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Cina e Marche tra pericolo e opportunità

28-10-2009

di Tiziana Lorenzetti

Wei-chi è un antico ideogramma cinese che sta a indicare pericolo e opportunità, due elementi che interpretano molto bene la nostra epoca. Il pericolo consiste nel continuare a seguire vecchie idee, strade che non sono più valide e che conducono verso l'imminente disastro. L'opportunità consiste nell'abbandonare vecchi modelli di comportamento e trovare nuove idee, nuovi modi d'essere, perché solo così si schiuderanno alla vista nuove e impreviste potenzialità. L'anno delle celebrazioni dedicate a padre Matteo Ricci può costituire il punto di passaggio verso una nuova prospettiva. Come quella che è emersa durante il convegno che si è svolto nel nostro Ateneo: “Marche-Cina: le imprese italiane sulle orme di Padre Matteo Ricci”.

Gianmario Spacca, governatore della Regione, durante il convegno ha detto che il tentativo di costruire un ponte, un legame tra le Marche e la Cina, risale a diversi anni fa. Ed attraverso quella esperienza si è giunti a capire che si ha a che fare con “un popolo che ha una grande storia, con cui è possibile un dialogo di lungo periodo, anche per continuare ciò che aveva iniziato padre Matteo Ricci”.

Ma come instaurare delle buone relazioni con questo popolo, in uno scenario planetario, in un mondo che è in continua trasformazione, dove non c'è tecnologia o piano strategico che possano prevedere e accompagnare la rapida evoluzione della società e dei mercati?
Il manager Ivo Sciuttini, nell’Aula Magna dell’Università , ha sostenuto che occorre “Creare sogni in armonia col mondo orientale”. Ma in questo periodo oscuro e misero come si può ritornare a sognare di nuovo, a far scaturire scintille capaci di incendiare gli animi e le menti per cambiare situazioni stagnanti? L'esplosione della crisi finanziaria ed economica ha messo in luce il fallimento di un sistema di valori e di modi di pensare che non funzionano più. I nostri strumenti e le tecnologie ci hanno permesso di controllare il pianeta, facendoci credere che il senso della nostra vita sia quello di manipolare il mondo, di produrre sempre più cose. Così si pensa che tutto sia descrivibile sul piano quantitativo. Le persone sono ridotte a merce tra le merci, che acquistano valore solo in base alla quantità di denaro con cui possono essere comperate. Tutto è privo di vitalità, eticamente neutro. Occorre un radicale cambiamento di visione.

Ma da dove partire? Dall'uomo, dal suo riconoscimento come persona, magari seguendo le orme tracciate da padre Matteo Ricci. Partire da noi stessi, cioè agire. Come dice Michael Gorbachev: “Dobbiamo agire! Ogni persona può agire. Se ognuno facesse la sua parte, insieme potremmo compiere la missione. Possiamo esercitare pressioni su chi decide le politiche e i destini della società, spingendoli ad assumersi il compito di realizzare i cambiamenti necessari”.
Nell'incontro, Sciuttini ha detto che “Una azienda in Cina avrà successo se opererà nel rispetto dell'essere umano e in armonia con l'ambiente. Se investe in sistemi di sicurezza e non inquina”.Quindi una svolta nel business è possibile, ma soprattutto è necessaria, perché come ha ricordato il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, alla conferenza mondiale sul clima di Ginevra, “abbiamo un piede incollato sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso un precipizio”. Sulla stessa lunghezza d'onda sono anche i due leader delle maggiori potenze mondiali, Cina e Usa. Hu Jintao e Obama durante il recente summit di New York, hanno denunciato i pericoli del cambiamento climatico usando per la prima volta gli stessi toni. Ma le loro posizioni più avanzate incontrano resistenze tenaci nella società, soprattutto nel mondo delle imprese.

Occorre una stretta cooperazione tra i leader del mercato. Unirsi non per bandire la competizione, ma per implementare pratiche socialmente ed ecologicamente responsabili nel proprio settore. Gli industriali devono pensare a sé come “costruttori della società”, devono “tessere insieme la trama della civilizzazione”, come ha detto il fondatore di Ibm Thomas J. Watson.
Abbiamo tutti gli strumenti per poter riuscire nell'impresa di fare le scelte più opportune per affrontare difficoltà presenti e sfide future. E, cosa fondamentale, abbiamo un enorme potenziale sinora poco compreso e valorizzato: le persone. Noi tutti dobbiamo agire dopo aver preso coscienza che non siamo né padroni né parassiti di questo pianeta, ma responsabili di tutta la creazione.

Ampliando i nostri orizzonti conoscitivi ed esperienziali raggiungeremo un livello di identità più vasto, quello che Edgar Morin - uno degli intellettuali più brillanti che riceverà la laurea honoris causa qui a Macerata - definisce come “coscienza planetaria”, cioè la consapevolezza che non siamo soli, ma facciamo parte di un sistema, di un ecosistema in cui abbiamo un ruolo fondamentale. Prendendo coscienza di ciò, ecco che ogni attività ritroverà un orientamento etico e sostenibile. Abbiamo un margine di azione che dipende solo da noi e questo è possibile solo riappropriandoci di tutto il potere, la bellezza, la più grande ricchezza del nostro vero essere: la coscienza.

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