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di Francesco Barbabella
Affrontare un colloquio di lavoro non è facile, dal punto di vista emotivo. E nemmeno capire cosa si cela sotto le (spesso) affascinanti espressioni che ci vengono proposte, come “periodo di prova con possibilità di inserimento” o “siamo aperti a qualsiasi tipo di collaborazione”. Capire che tipo di contratto si cela dietro queste frasi e nei fogli di carta che firmiamo non è cosa da poco.
La cosa più importante è non lasciarsi abbindolare troppo facilmente dalle promesse di “futuro inserimento” in azienda. Verificate il tipo di contratto che propongono e i nostri diritti/doveri. Perché, anche se non si sta parlando del mitico contratto a tempo indeterminato, la legge fornisce in ogni caso delle garanzie al lavoratore. Si deve capire innanzitutto se si tratta di un contratto di lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo, oppure di un’offerta di formazione e ricerca.
In effetti, usciti dall’università è possibile “infiltrarsi” nel mondo del lavoro in modi diversi: uno di questi è quello di cogliere le proposte di formazione proposte da imprese ed enti pubblici, anche se, da un punto di vista formale, non costituiscono un vero rapporto di lavoro.
La forma più conosciuta (e sicuramente abusata) è lo stage, chiamato anche tirocinio formativo. Il suo obiettivo è avvicinare domanda e offerta di lavoro, dando la possibilità di entrare a stretto contatto con una professione o una attività lavorativa. Si tratta di formazione nel senso che il tirocinante dovrebbe apprendere un mestiere, anche grazie alla figura del tutor aziendale, il cui ruolo è quello di supervisionare l’operato dello stagista e formarlo all’attività lavorativa designata.
Purtroppo, molto spesso il tirocinio si rivela essere un semplice strumento a disposizione delle aziende per reperire manodopera a costo zero: lo stage non prevede alcuna retribuzione (è facoltà degli enti ospitanti erogare eventuali rimborsi spese), ma solo l’iscrizione del tirocinante all’Inail per gli infortuni sul lavoro. Lo stage coinvolge tre soggetti: il tirocinante; l’ente ospitante (pubblico o privato) in cui verrà inserito il tirocinante; l’ente promotore, il quale funge da garante dell’impresa o dell’istituzione ospitante e verifica il rispetto del progetto formativo individuale. Gli enti promotori possono essere: università, centri per l’impiego, provveditorati agli studi, centri di formazione e orientamento convenzionati, e altri ancora. Lo stage può durare un massimo di 6 mesi, prorogabile a 12 mesi per studenti universitari e a 24 per portatori di handicap.
Altra opportunità da sfruttare è quella delle borse di studio messe a disposizione da enti pubblici e privati per svolgere attività di studio o ricerca nei più svariati campi. In effetti, quello della borsa di studio è uno strumento che raggruppa situazioni molto diverse tra loro. Proviamo a semplificare il quadro.
Da una parte, troviamo le università e gli enti pubblici di ricerca che periodicamente pubblicano bandi di selezione per attività interne di ricerca: borse per dottorati di ricerca, borse post dottorato e assegni di ricerca sono le tipologie più conosciute (possono essere finanziate anche da enti esterni). In questi casi, però, più che entrare nel mondo del lavoro si rimane all’interno dell’ambiente accademico, facendo della ricerca il proprio lavoro. Anche il settore privato, compatibilmente con la normativa vigente, può promuovere borse di studio per inserire ricercatori nel proprio organico, rispondendo a esigenze interne di ricerca e sviluppo.
Dall’altra, gli enti pubblici hanno facoltà di proporre borse di studio per attività non strettamente legate alla ricerca accademica e scientifica, a beneficio di giovani da inserire in aziende per un determinato periodo (solitamente non più di un anno). Dal momento che non si tratta di ricerca scientifica in senso stretto, ma di un miglioramento di procedure e strumenti nella realizzazione di prodotti e servizi, le borse di studio in questo caso sono anche chiamate borse lavoro per sottolineare l’inscindibilità di lavoro, formazione e ricerca.
Attraverso una di queste borse, il giovane può lavorare all’interno dell’azienda con la garanzia di una retribuzione mensile, qualificata come borsa: anche qui, il rapporto tra borsista ed ente ospitante non si configura in alcun modo come rapporto di lavoro. Come nel caso dello stage, l’esperienza dovrebbe essere formativa per il borsista (il quale apprende le peculiarità di un’attività o di una professione) e vantaggiosa per l’azienda (la quale migliora la sua produzione e acquisisce manodopera a costo zero: la borsa è erogata interamente dall’ente promotore, mentre all’impresa rimane solo il contributo Inail).
(1/continua)