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di Francesco Barbabella
Anche se Matteo Ricci è considerato un simbolo del dialogo tra Oriente e Occidente, tanto da essere tra i pochissimi occidentali a comparire nell’Enciclopedia Nazionale cinese, l’attuale classe dirigente del Paese non sembra avere appreso nessuna lezione dal religioso maceratese. Una classe dirigente, quella cinese, che mira senz’ombra di dubbio a rendere omogeneo il tessuto culturale nazionale, appiattendo le diversità più scomode e le tradizioni non coerenti con la struttura sociale prevista dall’alto. In questo senso, due sono i fronti interni più delicati, ciclicamente sotto i riflettori degli osservatori internazionali: il Tibet e lo Xinjiang.
Del Tibet si è detto e scritto molto, anche grazie alla figura del Dalai Lama, massima autorità spirituale del buddismo tibetano: da esiliato, il Dalai Lama ha denunciato lo sradicamento delle tradizioni del suo popolo ad opera del governo cinese centrale, definendolo un vero e proprio “genocidio culturale”. Un’opera di repressione che ha trasformato il Tibet in una cartolina buona per i turisti, ma che impedisce, tra l’altro, il libero culto e le manifestazioni per il rispetto dei diritti umani (si veda, ad esempio, l’arresto di oltre cento monaci nell’aprile 2009, portati poi in strutture per essere “educati” ai principi patriottici).
Meno conosciuta del Tibet, la regione dello Xinjiang è tornata alla ribalta durante le Olimpiadi di Pechino del 2008, per il pericolo di attentati terroristici, e nel luglio 2009, quando scontri etnici infiammarono l’area con un bilancio finale di 184 morti e quasi 1.500 arresti (ragioni queste sufficienti a far abbandonare il tavolo del G8 de L’Aquila al premier cinese). Gli abitanti dello Xinjiang sono quasi per la metà di etnia uigura, un gruppo di origine turcomanna e di religione islamica: la loro cultura, marcatamente diversa da quella cinese tradizionale, è costantemente messa in pericolo dalle autorità. Queste hanno tentato di “diluire” il problema uiguro attraverso il trasferimento di milioni di cinesi (di etnia Han) nella regione, allo scopo di stabilizzarla dal punto di vista sociale, economico e geopolitico (dal momento che lo Xinjiang confina con diversi Stati islamici dell’Asia centrale che ospitano etnie affini).
Non hanno sortito nessun effetto i richiami della comunità internazionale, la quale da tempo invita il governo cinese al rispetto dei diritti umani in queste regioni e in tutto il Paese: non c’è nessun segnale, al momento, che possa far sperare nello sviluppo di forme più democratiche di potere o di tolleranza politica e culturale.
Pur considerato questo, la Cina è un interlocutore imprescindibile per i grandi Stati mondiali, un partner economico e finanziario troppo prezioso (si vedano gli incredibili investimenti cinesi nei titoli statunitensi), anche se politicamente impossibile al momento da piegare o smuovere. Il legame con l’Italia, ad esempio, si sta consolidando soprattutto sul piano economico, e le ricorrenze simboliche costituiscono un valido pretesto per stringere nuovi accordi.
Tra gli altri appuntamenti importanti di quest’anno, infatti, spiccano la celebrazione dell’anno della cultura cinese in Italia, che da settembre festeggerà i 40 anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi, nonché l’attesissimo Expo di Shangai, fiera mondiale del commercio e vetrina importantissima per gli imprenditori di tutto il globo, tra cui quelli italiani. Eventi, questi, durante i quali verranno messe da parte accuse e dichiarazioni di principio per far posto ad una diplomazia commerciale sorda alle richieste di rispetto dei diritti umani. Non proprio quello che Matteo Ricci aveva in mente quando parlava di dialogo interculturale. (Seconda parte, fine).
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