La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

| Home | In Evidenza | In Ateneo | Costume e Società | Cultura e Spettacolo | Scienza e Tecnologia | Viaggi ed itinerari | Sport |
di Giorgio Cipolletta
Aquila 6 aprile, Ore 3.32, 20 secondi, una scossa forza magnitudo 5.8 della scala Richter, informazione clinica del terremoto. Mi rigiro nel letto, spalanco gli occhi, lascio il sogno per realizzare che la terra trema.
La sveglia puntualizza il tempo. L’impossibilità di decidere cosa fare, l’indecisione di agire. I primi telegiornali della mattina raccontano il disastro. Le immagini parlano davanti al dolore degli altri. Assistere da spettatori-inermi al disastro naturale.
Prevedere, mestiere difficile, potere che spesso la scienza non possiede, fornisce dati, calcola, ma rimane l’imprevedibile dell’evento imprevisto. Il mestiere di vivere nell’incertezza del vivere.
La durata temporale, l’annullamento dello spazio, la paura che sale, si agitata, la ragione che non ragiona.
Le macerie dello stato attuale, terribile condizione dello sgretolamento di costruzioni mal costruite, pareti, cemento, rovine come testimonianze della strage.
Il pensiero si contorce senza parole con sgomento, qui e ora con le immagini che mi invadono, mi colpiscono. Sono passati tre giorni, la memoria mi trasporta nel ricordo all’anno 1997: Umbria e Marche colpite.
Memoria che diventa presente, la città trema, frenetica di fronte agli occhi pieni di stupore e incredulità. Il silenzio del dolore evacua dalla città colpita, i numeri che contano i morti non si fermano, si moltiplicano. Sotto le macerie si estraggono corpi straziati, schiacciati, sanguinanti, un paese distrutto che porta il peso stesso della non vita, la speranza dei dispersi è l’unica luce sfocata. Sommersi e salvati. Di colpo, ci si stacca dalla realtà virtuale quotidiana. Facebook condivide il dolore, ma senza generare consolazione, si firma la presenza. Un’impressione strana, tra chi miracolato cerca sollievo in una tenda attrezzata, mentre i feriti lottano e i cadaveri giacciono a terra nascosti senza respiro: l’alfabeto del corpo acquista il silenzio della morte.
Crolli, crepature, soccorsi nella precarietà reale della vita, mentre i titoli dei giornali stampano aggiornamenti di morte. Le bare senza veli, senza riconoscimento, solo una data precisa, 6 aprile 2009.
Profonda assenza di respiro, sotto le macerie, speranza del ritrovamento si annulla nel dolore presente. Intimità smascherata davanti alle rovine. I cani che fiutano il pericolo e gli sfollati senza dimora, mentre i bambini piangono. Una realtà a colori che ci riporta allo sfondo bianco e nero della guerra, sfumato, sfibrato, come coperta consumata, unico confort dei salvati. Tutto è deserto, l’acqua è lacrima disperata. Le mura hanno lasciato spazio al delitto compiuto, si cerca, si smarrisce il tempo. Scosse che continuano a muovere la terra, testimonianza che nulla è finito. Compresenza viva della paura, della fuga dal niente, dalla vita nuda avvolta dentro un pigiama impolverato, con le pantofole bucate, il resto nulla, il vuoto respiro come ombra che rimane, un’altra scossa ancora che produce di nuovo solo paura, che ancora non sia finita.
Le parole tremano, sobbalzano, muovono le mie mani incapaci di continuare a toccare lo schermo, le immagini raccolgono il dolore, editoriale macchiato, sporco, mentre dalla finestra si continua a costruire con calce e mattoni.