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Lo studio, un piacere senza limiti

25-06-2010

di Claudia Zavaglini

Sono molti i giovani che, terminate le scuole superiori, si gettano nel mondo del lavoro con la speranza di continuare a studiare all’università in seguito, pur lavorando. Sta di fatto che molti di loro poi, presi dal ritmo spesso frenetico della vita lavorativa, iniziano a sentire lo studio come qualcosa di ormai lontano e il desiderio iniziale di continuare ad apprendere finisce col morire. Lo studio, però, non è qualcosa che riguarda soltanto la prima epoca della vita: può essere, infatti, parte integrante dell’intera esistenza.

Liana Sopranzetti, bibliotecaria del Dipartimento di Scienze della comunicazione, ha iniziato a lavorare molto giovane. Dopo la maturità tecnica, il desiderio di continuare a studiare se n’è a poco a poco andato anche in lei, ma solo per riaffiorare molti anni dopo fino a farsi necessità.
Finalmente, ora, dopo anni di studio all’Università di Macerata, è giunta alla laurea specialistica in Pedagogia e scienze umane. La sua esperienza ci è sembrata esemplare per quanti non credono possibile proseguire gli studi per l’intera vita, conciliandoli con il lavoro, la famiglia e gli impegni quotidiani.

Il sogno di iniziare a frequentare l’università, ormai sopito in lei, si è risvegliato grazie a delle colleghe che avevano deciso di iscriversi alla facoltà di Scienze della formazione; nonostante la titubanza iniziale, spinta anche dalle amiche, si è iscritta anche lei. Di qui ha avuto inizio la sua vita universitaria, una vita affatto passiva, nonostante il lavoro e gli ulteriori impegni: corsi seguiti, lezioni registrate e sbobinate, dialogo coi docenti, esami preparati, sostenuti con paura ma anche con soddisfazione.

Se le chiedo di parlare di questo periodo, di come è riuscita a conciliare tutto, lei risponde che ci è riuscita, che le piaceva, che ha rinunciato magari a dei divertimenti, ma ne è valsa la pena, perché lo studio universitario ha risvegliato in lei la curiosità, l’aspirazione a conoscere ed approfondire la realtà delle cose. Sa che questa laurea non le servirà mai per un qualche lavoro, considerato che sta andando in pensione, ma che le è servita e le servirà semplicemente per lei: non sono stati anni inutili e infruttuosi, sono stati anni che l’hanno cambiata, un po’ nel pensiero, un po’ nell’approccio al sapere stesso e alla vita quotidiana.

Mentre la ascolto mi nasce in cuore una improvvisa leggera tristezza: perché questa donna, alla sua età, ha vissuto e vive la vita universitaria come pochi studenti della mia età fanno, purtroppo.

Per molti l’università è solo andare a lezione, dare esami, laurearsi. Per lei no: ne parla come si parla di qualcosa che è la nostra vita, che le dà forma e, quasi, senso, con la consapevolezza che, oltre al lavoro, ci sono altri motivi, più alti, per studiare: perché, dice, lo studio sollecita la riflessione critica personale sulle cose che ci circondano, stimola, arricchisce l’anima, fa essere curiosi e non fa diventare vecchi mai.

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