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di Maria Carmela de Dato
Prosegue la nostra inchiesta sul rapporto tra giovani e libri (vedi la prima parte).
Alcide Pierantozzi, giovane studente universitario della Facoltà di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano, ventitreenne di San Benedetto del Tronto, all’attivo conta già due romanzi ed un terzo è in arrivo. Uno indiviso (ed. Hacca, 2006), romanzo d’esordio con il quale si è fatto conoscere al pubblico, L’uomo e il suo amore (ed. Rizzoli, 2008), ultima fatica che gli ha permesso di consolidare la sua fama di giovane scrittore ed il terzo in cantiere, La Casa matta (ed. Rizzoli), in uscita a settembre.
Quando e come inizia il tuo rapporto con la scrittura?
E’ iniziato da bambino, già dalle elementari trasformavo i temi che la maestra ci assegnava in racconti. I miei non erano temi, non lo sono mai stati, ma piccoli romanzi di trenta pagine. Ricordo che a casa di mia nonna prendevo le agende della Banca e le riempivo di piccoli racconti, pensieri, frasi. Il primo vero romanzo è nato all’età di 12 anni, ma l’ho cestinato senza farlo leggere a nessuno. Poi ho abbandonato la scrittura dedicandomi al cinema. Negli ultimi anni del liceo è rinata la voglia di scrivere, ho iniziato con alcune poesie per poi passare alla scrittura vera e propria. Il mio esordio non è avvenuto quando il primo libro è andato in stampa, ma quando ho esordito con me stesso. Quando sono riuscito a strappare da me stesso quel qualcosa di profondo che mi lega alla realtà.
Cosa c’è dietro la scrittura? Come si incastra la dimensione mentale dello scrivere con quella materiale del riversare nero su bianco?
Un particolare della realtà mi colpisce e sento l’esigenza di mettere fuori quello che vivo dentro. Violentemente questo pensiero inizia a prender forma. A quel punto i personaggi hanno una fisicità ben chiara, hanno delle caratteristiche, uno spessore, le loro contraddizioni e un’evoluzione. Un personaggio non sarà mai lo stesso nel corso della storia: a pagina 1 sarà diverso da pagina 45 e da pagina 70. Sono loro a chiamarmi e io mi faccio trasportare dalla loro evoluzione. Una volta chiari il ritmo, la lingua, i personaggi, i luoghi, segue una fase di studio, di scalette, di schemi. A quel punto so già cosa scrivere. Ho un metodo molto rigido, sono molto prolifico, scrivo dalle venti alle trenta pagine al giorno e non lavoro mai meno di sette ore. Poi c’è il lavoro di revisione, rilettura e correzione con l’editor. Arrivare a questa fase è una gran fortuna. Molti sono i libri abortiti sul nascere. Una storia che riesci a portare a termine è il risultato della tua predisposizione alla scrittura, del tuo essere rilassato, dell’idea giusta, del ritmo e del linguaggio adottato fin dalla prima frase.
Rapporto lettura-giovani e consumo di libri da parte dei giovani, cosa pensi a riguardo.
Personalmente credo che non è vero che bisognerebbe leggere tanto. Attualmente il 95% dei libri presenti in libreria sono robaccia. Ci sono dei libri, a mio avviso, assolutamente nocivi, a quel punto è decisamente meglio vedersi un film. Quando si entra in libreria bisogna star attenti a quello che si compra. Meglio leggere quattro volte Il Processo di Kafka che trecento libri-spazzatura. Molti libri sono scopiazzati, copie di copie per non parlare poi di libri di autori stranieri bellissimi tradotti male. Leggere non è un bisogno vitale di un uomo, non nasciamo con la voglia di leggere ma essa ci viene inculcata. Ci si avvicina pian piano alla lettura, prima perché sei interessato ad assecondare le tue passioni, le tue curiosità - e così leggerai libri che ruotano tutti su un certo argomento -, poi passi a tutti i libri di uno stesso autore, fino ad estendere a macchia d’olio la tua selezione perché colpito dal virus della lettura. Quando si diventa lettori maturi e consapevoli a quel punto le letture si fanno mirate, diventano attente, ricercate e si diventa lettori esigenti. Ma questo percorso richiede del tempo. Riguardo ai giovani, penso che purtroppo nelle scuole si leggano i classici pensando che i libri di autori contemporanei siano peggiori e scadenti. Questo può allontanare i giovani dalla lettura. I ragazzi hanno bisogno di leggere storie che gli appartengono, che sono a loro vicine. Una volta in circolo il virus della lettura, ci sarà sempre tempo per leggere i classici della letteratura.
Molti eventi che ruotano attorno alla lettura sono mere trovate pubblicitarie e a quel punto il libro diventa un oggetto. Molto spesso attorno a questi circoli letterari c’è una cultura del risentimento, una cultura nostalgica che non condivido. Bisognerebbe capire che un certo modo di fare letteratura è cambiato e che non può più essere riprodotto. La lettura non può essere un’esperienza condivisa con gli altri. Sei tu e il tuo libro che leggi e rileggi, sottolinei fino a consumarlo.
Quale libro avresti voluto scrivere? E quale libro i lettori di Cittàteneo devono assolutamente leggere?
Il libro che avrei voluto scrivere è indubbiamente Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer. La vita di un uomo che nasce vecchio e man mano che cresce ringiovanisce. Una storia al contrario che intreccia e si relaziona con personaggi “normali”. E’ una storia che mi ha affascinato tantissimo e che avrei voluto scrivere perché entra nelle mie corde.
Il libro che a mio avviso va letto per la sua bellezza è La folie di Baudelaire di Roberto Calasso. Parte da un sogno che fa una notte Baudelaire, nel quale il lettore partecipa ad un viaggio di analogie, immagini e misteri. È un libro ricco di riferimenti culturali in una storia avvincente quale un romanzo. (2 - continua)
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