti” con  "io faccio il mio dovere e ho il diritto di pretendere che la cultura del dovere si diffonda” perché, come dice Obama, “le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune".

Quindi un diritto “che si sente in dovere” di propagare i diritti a quanta più umanità possibile. Si tratta di sentire il dovere di estendere la fruizione dei diritti, di sentire il dovere di difendere i diritti. Ed è questo che distingue il cittadino consapevole di appartenere a una comunità, da cui la sua sorte non può prescindere, dall’individualista, che considera la comunità come un ostacolo alla tutela dei propri interessi o, ancora peggio, come un mezzo per farli prosperare.

Oggi assistiamo ad una crescente attenzione in gran parte del mondo ai diritti dell’uomo, sia per una maggiore sensibilità nelle persone verso tali diritti, sia per il continuo doloroso moltiplicarsi delle violazioni contro di essi.

Per parlare di diritti e di doveri abbiamo intervistato il professor Giovanni Di Cosimo, docente di diritto costituzionale presso la nostra università, che nell’ambito del suo corso di studi ha organizzato il ciclo di lezioni "Diritti e dintorni" sulla Costituzione che ha visto la partecipazione di studiosi di riconosciuta competenza.

Professore, i diritti dell’uomo non sono stati dati tutti in una volta, pensiamo all’estensione dei diritti politici, al fatto che fino a pochi anni fa si riteneva del tutto naturale che le donne non dovessero votare, e che meno di sessant’anni fa, come ha detto il Presidente degli Stati Uniti, uomini come suo padre non potevano essere serviti in un ristorante. Oggi mi sembra che si cominci a delineare un unico grande disegno di difesa dell’uomo comprendente i tre sommi beni della vita, della libertà e della sicurezza sociale. Quali sono, secondo Lei, i principali nemici di questi diritti?

Il cammino dei diritti fondamentali è stato lungo e contrastato. Oggi, se non vogliamo tornare indietro, dobbiamo vegliare affinché i diritti non siano negati o, più sottilmente, depotenziati. Vedo due pericoli principali. Il primo è un certo clima culturale e politico che tende a sminuire l’importanza dei diritti fondamentali. Alludo a quell’insieme di concezioni secondo cui i diritti possono arretrare di fronte alle varie urgenze del momento: la sicurezza, la crisi economica, l’ordine pubblico, i flussi di immigrazione ecc. In realtà, la direzione dovrebbe essere esattamente opposta: più diritti e più tutela. Il secondo pericolo, sempre di tipo culturale, è pensare che i diritti spettano solo a cerchie ristrette, per esempio i cittadini, oppure gli europei, oppure ancora chi ha le risorse culturali ed economiche per avvalersene. Non dimentichiamo mai che i diritti fondamentali sono per loro natura universali, vanno riconosciuti a ciascun uomo in quanto tale, ad ogni persona.

Una delle qualità più ammirevoli dell’umanità è quella di sperare in un mondo migliore. Per costruire un futuro migliore occorre cambiare il presente e l’educazione e l’apprendimento sono due percorsi chiave per soddisfare questa necessità, dato che l’educazione coinvolge nuove conoscenze, comprensione, abilità e talenti. Non pensa che la sfida che l’università deve affrontare sia quella di definire, nel contesto attuale di costanti mutamenti, il tipo di insegnamento per poter non solo preparare al mondo del lavoro, ma anche per condurre a un futuro migliore? Non crede che il dovere dell’università sia quello di diffondere sempre più la concezione di un diritto che ha il dovere di propagare i diritti a quanta più umanità possibile?

L’università può far molto per far avanzare la cultura dei diritti proprio perché si tratta di una questione culturale prima ancora che politica e giuridica. Un compito questo che compete particolarmente alle facoltà umanistiche. Ci sono almeno due fronti sui quali lavorare. In primo luogo, bisogna insistere sull’universalità dei diritti fondamentali, far diventare patrimonio comune lo stretto legame fra diritti, eguaglianza e libertà. In secondo luogo, la ricerca universitaria deve esplorare i terreni dove nascono nuovi bisogni di tutela, deve contribuire a trovare gli strumenti di tutela più adeguati per difendere le persone in queste situazioni.

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