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di Maria Rita Sciarrone
“Io sono nato negli anni Trenta. Sono nato suddito e faccio parte di una generazione che ha perso tutti i treni: troppo giovane per fare la resistenza e troppo vecchio per fare il Sessantotto. Eppure sono stato in grado di capire che la democrazia per me significa libertà”. É ciò che afferma Enrico Vaime nel libro “L’arte della democrazia” a cura di Claudio Gaetani e Mauro Peroni. Un ciclo di 17 interviste che si aprono con una domanda fissa: “Che cos’è per lei la democrazia?”.
L’intervistato questa volta non è né il politologo, né il filosofo, né il letterato, ma l’artista. “Perché gli artisti- afferma Peroni - tentano di restare il più possibile in contatto con ciò che li circonda, al contrario del politico che sembra allontanarsi sempre più dalla piazza per chiudesi all’interno di palazzi ovattati”. A presentare il libro, nella Sala Gigli del Teatro Lauro Rossi, è intervenuta la professoressa Paola Magnarelli. Ospite d’eccezione, per l’appunto, Enrico Vaime, conduttore del programma del La7 “Omnibus", che per l’occasione ha presentato anche il suo di libro, La democrazia secondo me, frutto delle puntate più significative, più divertenti e memorabili della sua rubrica Trafficando.
"Nonostante l’apparente disomogeneità - afferma la professoressa Magnarelli -, questi due libri sono collegati perché animati entrambi da una passione civile". La parola passa quindi a Vaime, che attraverso il filtro dell'ironia e dell'arguzia, ci dà la sua versione di democrazia. E per farlo parte da un’esperienza personale. "C’è una donna – racconta - che mi scrive da sette anni, insultandomi perché parlo senza contraddittorio. Io le spiego tutte le volte che non posso fare altrimenti, perché il mio è un editoriale e, se avessi un interlocutore davanti a me, non sarebbe più un editoriale. Anche se gli insulti mi possono dare fastidio, io non vorrei rinunciarvi, perché anche questa è democrazia".
E dal presente in un attimo Vaime, fa un salto nel passato, a quel Sessantotto che lui ha vissuto “da privatista "perché – dice - mi sentivo imbarazzato a partecipare. Ma ho visto bruciare la mia macchina in Corso Sempione. E, guardando la scena dall’ultimo piano del mio appartamento, mi sono detto che anch’io avrei scelto quella macchina da bruciare. Quindi sono stato contento".
Il motivo per cui Vaime racconta questo episodio è per riallacciarsi a quello che lui definisce “una delle tante offese alla democrazia” degli ultimi anni: nessuno è sceso in piazza a rovesciare le macchine quando ci hanno tolto il diritto alle preferenze, né quando un barcone d’immigrati è rimasto tre giorni fermo in mezzo al mare, perché i politici litigavano sulle competenza di questo o quell’altro paese, mentre qualche esponente del partito di maggioranza urlava che in Italia siamo diventati troppi. “Il problema - incalza Vaime - non è che qui in Italia siamo troppi, ma che noi siamo prigionieri di alcuni personaggi inadeguati”. Vaime non è uno di certo che non le manda a dire e il suo riferimento al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi traspare ad ogni frase. E quando gli si chiede come andrà a finire, lui risponde che stiamo subendo dei forti attacchi alla democrazia. “Io vedo un certo disagio tra le gente che si trova a guardare la tv. Perché dobbiamo subirlo? E’ chiaro che faccia più comodo parlare di Casoria piuttosto che dei 600 mila dollari per i quali Berlusconi è stato accusato di aver comprato un falso testimone - il suo ex consulente Mills che aveva costruito un sistema di 64 società occulte, nei paradisi fiscali - ma io credo che la gente meriterebbe di più”. Ed anche questa in fondo è democrazia: poter scegliere.