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Il referendum e le perle al porcellum

10-06-2009

di Marco Luzzi

Il 21 e il 22 giugno saremo chiamati ad esercitare il potere di referendum in merito alla legge elettorale Calderoli, sulla quale lo stesso estensore mostrò di nutrire qualche dubbio dichiarando “L’ho scritta io ma è una porcata”.                          

Di questa consultazione si è detto tutto e il contrario di tutto, molto al di là della classica esortazione balneare di craxiana memoria. È vero che la cura è peggio del male? Che cosa succede se vincono i sì?

Innanzitutto due parole sulla legge suina attualmente in vigore: i partiti si presentano agli elettori da soli o coalizzati, dichiarando prima sia il programma politico, che sarà depositato nero su bianco, sia il nome del Capo della Coalizione (che non è tecnicamente il candidato alla Presidenza – la cui nomina spetta al Quirinale – ma lo è di fatto). Vengono applicate delle soglie di sbarramento: alla Camera 10% per le coalizioni e 2% o 4% per i partiti, a seconda che siano coalizzati oppure no. Per il Senato stessa logica, percentuali diverse: 20% agli schieramenti, 3% e 8% per i single.

Ricchi Premi (di maggioranza) e cotillon: chi vince a Montecitorio si pappa 340 seggi (il 55%), mentre Palazzo Madama è stato trasformato in una sorta di “camera federale”, per cui i seggi in più vengono attribuiti regionalmente: da qui il bizzarro meccanismo che permise a Prodi nel 2006 di vincere le elezioni anche se aveva perso (perché al Senato aveva avuto, a livello nazionale, meno voti in termini numerici). Importante: le liste sono bloccate, ovvero sono elenchi di nomi precompilati dai partiti e gli elettori non godono del potere di indicare un candidato a loro scelta.

Ora, il 21 e il 22 (se piove) ci recheremo, ebbri di potere legislativo, nella nostra cabina elettorale temporaneamente adibita a scannatoio per occuparci della norcineria appena illustrata. Avremo di fronte a noi tre schede: le prime due, di colore verde e beige scuro, servono per cancellare il collegamento tra premio di maggioranza e coalizione; pertanto, se vince il sì, i seggi in più andranno alla singola lista (niente comitive di simboli). La terza scheda, invece, di colore rosso, ci chiederà se vogliamo abrogare il meccanismo di candidature multiple che consente ad un candidato di essere messo in lista in più circoscrizioni (anche tutte): ovviamente il plurieletto occuperà poi un solo scranno, lasciando a quelli in lista dopo di lui i posti cui ha rinunciato.

I promotori del referendum ne decantano le virtù, sostenendo che si manderà un segnale forte al Parlamento e si guadagnerà in semplificazione, costringendo i partiti a presentarsi con una sola lista e un solo simbolo; mentre il comitato per il no ci mette in guardia che tanto le liste bloccate rimangono, il premio di maggioranza c’è lo stesso – con l’unica differenza che così se lo beccherebbe un partito solo, invece che un gruppo – e, inoltre, la soglia di sbarramento risulta raddoppiata, mutilando ulteriormente il già agonizzante pluralismo politico.

Giovanni Sartori (il Maestro Yoda della politica italiana) dice che stiamo discutendo sul sesso degli angeli, perché, referendum o no, siamo comunque diretti a vele spiegate verso un sistema a partito forte (modello giapponese), in cui resta in carica la stessa compagine politica per venti o trent’anni.

 

Complimenti!

Inviato da Claudia il 10/06/2009 13:11
Complimenti Marco, davvero un bel pezzo! :-)
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