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Vulpio, "Lealtà ed empatia per un'informazione al servizio del cittadino"

08-07-2009

di Marinella Bosi

Il secondo appuntamento del ciclo di incontri “Scuola di Democrazia” a Jesi è stata l’occasione per conoscere Carlo Vulpio, il giornalista d’inchiesta del Corriere della Sera autore di “Roba nostra. Storie di soldi, politica, giustizia nel sistema del malaffare” (Il Saggiatore).
Abbiamo chiesto all’autore di parlarci della nascita di questo libro, dei fatti che vi sono raccontati e del volto dell’informazione nel nostro Paese.

Il suo libro segue le fila di vicende giudiziarie (“Poseidone” o “Why not” per citarne alcune) che, cominciando in città e luoghi del Sud, arrivano ai cuori pulsanti della vita politica ed economica del Paese. Ha avuto difficoltà nel ricostruire queste storie o nel reperire ed organizzare le informazioni?
Non è stato semplice. Ma nemmeno difficilissimo. A volte, anche per comprendere vicende complesse basta sapersi guardare intorno. Certo, poi occorre capire cosa si guarda, mettere assieme i “pezzi” e trovare una chiave di lettura. Nel nostro caso, diverse storie, prima che nelle procure, sono nate “sul campo”, con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica: documenti, domande, lunghi giri fino a consumare la suola delle scarpe, e voglia di capire sempre perché.

Quali sono gli elementi fondamentali, secondo lei, per un’informazione davvero al servizio dei cittadini?
Due, sopra ogni altro: la lealtà (non l’obiettività, che non esiste), intesa come approccio intellettualmente onesto ai fatti, e l’empatia, nel senso in cui ne parla un grande giornalista, Ryszard Kapuscinski, e cioè la capacità di sapersi calare nei panni dell’altro.

Molti dei lettori di Cittateneo all’epoca di Tangentopoli andavano ancora alle scuole elementari e hanno solo un ricordo sfocato di quella stagione. Quali sono le differenze tra il sistema di corruzioni e clientelismi di allora e quello attuale?
Il sistema del malaffare con cui oggi si assaltano le risorse pubbliche è, rispetto a quello degli anni Novanta, più remunerativo, più raffinato e perfettamente trasversale. Sempre più spesso, chi amministra ed eroga le risorse coincide – per interposta persona – con chi le percepisce. In Roba Nostra spiego come funzionano questi meccanismi, che continuano a impoverire le comunità e ad arricchire i soliti pochi. E’ attraverso questo sistema, per esempio, che gli arricchimenti privati e il finanziamento illecito dei partiti continua alla grande.

Perché sempre più spesso i giornalisti decidono di scrivere libri?
Le ragioni possono essere tante e diverse.
Credo però che in questo momento si scrivano tanti più libri, specialmente su argomenti scomodi e compromettenti, quanto minore è la possibilità di scrivere quelle stesse cose sui giornali.

Da cosa dipende questa impossibilità?
I giornali non sono liberi
. Di sicuro, in Italia lo sono molto meno che in altri Paesi “a democrazia occidentale”. E questo dipende sia dagli editori dei giornali - che hanno anche, e a volte soprattutto, altri interessi da curare -, sia dai giornalisti, che sembrano aver smarrito il senso della loro professione.

Come mai, nonostante l’alluvione di notizie che ci arrivano da tv, giornali, internet, la gente sembra informata soltanto in maniera superficiale, soprattutto su argomenti e vicende come quelli trattati nel suo libro?
Perché essere informati su qualcosa non vuol dire conoscere un “bit” di quella cosa e poi basta. Oggi, l’acquisizione di milioni di “bit” relativi a milioni di notizie, soprattutto quelle date con rapidità dalla tv, equivale a non sapere nulla. Pur avendo l’impressione di conoscere un po’ di tutto e di essere aggiornati su tutto.

Negli ultimi anni sono proliferati su internet blog e siti di gruppi o privati cittadini che, lamentando la mancanza di informazioni sui canali ufficiali, seguono in prima persona vicende locali o nazionali pur non essendo giornalisti. Cosa pensa di questo fenomeno?
Tutto il bene possibile. Magari non tutti sapranno fare del buon giornalismo, però a nessuno viene impedito di provarci. E spesso chi ci prova, ci riesce. A volte con risultati migliori di quelli delle tante gazzette in circolazione. Ma la cosa più importante è che attraverso questa strada i cittadini partecipano alla vita pubblica e non lasciano che a “fare politica” siano soltanto i cosiddetti politici di professione.

Spesso quando si parla di politica e giustizia, corruzione nei partiti e negli incarichi pubblici, si viene accusati di antipolitica. Qual è secondo lei lo spartiacque tra il porre una questione “morale” o “legale” e il cadere nel qualunquismo?
Etichettare le critiche, per quanto feroci, o l’affermazione dei principi di legalità come “antipolitica” e “qualunquismo” è commettere una truffa linguistica, prima che politica. La vera antipolitica è quella messa in atto da chi, pur dicendo di voler coinvolgere i cittadini nei processi di decisione della vita pubblica, in realtà li allontana, li esclude, li convince della inutilità di una partecipazione che non sia orientata al perseguimento di obiettivi personali, di lobby, di partito.

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