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di Marco Luzzi
Tre candidati si recano ad un colloquio per avere un posto di lavoro: un laureato in Scienze politiche, uno in Economia e un altro in Matematica. Il selezionatore rivolge a tutti e tre la stessa semplice domanda: “Quanto fa due più due?”. “Quattro!” risponde l’economista. “Fa quattro, ma potrebbe fare anche due, se non usassimo una scala decimale”, dice il matematico. Il laureato in scienze politiche si alza e chiude la porta, si avvicina all’esaminatore e gli sussurra all’orecchio: “LEI quanto vuole che faccia?”.
Questa piccola barzelletta, presa per il verso giusto, è un simpatico omaggio all’eclettismo e alle capacità di pensiero laterale che da sempre caratterizzano i laureati in scienze politiche, con le quali sopperiscono alla mancanza di specializzazione in un preciso campo dello scibile.
Eppure sembra esistere, da alcuni anni a questa parte, una sorta di inspiegabile disegno governativo (bipartisan) volto a escludere dal più alto numero possibile di carriere proprio coloro che si sono formati a quella che nacque, all’epoca delle prime democrazie liberali, come la scuola di formazione delle classi dirigenti.
Tutto comincia con il decreto ministeriale n. 231 del 1997, che definisce abili all’insegnamento solo coloro che hanno conseguito la laurea in Scienze Politiche entro l'anno accademico 2000-2001, escludendo quindi tutti gli studenti che si sono laureati successivamente, nonostante la guida all'università del Ministero dell'università e della ricerca 2000-2001 continui a scrivere “insegnamento nelle scuole secondarie” fra gli sbocchi professionali per i laureati. Ma non finisce qui: infatti il decreto legislativo n. 139 del 28 giugno 2005 dispone che i dottori in Scienze Politiche non potranno più iscriversi all’albo dei commercialisti se non avranno cominciato il praticantato entro il 31 dicembre 2007 (una norma retroattiva per tutti i laureati prima del 2005).
Certo, restano ancora tutte quelle carriere che tradizionalmente si ricollegano alla facoltà: diplomazia, giornalismo, editoria e pubblica amministrazione, insieme alla via delle fondazioni culturali, delle organizzazioni governative e non governative; senza contare poi il mitico settore delle “risorse umane”, che da indispensabile funzione aziendale è diventato una sorta di magico contenitore in grado di salvare, almeno nell’immaginario, praticamente ogni studioso di discipline umanistiche che non sa più dove sbattere la testa.
Però la sensazione di essere stati discriminati rimane, tanto che è da poco comparso su facebook il gruppo “sosteniamo il diritto all’insegnamento dei dottori in scienze politiche”, con il fine di attirare l’attenzione dei decisori pubblici, al quale è possibile iscriversi cliccando qui: http://www.facebook.com/group.php?gid=150559887924.