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di Maria Rita Sciarrone
“Lei ha mai visitato Betlemme?”, “No”rispondo io quasi imbarazzata. “Beh, allora non può capire dai miei racconti quello che succede qui”. Inizia così la chiacchierata al telefono tra me e Sami Basha, docente di pedagogia all’Università di Betlemme, la prima Università palestinese, nata nel 1973, chiusa più volte dalle autorità israeliane, che ha attualmente più di duemila iscritti. Un italiano forbito e chiaro quello di Sami Basha, una voce gentile e pacata, anche quando parla dell’orrore e dei morti ammazzati per strada. Mi dispiace non poterlo vedere in volto, perché se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, è solo guardandolo che potrei percepire la sua sofferenza. Una sofferenza apparentemente silenziosa. Dalle parole è più difficile cogliere il suo stato d’animo, perchè la sua voce sorride. Sorride anche se non c’è nulla di cui sorridere e Sami lo sa bene. Il suo stato d’animo- mi dice - oscilla tra il disincanto e la stanchezza. Quella stanchezza di chi vorrebbe che trionfasse quantomeno la verità. “A me non interessa tanto che la gente dia ragione ad un popolo piuttosto che ad un altro. M’interessa che si dica la verità”. E così Sami inizia a raccontarmi la sua di verità, quella che in televisione o sui giornali si sente poco.
Secondo il suo punto di vista, le verità negate si basano sull’uso dei termini e dei concetti che vengono manipolati o mal utilizzati. E’ sbagliato ad esempio parlare di conflitto arabo-israeliano perché questo è un conflitto esclusivamente palestinese-israeliano, in cui i palestinesi rivendicano un territorio che spetta loro di diritto. Per rendere più chiara la spiegazione, Sami decide di farmi quest’esempio: “Cosa faresti tu, se una mattina ti svegliassi e trovassi gli albanesi - o qualsiasi altro popolo - che dicessero che tutti gli Italiani devono lasciare il paese perché Dio ha promesso loro la tua terra. Tu te ne andresti o lotteresti con tutte le tue forze per qualcosa che ti spetta di diritto?”. Rimango in silenzio, sforzandomi di comprendere la logica di questo conflitto e le ragioni che spingono gli israeliani a occupare i territori palestinesi, ma sul momento non riesco a trovarne. Poi gli chiedo perché far valere i propri diritti con la guerra, perché i palestinesi si votano alla guerra Santa aggiungendo sangue al sangue? Ma anche qui le sue risposte mi lasciano in silenzio, sola con le mie riflessioni. “Premettendo che non è mia intenzione giustificare gli attentati terroristici, c’è da dire che molti giovani palestinesi sono portati ad agire per disperazione. Se una persona sceglie la morte è perché non trova altra via d’uscita anche se io continuo a professare la strada del dialogo e come me tantissimi altri palestinesi. Non si può di certo pensare che siamo tutti kamikaze. E’ da aggiungere ad esempio che molti dei miei studenti non hanno mai visto né il mare né Gerusalemme che dista soli dieci minuti da Betlemme. Non si può far passare questo come normale”.
Pensa che questa sia una guerra dimenticata?
"Certamente che lo è. Lo è perché c’è qualcuno che permette questi crimini, c’è chi resta in silenzio e perchè i riflettori si accendono solo quando un kamikaze decide di farsi esplodere su un pulmino, Ma dei morti uccisi ogni giorno, ogni minuto, non se ne sente. Non farebbero notizia".
In questa terra non c’è spazio per il dialogo, semplicemente perché non c’è un interlocutore disposto ad ascoltare. Allora mi domando se la cultura possa liberare una popolazione, ma anche qui dipende dal soldato che ti ritrovi la mattina davanti ad un punto di controllo.
“Gli studenti che frequentano l’università di Betlemme prima di arrivarci devono superare una serie di posti di blocco, dove volano insulti, minacce e tu devi stare zitto”. Perché, cosa succede se rispondi? chiedo un po’ ingenuamente. “Possono anche spararti e nessuno saprà che ti hanno ucciso perché tu hai reagito ai loro insulti: verrà fuori che tu hai cercato di ucciderli e loro si sono difesi”. I posti di blocco secondo il professore Palestinese sono solo un modo per umiliare i lavoratori costretti ad aspettare ore, prima di poter andare a lavorare per conto degli israeliani.
Ma quando Sami parla di morte non si riferisce solo a quella fisica. C’è la morte dell’anima, quella che a suo avviso è iniziata nel 1948 con la proclamazione dello Stato d’Israele e con la messa in atto di una vera e propria strategia politica: la negazione dell’esistenza del popolo palestinese.
Capire le ragioni dell’uno e dell’altro non è un’operazione sistematica. Verrebbe da dire, cercando di non ragionare in termini semplicistici, che la verità sta nel mezzo. Se da un lato è vero che Israele non può arrogarsi il diritto di cancellare, storicamente parlando, un’intera popolazione, utilizzando tra l’altro metodi repressivi, dall’altro bisogna tenere conto che non è con le armi che si pone fine ad un a guerra e che “nessuno è migliore dell’altro quando diventa portatore di odio e vendetta”.
Riflettendo su quanto discusso con Sami mi viene da pensare ad un altro tipo di guerra, quella interna, meglio nota come Intrafada. E’ la guerra che avviene tra palestinesi stessi. Ci sono civili palestinesi che vengono uccisi dai militari o da altri civili – anch’essi palestinesi - perché accusati di collaborazionismo con Israele, accuse spesso infondate, accuse dalle quali difficilmente ci si può difendere. La diffidenza, la paura della negazione dei propri diritti porta anche a questo: a non sapere più per cosa si combatte e per chi. Dell’Intrafada si sente parlare poco ed anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra dimenticata, una guerra nella guerra, violenza che genera violenza, un circolo vizioso dal quale sembra impossibile uscirne se non con l'affermazione dell’assoluta importanza del rispetto per l’Altro. Come ha sottolineato Koichiro Matsuura, Direttore Generale dell’Unesco, in occasione della Giornata della diversità culturale celebrata il 21 maggio scorso: “La diversità culturale non si decreta: si osserva e si pratica”. Il dialogo interculturale sembra rappresentare lo strumento migliore per garantire la pace e per rifiutare la teoria dell’inevitabile scontro tra culture diverse. “Oggi dobbiamo dare maggior riconoscimento al contributo della cultura, alla comparsa di uno sviluppo realmente sostenibile, rispettoso delle persone e dell’ambiente, e posto a servizio del dialogo e della pace. In questo modo saremo in grado di recuperare il senso del nostro impegno collettivo nel promuovere la solidarietà intellettuale e morale del genere umano” ha aggiunto Matsuura.
Quest’impegno collettivo è praticabile attraverso quella che viene definita la «Democrazia dal basso», raggiungibile solo attraverso la collaborazione tra i vari protagonisti attivi nella società civile, che devono affiancare e stimolare la diplomazia dall'alto, quella dei governi e degli Stati.
Praticare la diversità culturale, impegnarsi per la sua salvaguardia, costituisce un vantaggio per tutte le popolazioni del pianeta. Eppure, a dispetto di patti e convenzioni che ne attestino l’importanza, viviamo ancora in un mondo che non garantisce pienamente questo principio.
Un esempio di «Democrazia dal basso» è l’accordo di cooperazione didattica e scientifica sottoscritto tra un ateneo italiano, quello dell’Università di Macerata e l’Università degli Studi di Betlemme, il 31 gennaio 2008. La firma della convenzione è stata preceduta da un incontro di studio sul tema “Il ruolo delle università nel dialogo tra Italia e Mediterraneo”. Un accordo nato anche come risposta all’aumento delle tensioni internazionali, che prevede soprattutto scambi tra studenti e docenti delle due facoltà, allo scopo di garantire un reciproco arricchimento culturale.
Inoltre, la facoltà di Scienze politiche dell’ateneo maceratese ha attivato un corso di laurea triennale in Cooperazione e sviluppo e gestione dei flussi migratori e uno di laurea magistrale in Cooperazione e sviluppo nell’area Euromediterranea, oltre a due master, uno in Internazionalizzazione e cooperazione nel Mediterraneo e un altro Euromediterraneo in Commercio e cooperazione socio-culturale, con l’obiettivo primario d’incoraggiare il dialogo, la conoscenza reciproca e la cooperazione tra i popoli.
Secondo il professor Angelo Ventrone - principale artefice del rapporto di cooperazione con l’Università di Betlemme e direttore del Centro Rapporti Internazionali dell’Ateneo maceratese, "la cultura ha lo scopo principale di rendere autonomi, indipendenti nel giudizio, e come Università abbiamo il compito di contribuire alla creazione di condizioni di pace e prosperità condivisi, soprattutto nell’area del Mediterraneo, una delle zone più sensibili del mondo. Senza la stabilizzazione politica della Palestina - ha aggiunto Ventrone - non ci può essere stabilità nell’area del Mediterraneo".
"Questo tipo di collaborazioni sono cose che ci fanno respirare - ha concluso Basha - senza pensare più al passato e cercando di guardare al futuro nell’ottica del bene comune e della convivenza pacifica".