| |

La foto del mese

Giovanni Allevi al piano di UniMc
Foto di Pixelmatica Macerata

Archivio »

Il nome della rosa

05-08-2008

di Marco Luzzi

“Più di ogni cosa esigo avere fiori, sempre, sempre.” (Claude Monet)

Molto spesso, semplicemente, scegliamo di non vedere le storture che ci circondano. Quando ci accorgiamo di un abuso, la nostra coscienza tende a farsi sentire per spingerci a rifiutare la connivenza, ma fare qualcosa è, giocoforza, sempre più difficile che fare niente: se non ci accorgiamo dell’ingiustizia, non possiamo sentirci responsabili per non aver agito.

Non credo esista qualcuno che, seduto al tavolo di un locale del centro, non sia stato mai avvicinato da uno dei tanti venditori di rose ambulanti. E' una situazione così frequente, che ormai queste persone sono come entrate a far parte del paesaggio. È così frequente che il fenomeno si riflette pienamente anche su internet, dove è possibile firmare una petizione indirizzata “al Parlamento Europeo, Onu e Nato” per ricacciarli da dove sono venuti.

Possiamo anche imparare, dalle regole di Galateo di un forum, che non è maleducazione respingere il “Rosario” di turno (come ormai sono stati ribattezzati), perché “la situazione è imbarazzante e per nulla poetica”, o leggere la lettera accorata di un cappellano del lavoro che, sospendendo la pietas cristiana, si sfoga: “E' uno sconcio, non se ne può più”. Il mondo politico si divide tra chi li vorrebbe fuori dai piedi (poco importa come) e chi rivendica il loro diritto di guadagnarsi da vivere nel modo che ritengono opportuno.

In questa specie di zoo nessuno sembra accorgersi dell’ovvio, ovvero che un fenomeno così vasto e strutturato non può non nascondere l’attività di una vasta ed efficiente organizzazione a delinquere.

I venditori di rose provengono in grande maggioranza da Bangladesh, Pakistan e India, con flussi migratori ordinatissimi: gli ambulanti bengalesi di Milano vengono dal Madaripur, quelli di Vicenza da Dacca, quelli di Roma dal Shariaptur e così via. È uno schema e non è casuale.

Sono tutti equipaggiati con la stessa chincaglieria, con le stesse macchine fotografiche e con le stesse rose. A proposito delle rose: sono coltivate per la quasi totalità sulle sponde di un lago africano a 150 km da Nairobi, il Naivasha, in grandi aziende che pagano i lavoratori meno di un terzo di centesimo di euro “a gambo”, organizzano turni di dodici ore e non forniscono praticamente nessuna protezione contro i pesticidi usati nelle serre, anche se in compenso gli episodi di abusi sessuali sulle lavoratrici sono frequentissimi. I fiori lasciano l’Africa da un percorso speciale dello scalo Jomo Kenyatta ed entro 24 ore sono distribuiti in tutta Europa attraverso le aste internazionali olandesi.

In Italia, infine, il mantenimento di questa filiera può contare sulla già citata compiacenza dei cittadini, che secondo un sondaggio condotto per Donna Moderna sono per il 71% “tolleranti verso ambulanti, vù cumprà e barboni” (sic!).

Copyright © Università degli studi di Macerata