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di Tiziana Lorenzetti
Il Consiglio di Stato con la sentenza del 19 gennaio 2010 ha dato il consenso ad un agricoltore friuliano di coltivare mais geneticamente modificato e disposto che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali concluda il relativo provvedimento autorizzativo. Il ministro Luca Zaia è intervenuto dicendo che questa decisione non tiene conto della volontà dei cittadini, che “sempre di più e sempre più numerosi invocano prodotti di qualità, tracciabilità e trasparenza. “Credo - dice il ministro - che si debba riflettere su come andare in soccorso di tale volontà, che certo si scontra con gli interessi delle multinazionali e di pochi produttori nazionali”. Anche l'assessore all'agricoltura della Regione Marche, Paolo Petrini, ha ribadito che la Regione è “Ogm free” e che continuerà a tutelare gli agricoltori marchigiani e che “si continuerà a tutelare il volere della maggioranza dei cittadini e consumatori che si sono già espressi contro il cibo contenente Ogm”. Nonostante queste dichiarazioni, ecco che da Bruxelles giunge la notizia che la Commissione dell'Ue ha dato via libera alla coltura in Europa della patata transgenica e di tre nuove varietà di mais Ogm, ponendo fine alla moratoria in vigore dal 1998.
Ultimamente, soprattutto in seguito a questi avvenimenti, siamo bombardati da informazioni, spesso contrastanti tra loro, a favore o contro l'impiego di Ogm. Informazioni che fanno scaturire una serie di interrogativi su cui siamo chiamati a riflettere, come gli “effetti indesiderati”, cioè tutti quegli effetti secondari, non voluti o pericolosi, che sono strettamente intrecciati agli Ogm, perché la biotecnologia riferita alle trasformazioni genetiche è associata ad alti livelli di imprevedibilità. Ed è proprio con l'imprevedibilità che si gioca la vita di tutti noi. Perché oggi il nostro limite non è più, come per gli antichi, nell'incapacità di padroneggiare la natura, ma nell'eccesso di questa capacità, da cui non è chiaro che cosa possa conseguire. In quanto esseri progettanti, liberi di compiere delle scelte, siamo esposti al rischio di sbagliare e questo ci porta ad una perenne incertezza. “Io so di non sapere” - diceva Ulrich Beck qui a Macerata, durante la cerimonia del conferimento della laurea honoris causa - parlando della nostra epoca caratterizzata dal rischio, perché perennemente in bilico tra “benefici” e “danni”.
L'insicurezza del presente e l'incertezza del futuro non ci abbandonano mai. “Il futuro - dice Zygmunt Bauman - è un tempo in cui può succedere di tutto, e siamo noi, esseri umani, inveterati operatori di scelte, che facciamo sì che le cose accadano. Antonio Gramsci diceva che l'unico modo di prevedere il futuro consiste nell'unire le forze e gli sforzi, in modo da obbligarlo a prendere la piega che desideriamo e tenersi lontano da situazioni spiacevoli. Questa strategia è l'unica che ci dà la possibilità di vincere la battaglia. Ed è l'unica disponibile”. Ma se la progettazione del futuro avviene in modo indiretto ad opera delle direzioni delle industrie di prodotti innovativi (sub-politica tecnologica), e non nel Parlamento o attraverso i partiti politici, la non politica comincia ad assumere il ruolo di guida spettante alla politica. La “sub-politica tecnologica” cerca di porsi come rimedio capace di offrire all'uomo le strategie necessarie di adattamento al mondo. Ma i “tecnolatri” difettano di un pensiero autenticamente critico e, nel loro sfrenato ottimismo, negano tutti i valori tranne quel valore forte che è il pensiero quantitativo, calcolante, che è la tecnica.
“Il nostro tempo – dice Emanuele Severino, acuto interprete del mondo contemporaneo – vola sempre più in alto e sempre più lontano dall'antica natura dell'uomo. Ci si lascia alle spalle lo stesso esser uomo”. Perché quando delle motivazioni di tipo economico e utilitaristico hanno il sopravvento sul rispetto di ogni essere vivente, sulla bellezza della natura, ogni persona viene sminuita e minacciata.
Diventa allora indispensabile una ripresa di quella virtù antica che invitava l'uomo a non oltrepassare il limite, di “dare una misura a se stesso”, prendendo decisioni caso per caso. Aristotele chiama questa capacità phrớnesis, saggezza, prudenza.
Occorre assumere un atteggiamento critico di fronte ad affermazioni come quelle di chi dice che gli Ogm possono risolvere tutti i più grandi problemi del mondo, sia dei Paesi più avanzati che di quelli più poveri. Perché, come scrive Emanuele Severino: “La potenza della tecnica dà all'uomo la convinzione di poter “ottenere” tutto quello che egli, lungo la sua storia, non è mai riuscito a ottenere. All'interno di questa convinzione sorge il paradiso della tecnica.[...] La felicità del paradiso della tecnica è essenzialmente insicura: ed è inevitabile che alla fine tale insicurezza divenga manifesta e divenga manifesta l'impossibilità di superarla. Persuaso di ottenere ciò che vuole, l'uomo del paradiso della tecnica si accorge alla fine di non poter ottenere la verità di tutto ciò che egli ottiene – non può ottenere la verità della propria felicità. Il suo paradiso diventa il luogo dell'angoscia più profonda.
Per uscire da questo “paradiso”, che non vuol dire rinunciare alla tecnica per vivere in un mondo a-tecnico, ma mostrare il suo lato oscuro, quando essa si pone come principio indiscutibile della realtà, come unica fonte di senso e di salvezza, occorre essere non più spettatori passivi, ma attori critici dell'esistente, assumere un atteggiamento critico su tutto ciò che viene detto e scritto, prima strategia per unire le forze e gli sforzi che, come sostiene Gramsci, è l'unica che ci dà la possibilità di vincere la battaglia. Per creare una nuova visione, nuove idee, adottare nuovi metodi, cambiare mentalità per cambiare noi stessi per poi cambiare altre cose. Per questo abbiamo deciso di sentire la voce di alcuni esperti in materia. Troverete le loro interviste su www.cittateneo.it.