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di Marinella Bosi
Tra le macerie e il dolore che hanno seguito il terremoto in Abruzzo, un po’ di speranza è arrivata dalle tante storie di solidarietà che non sono mancate già dalla mattina dopo il disastro. Nei luoghi colpiti in primis, e in tutta Italia poi, ci si è rimboccati le maniche e si è fatta partire la macchina degli aiuti: dalla forza fisica dei volontari della protezione civile, alla solerzia dei donatori di sangue, all’immediata organizzazione di raccolte fondi e beni di prima necessità, tutti hanno cercato di fare quel che si poteva.
In questa gara di impegno civile e umanità che sta coinvolgendo l’intero Paese una bella pagina è stata scritta dalle squadre e società di rugby abruzzesi.
L’Aquila, Paganica, Tornimparte e tante altre località delle zone colpite dal sisma vantano infatti una lunga tradizione della palla ovale, e sono impegnate ai diversi livelli del campionato. Ma dalla Serie C alla Top Ten sono trasversali i valori di uno sport che abitua all’abnegazione e alla solidarietà, che richiede sacrifici e costruisce legami rocciosi dentro e fuori il campo. Valori che nascono dalla condivisione di fatiche in allenamento e in partita e dall’essenza fortemente educativa di questa disciplina, che insegna a pensare di non essere soli, a non temere il contatto fisico o il sacrificio, e a non tirarsi indietro quando è il proprio momento.
Negli ultimi giorni televisioni e giornali, compresi quei programmi televisivi che solitamente lasciano agli “altri sport” solo le loro briciole finali, hanno ripercorso le storie di solidarietà del mondo del rugby dopo il sisma.
Gli italiani hanno saputo che in molti luoghi i giocatori sono stati i primi a soccorrere i loro concittadini nelle case crollate, che gli stranieri si sono fermati a dare una mano, che i campi sono diventati da subito punti di riferimento per la popolazione locale, e poi le sedi di tendopoli.
Spalle larghe, mani forti e grandi cuori: tutto messo a disposizione delle comunità che ne avevano bisogno. Esemplare in questo senso quanto accaduto a Paganica sin dalle prime ore dopo la scossa che feriva questa piccola frazione ai piedi del Gran Sasso. Già prima dell’arrivo della Protezione Civile, i giocatori erano al campo a svuotare i magazzini della società distribuendo tute e maglie alle persone fuggite al disastro nel cuore della notte senza poter portar via nulla, e a preparare colazioni e pranzi nella pub house che nel corso dell’anno ospita il terzo tempo. La squadra di Paganica, impegnata nel girone di elitè di Marche, Umbria, Abruzzo in serie C, ha deciso di disputare la partita per la promozione prevista per domenica prossima. Un modo per dare il segnale che le cose, nonostante tutto, devono andare avanti.
In questa storia di rugby e terremoto una nota dolorosa è stata quella di dover accettare la scomparsa di Lorenzo Sebastiani, giovane pilone de L’Aquila Rugby. Ma, anche se a fatica e con sgomento, i lutti non devono fermare la buona volontà, e in qualche modo si deve andare avanti, condividendo gli sforzi. E così le società locali non vengono lasciate sole nel dare una mano nella gestione dell’emergenza del terremoto.
Uno dopo l’altro, i protagonisti del mondo rugbistico dell’intero stivale arrivano a portare sostegno. Infatti la Federazione Italiana Rugby ha aperto una sottoscrizione (gli estremi si trovano sul sito www.federugby.it) e i club hanno avviato la accolta di fondi presso i loro iscritti. Con il coordinamento dalla Fir, ogni comitato regionale si muove in autonomia con proprie iniziative. Prendendo spunto proprio da storie come quella di Paganica, dove gli impianti sportivi, già destinati ad uso sociale, sono stati strategici nel momento dell’emergenza, le Marche hanno assunto un ruolo apripista per l’acquisto di ulteriori strutture da destinare alle società di rugby abruzzesi, utilizzabili oggi per far fronte alle necessità legate al terremoto, e domani per spogliatoi, pub house e quant’altro possa servire per lo sport.
Così, domenica 19 i giocatori marchigiani si ritroveranno a Jesi nel primo pomeriggio per disputare una partita di solidarietà, la cui cifra di iscrizione sarà destinata a questo progetto. Il tutto a conferma di una grande verità, e cioè che a rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore.