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Il dossier che qui presentiamo non è una mera e alquanto irrilevante memoria difensiva, e non è neppure un cahier de doléances riguardo a una classifica – quella scaturita dalla valutazione del “merito” nel sistema universitario italiano condotta ai sensi dell’art. 2 della Legge 1/2009 – diffusa dal Miur con un comunicato all’Ansa il 24 luglio e ampiamente pubblicizzata e commentata sui principali organi di stampa e sulle reti televisive nazionali; classifica che ha visto l’Università di Macerata collocata all’ultimo posto, insieme ad un piccolo gruppo di altri Atenei italiani.
L’analisi che abbiamo ritenuto opportuno svolgere nelle pagine che seguono, infatti, non s’incentra, se non marginalmente, e a titolo puramente esemplificativo, sul trattamento riservato all’Ateneo maceratese e sulle conseguenze prodotte dalla sopra ricordata classifica sull’attività del medesimo Ateneo.
Questo dossier si propone come un convinto e doveroso atto di denuncia riguardo ad una procedura di valutazione del “merito” nelle Università italiane che, tanto sotto il profilo formale, quanto, in particolare, dal punto di vista sostanziale, presenta gravi limiti e palesi incongruenze, tali da risultare un’iniziativa destinata non certo a far compiere un passo in avanti al sistema universitario e ad affermare al suo interno quell’autentica e quanto mai necessaria e urgente cultura della valutazione che noi per primi auspichiamo.
Ma di questo, il dossier che qui presentiamo si propone di fornire ampia prova. Alle pagine che seguono, dunque, si rinvia per le valutazioni del caso.
In questa sede si vuole sinteticamente richiamare l’attenzione su taluni aspetti e motivi che sono stati oggetto di scarsa attenzione nel corso del pur vivace dibattito che, dalla fine di luglio ad oggi, soprattutto sulla stampa nazionale e locale, ha accompagnato e seguito la pubblicazione della sopra ricordata classifica delle Università italiane. Ne richiamiamo rapidamente alcuni tra quelli che hanno trovato una specifica attenzione nelle pagine che seguono:
Il processo di valutazione che ha portato alla classifica del 24 disegna una realtà universitaria nazionale a due velocità che, guarda caso, coincide in larga misura con la tradizionale divisione del Paese tra Nord e Sud (o meglio: un Centro-Sud). È una fotografia realistica, quella proposta dalla classifica sopra ricordata?
I criteri utilizzati tendono ad accentuare notevolmente il peso e la rilevanza dei settori scientifico-disciplinari dell’area tecnologico-scientifica, a scapito di quelli riferibili agli ambiti umanistico, sociale e giuridico. Siamo sicuri che sia questa una scelta intelligente e lungimirante per il sistema-paese e per il suo sviluppo?
Il terzo punto attiene al metodo del tutto inusuale con il quale si è ritenuto di “gestire” il processo di valutazione degli Atenei: siamo davvero convinti che una seria e moderna cultura della valutazione della ricerca e della didattica universitarie possa affermarsi attraverso “gogne mediatiche” e la diffusione di liste ed elenchi di “buoni” e “cattivi” da offrire in pasto ad un’opinione pubblica in larga misura poco attrezzata a cogliere il significato reale, i limiti e la complessità del sistema oggetto di valutazione?
Le pagine che seguono sono indubbiamente, come si è detto all’inizio, un atto di denuncia. Ma esse intendono rappresentare soprattutto un contributo a una discussione e a un confronto opportuni, e anzi indispensabili per molteplici ragioni, su quello che è un problema – il futuro del sistema universitario italiano e della ricerca scientifica condotta nelle Università – che non riguarda solo ed esclusivamente i rettori, gli organi accademici, le comunità di docenti e ricercatori, il personale tecnico-amministrativo degli Atenei e gli studenti universitari.
In un articolo apparso il 2 agosto sull’autorevole quotidiano Il Sole 24 Ore, Miguel Gotor (Senza riforme si tira a campare) ha proposto un’analisi del processo di valutazione delle Università italiane che ci sentiamo di condividere appieno. Tra le intelligenti ed efficaci osservazioni da lui formulate, una ci sembra possa essere assunta come motivazione di fondo del presente dossier:
Dopo un anno di blocco dei concorsi e delle assunzioni è arrivata la classifica delle università virtuose, quelle da premiare con maggiori finanziamenti […]. Tuttavia, non si è riflettuto a sufficienza sui criteri adottati per stilare la lista che rischia così di limitarsi a fotografare una situazione già nota, provocata da problemi strutturali di lungo periodo, e ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, nord e sud della penisola, invece di provare a ricomporlo. Ad esempio, per quanto riguarda il versante della ricerca, appare iniquo comparare la capacità di attrarre finanziamenti di un polo tecnico-ingegneristico situato in una zona ad alto sviluppo economico del paese con quello di un’università a prevalente vocazione giuridico-umanistica che si trova in un’area depressa. L’adozione di tale principio, che non prevede riequilibri proporzionali, prefigura una precisa egemonia di carattere tecnico-scientifico: nulla di male, ma di ciò bisognerebbe discutere per valutare l’esclusività di una simile scelta in un paese come l’Italia in cui i beni culturali e i saperi umanistici dovrebbero rappresentare un asset strategico non solo sul piano dell’identità nazionale, ma anche su quello della produzione di ricchezza e di beni immateriali.
Non ci sembra di dovere aggiungere altro.
Roberto Sani
Rettore dell’Università degli Studi di Macerata