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La lezione dimenticata di Matteo Ricci. Prima parte: sulle orme del Gesuita

10-04-2010

di Francesco Barbabella

Nell’anno del quadricentenario dalla morte di Padre Matteo Ricci, l’Italia e la Cina si apprestano a ricordare la figura del religioso attraverso una serie di importanti eventi. Tra quelli organizzati in Cina, spicca la mostra “Incontro di civiltà nella Cina dei Ming”, curata dal Prof. Filippo Mignini dell’Università di Macerata: la mostra è stata inaugurata questo febbraio a Pechino e si sposterà successivamente a Shangai e Nanchino.

Matteo Ricci è stato l’unico occidentale che è riuscito a penetrare nella Cina imperiale del XVII secolo ottenendo il rispetto dei letterati e degli uomini politici del tempo, nonché dello stesso Imperatore, superando difficoltà linguistiche, religiose e culturali. Nato nel 1552 a Macerata, si formò come gesuita per poi essere inviato nel 1582 in Cina insieme ad una delegazione di missionari. Dopo aver atteso vari anni a Macao e Nanchino, finalmente nel 1601 fu ammesso a raggiungere la capitale dell’Impero.

Ormai adattato agli usi cinesi e stimato dalla classe colta, Matteo Ricci acquistò una grande fama per la sua cultura: tradusse alcune opere classiche della scienza occidentale, mentre furono molti gli scritti filosofici, scientifici e religiosi del gesuita ad essere redatti direttamente in cinese. Il “Saggio d’Occidente”, come fu soprannominato, fu anche il primo occidentale ad aver avuto il privilegio di essere seppellito a Pechino su concessione dell’imperatore Wanli, nel 1610.

Matteo Ricci predicò e operò per trovare un punto d’incontro tra le culture, quella occidentale e quella orientale: l’una non escludeva e non poteva soppiantare l’altra, la loro convivenza pacifica era quindi possibile. Anzi, l’incontro di due pensieri diversi e rispettosi l’un l’altro avrebbe rappresentato un momento di crescita per entrambi, un dialogo fecondo: questa la grande lezione di Matteo Ricci ai Cinesi, fino ad allora sospettosi ed irriverenti nei confronti degli stranieri.

La Cina che è entrata nel XXI secolo è ben diversa da quella della dinastia Ming: la percezione del mondo esterno è cambiata, gli stranieri ora possono sedersi allo stesso tavolo per trattare e collaborare. Il nuovo motto del gigante asiatico può essere riassunto: invadere, senza essere invasi. In questo modo possono essere spiegate le politiche di governo che hanno caratterizzato la grande ascesa della Cina: la ricerca dell’autarchia economica e la censura dell’informazione, ad esempio, sono filtri in grado di mantenere un forte controllo sociale all’interno del Paese, minimizzando le influenze dall’esterno.
(prima, continua).

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