La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

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di Marco Luzzi
Quando la politica si è fatta di massa, il suo rapporto con la comunicazione visuale è divenuto di primaria importanza. È tutta l’iconografia del Novecento a parlarcene, dai manifesti della propaganda di quei regimi che più di tutti fecero della comunicazione un’arma: il Führer è in postura marziale, circondato da imberbi Ss sotto lo slogan “La gioventù è con Hitler!”. Josip Stalin sceglie invece la continuità col mai dimenticato paternalismo zarista: alcuni biondissimi piccoli bolscevichi giocherellano gaiamente sotto il suo baffone increspato da un enigmatico sorriso, sormontati dalle parole “Stalin è la pace”.
Andrea Rauch, designer e illustratore di calibro internazionale (il MoMA di New York e Musée de la Publicité del Louvre di Parigi espongono sue creazioni) e ospite del Festival Expò civitanovese “Carta Canta”, inizia il suo affascinante racconto da quei tempi oscuri e sanguinosi per guidare l’auditorio, immagine dopo immagine e manifesto dopo manifesto, fino ai giorni nostri, a quei politici che più di altri si sono resi simbolo o hanno miseramente fallito nel tentativo.
Naturalmente è il volto di Barack Obama ad emergere incontrastato quale riuscitissimo connubio fra physique du rôle e proposta ideologica: il cambiamento (change) come parola d’ordine incarnata da un quarantenne brillante e afroamericano, che ha saputo veicolare se stesso come idea-forza. E non è certamente un caso che il riconoscimento di questa forza arrivi proprio da colui il quale, nella realtà italiana, è il vincitore moderno della lotta dell’apparire, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha stigmatizzato l’alchimia pop di Obama definendolo infelicemente, ma efficacemente “giovane, bello e abbronzato”.
Ma oltre qui non si va, e dopo aver volato altissimo è tempo di ridiscendere in picchiata alla vuota piccineria dei manifesti elettorali delle nostre piazze, dei nostri consigli comunali, con le fototessere di anonimi candidati incapaci di presentare qualcosa in più di frusti slogan privi di significato: “Con voi” (e con chi, sennò?), “Un’idea diversa” (e da che cosa, scusa?), “L’impegno che si vede” (da dove?) o addirittura “Perché io le bugie non le racconto” (ma vedi un po’ te…).
Ma allora, chiediamo a Rauch, la battaglia italiana dell’immagine non la vince nessuno?
“Direi proprio di no, o quantomeno questo è il trend in atto: c’è uno svuotamento di contenuti pressoché totale, ci sono solo facce senza niente dentro. Nei manifesti che abbiamo visto, ad esempio quelli dei dittatori novecenteschi, c’era l’espressione di un valore positivo fattuale: si indicava che si stava facendo qualcosa per qualcuno (la gioventù, la pace), mentre oggi nemmeno il più abile venditore di se stesso, Silvio Berlusconi, riesce a colmare questo vuoto.” 