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di Francesco Barbabella
L’Iran ha il suo presidente. Dopo settimane di proteste e scontri di piazza che hanno infiammato Teheran, l’ayatollah Ali Khamenei ha ufficialmente riconfermato il presidente uscente Mahmud Ahmadinejad. La situazione in Iran, però, è tutt’altro che stabile in questo momento.
Sul fronte politico, Ahmadinejad non sembra più godere dell’appoggio incondizionato dell’ayatollah Khamenei, vera guida suprema del Paese. Un segno simbolico, ma molto importante, è dato dalla gaffe in cui è incappato il presidente: nell’atto di prendere dei documenti dalle mani di Khamenei, Ahmadinejad ha cercato di baciargli la mano sinistra, senza riuscirvi. Quattro anni fa, all’allora neoeletto presidente fu concesso l’onore di baciare la mano dell’ayatollah, un privilegio riservato a pochi. In questa seconda occasione, Ahmadinejad ha dovuto ripiegare e accontentarsi di un freddo bacio sulla guancia.
Un altro segnale da considerare è che la cerimonia non è stata trasmessa in televisione, come invece accadde nella prima elezione di Ahmadinejad. Diversi poi sono stati gli assenti illustri: a parte Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, leader delle opposizioni, spicca la figura dell’ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani, importante guida religiosa ed ex presidente dell’Iran.
A livello interno, non sembrano affievolirsi le proteste verso la conferma del capo del governo iraniano: stando al canale satellitare al Arabiya, a Teheran si susseguono manifestazioni contro il nuovo governo di Ahmadinejad, sostenute dalle opposizioni che continuano a contestare i risultati ufficiali delle elezioni del 12 giugno scorso.
Secondo i dati diffusi dagli organi di governo, il partito del presidente avrebbe conquistato il 63% dei voti, contro il 34% del principale oppositore, Hossein Mousavi. Ma nessuno dei presunti sconfitti ha mai accettato questi risultati: da subito Mousavi ed i suoi colleghi di partito denunciarono brogli e sostennero con forza l’illegittimità della riconferma al potere di Ahmadinejad. Le accuse sfociarono, nelle settimane successive al voto, a violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine: secondo fonti non ufficiali, sarebbero un centinaio le persone uccise e almeno altrettante quelle imprigionate.
Problemi per Ahmadinejad arrivano anche dall’estero. Molti Paesi sono preoccupati per le ricerche condotte dall’Iran sul nucleare: secondo fonti di intelligence occidentali riportate dal Times, Teheran è in grado di costruire il primo ordigno nucleare nel giro di un anno. Un fatto, questo, che aggraverà i già difficili rapporti con la comunità internazionale. La responsabilità di decidere sul futuro nucleare iraniano appartiene all’ayatollah Khamenei, il quale ha il potere di avviare o di fermare il progetto per la costruzione di testate nucleari.
In questo scenario, gli Stati Uniti si sono già mossi per studiare le misure più opportune da adottare verso l’Iran (si parla dell’adozione di embarghi). L’intervento diretto è lontano, per il momento, nonostante le frequenti allusioni da parte di Washington: difficile pensare che gli statunitensi possano sopportare il peso di un’altra azione militare in grande stile, dopo Afghanistan e Iraq.
Più realistica invece la possibilità di un’azione mirata, come quella considerata da Israele. In questo caso, l’obiettivo sarebbe la distruzione degli impianti nucleari e dei siti relativi per fermare il processo di costruzione degli ordigni e riportare l’Iran di due o tre anni indietro nello sviluppo di queste tecnologie.