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di Giorgio Maccaglia
A Bruno Buratti, docente del corso su “Istruttoria tributaria e diritto di difesa del contribuente”afferente alla cattedra di diritto tributario del professor Paolo Picozza, abbiamo rivolto, nella sua duplice funzione di docente e di generale della Guardia di finanza ed esperto di tematiche relative alla criminalità economica, alcune domande.
Generale, ci può descrivere le caratteristiche dell’attività operativa di contrasto alla criminalità economica svolta dalla Guardia di Finanza e gli obiettivi perseguiti?
L’attività operativa della Guardia di Finanza è conformata sulla base di una programmazione, svolta con cadenza annuale, sia delle direttive impartite dal Ministro dell’economia e delle finanze, sia di un atto di indirizzo generale e individua una serie di obiettivi di carattere strategico.
Tali obiettivi riguardano il profilo della lotta all’evasione, che si persegue ormai da molto tempo con un taglio sempre più finalizzato all’individuazione dei fenomeni fraudolenti più pericolosi e, quindi, in particolare all’aspetto criminale della lotta all’evasione fiscale.
Ciò al fine di individuare quei soggetti che per mestiere pongono in essere attività per frodare il fisco e contestualmente con un riferimento verso le tipologie di frode che hanno una dimensione anche transnazionale. Il collegamento con l’estero, e quindi la collaborazione a livello internazionale, riguarda tutti i fenomeni evasivi di maggiore dimensione. Esiste una globalizzazione non solo del fenomeno economico, ma anche del crimine.
La criminalità economica è attenta a seguire l’evoluzione del mercato.
E per quanto riguarda l’infiltrazione delle attività criminali mafiose nel tessuto connettivo sociale ed economico?
L’infiltrazione nel tessuto economico e sociale avviene ad opera non solo delle organizzazioni di stampo mafioso, ma di tutta la criminalità organizzata che investe al nord. Dei flussi finanziari nazionali, un terzo passa attraverso la Lombardia. Questo è un dato che ci proviene dall’analisi della distribuzione delle segnalazioni sospette in Italia che provengono dal sistema di prevenzione antiriciclaggio.
E’ per questo che le organizzazioni criminali, storicamente basate al Sud come luogo di provenienza dei soggetti criminali, tendono ovviamente a investire in flussi finanziari dove c’è maggiore ricchezza. La D.D.A (direzione distrettuale antimafia) di Milano, a tal proposito, è fortemente impegnata nella lotta a fenomeni criminali.
La grande criminalità tende ad avere sempre di più una dimensione di tipo economico e quindi lo scopo che persegue è il conseguimento di un utile esattamente come lo persegue un’attività economica di tipo lecito.
Si parla di aziende criminali, perché anch’esse si muovono secondo logiche economiche, ma i metodi utilizzati cambiano rispetto a quelli dell’impresa lecita.
Il dato è rilevante, perché significa che il fenomeno criminale va visto anche in chiave economica sia in termini di effetti anche di natura macro e microeconomia, sulla ricchezza nazionale, sia con riferimento alla prontezza con la quale le organizzazioni criminali sfruttano con grande tempestività le opportunità offerte dall’evoluzione e dalla crisi del mercato.
La crisi finanziaria di quest’ultimo periodo, che è partita dall’America e si è poi riflessa anche sul continente europeo e sul nostro Paese, ha provocato due effetti importanti.
La perdita di patrimonialità delle aziende, in primo luogo, con un forte deprezzamento del listino sul mercato e l’abbattimento, in Italia, del 40-50% del valore di borsa anche di società sane, (basti pensare anche a società di carattere strategico come l’Enel, l’Eni) che adesso costano meno.
Ciò comporta la possibilità di acquisire sul mercato, volendo fare degli investimenti in attività economiche, a costo più basso.
Tale opportunità, per l’organizzazione criminale che ha il problema dell’eccesso di liquidità, nel senso dell’esigenza di investire il denaro, può essere un punto di riferimento importante.
Il deprezzamento delle attività economiche dovute al crollo dei listini di borsa, espone il sistema economico italiano a tentativi di scalata da parte di soggetti stranieri (si tratta di un problema di carattere strategico), ma anche teoricamente da parte di organizzazioni di natura criminale.
In secondo luogo, c’è il possibile ruolo diverso giocato da chi ha tanto contante a disposizione nel periodo in cui la crisi si traduce anche in una crisi di liquidità, e quindi in aumento del costo del denaro a cui il sistema Paese e l’accordo dei Grandi cerca di supplire attraverso delle iniezioni di liquidità, l’acquisto di partecipazioni da parte dello Stato.
Ed è in un simile contesto che la criminalità organizzata, che non ha assolutamente problemi di liquidità quanto piuttosto difficoltà nell’investimento in attività lecite, tende a infiltrarsi nell’economia legale anche per ragioni di esigenza del riciclaggio.
Un operatore finanziario in crisi potrebbe essere spinto ad operare coi soldi della mafia per rimettersi sul mercato.
Questo rischio può interessare solo gli operatori finanziari o anche gli imprenditori?
Certamente anche qualche imprenditore può pensare, per rimanere sul mercato, di ottenere finanziamenti di altro genere e quindi la crisi del sistema economico, la recessione, può rappresentare un’opportunità ulteriore per l’organizzazione criminale.
Quali sono i suggerimenti che, alla luce della sua esperienza e professionalità, si sente di dare per prevenire e risolvere questo pericolo di infiltrazione mafiosa ? Quale, in altri termini, la “ricetta”?
La ricetta, che non è originale, ma sicuramente è posta alla base dei presidi antiriciclaggio, risiede nel fatto che un fenomeno pervasivo di questo tipo non può essere affrontato solo sul piano delle indagini di polizia. ma anche con la partecipazione di tutte le parti, sia del governo, dello Stato e sia delle parti sociali intese nel senso di operatori dei mercati finanziari.
Sono proprio questi ultimi che, fornendo una forma di collaborazione, sono in grado di offrire, nel modo migliore, una mano sostanziale al monitoraggio del sistema economico, la cui tenuta è un problema che riguarda tutta la società e non solo le forze di polizia.
E’ chiaro che se i presidi antiriciclaggio funzionano e sono basati sulla collaborazione attiva degli operatori finanziari al sistema di vigilanza, questo è in grado di difendersi. La tutela non va affidata esclusivamente al braccio “repressivo” della polizia,
poiché non è solo un problema di repressione ma anche un problema di politica finanziaria. E’ logico che se esistono forme illegali di accesso al credito, c’è anche un problema di soddisfazione della relativa domanda che viene dal sistema.
Ci sono stati imprenditori in difficoltà che si sono rivolti alle organizzazioni criminali e sono stati depauperati ed esautorati dalla loro attività. Quale il suo parere a tal proposito?
E’ chiaro che l’affidamento da parte degli imprenditori a circuiti illegali per il finanziamento costituisce il primo passo per una progressiva esautorazione. L’organizzazione criminale entra nell’attività economica, ne assume il controllo e la utilizza sostanzialmente come veicolo per il riciclaggio di denaro. E’ come un tumore che, una volta inserito nel sistema, non è facile eliminare, anche se i presidi di vigilanza sono collaudati e stanno dando grandi risultati soprattutto sul fronte del sequestro e della confisca dei proventi di queste attività illecite.
Le risulta che ci sia difficoltà nel riutilizzo di questi beni sequestrati alle organizzazioni mafiose ?
Ho letto anche io di questa notizia. Credo che sia stata costituita una commissione che ha proprio il compito di studiare le modalità più efficienti di gestione dei beni confiscati. So che molto è stato anche fatto. E’ un problema di cui ci si sta occupando da tempo, anche perché il sequestro coinvolge attività produttive che devono continuare ad avere un valore.