La foto del mese
Foto di Pixelmatica Macerata

| Home | In Evidenza | In Ateneo | Costume e Società | Cultura e Spettacolo | Scienza e Tecnologia | Viaggi ed itinerari | Sport |
di Marco Luzzi
“Allora uno dei dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse ‘Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?’. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento.” (Matteo 26; 14-15).
Nei Vangeli, il Grande Traditore compie un gesto che i padri della Chiesa giudicheranno, oltre che esecrabile, estremamente stupido: vendere la Grazia, che ha un valore infinito, per un prezzo limitato: 30 sicli. È il peccato di simonia (da Simon Mago, che pretese di voler acquistare il carisma degli apostoli): attribuire un prezzo a ciò che prezzo non ha, perché sacro. Nei secoli a venire questo ragionamento teologico si tingerà vieppiù di connotati economici, tanto che sarà la base con la quale verrà protetto prima il patrimonio delle chiese (res ecclesiarum) e poi il patrimonio della Chiesa (res Ecclesiae). È il professor Giacomo Todeschini, storico di fama e relatore delle lezioni del corso di eccellenza organizzate a Filosofia, a illustrare questo e altri importanti passaggi della storia del pensiero economico antico. Abbiamo scambiato due parole con lui e con il prof Lambertini, curatore dell’iniziativa.
Professor Lambertini, un commento su questa interessante iniziativa.
Questo corso di eccellenza promosso dalla facoltà di Lettere e filosofia rappresenta una grande operazione di recupero culturale, oltre che un’occasione di approfondimento. Abbiamo invitato il professor Todeschini in quanto esperto di testi economici medievali, in passato erroneamente trascurati perché posteriori al mercantilismo (Adam Smith, per capirci). Oggi, in questi tempi di crisi, è più che mai importante interrogarci sulle nostre categorie economiche e chiederci se esse siano adeguate a descrivere la realtà e la risposta a questo interrogativo, ovviamente, passa anche per quelle civiltà che in passato sono state capaci di pensare l’economia.
Prof. Todeschini, il tradimento di Giuda come attentato al bene comune sottoforma di peculato è qualcosa di affascinante, di tremendamente attuale…
Nella tradizione economica cristiana occidentale esiste la comparazione fra la cosa pubblica e il corpo di Cristo, quindi ogni attentato verso di essa diviene, necessariamente, un sacrilegio. Attenzione però: Giuda, più che un criminale da individuare in seno al proprio gruppo sociale di appartenenza, è un simbolo che rappresenta “l’infedele”, che poi è sempre “l’esterno”. I membri interni invece, il “noi”, sono sempre individui che – nel discorso pubblico – agiscono per il bene comune e al di là di ogni sospetto. Almeno finché non scoppia la bolla…
Lei crede che possiamo considerare superata l’accezione economica dell’antisemitismo?
Lo stereotipo dell’ebreo usuraio nasce proprio in seno all’economia occidentale del medioevo, che lega alla fede la legittimità economica. C’è un “a priori” secondo il quale i danni in economia derivano da un errata comprensione (o addirittura dal rifiuto) della Rivelazione; e l’ebreo da questo punto di vista rappresenta un paradigma. L’antisemitismo è stata una grande palestra per l’intolleranza, che oggi vediamo rinascere nei confronti di nuovi gruppi etnici o economici.
(Nella foto Il bacio di Giuda di Cimabue)