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di Tiziana Lorenzetti
Secondo il Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica - cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più -, ormai da molto tempo stiamo consumando più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile.
In questo scenario si trovano ad agire tre primi attori: da un lato la scienza, guidata dal suo principio che bisogna conoscere tutto ciò che si può conoscere, perché non è l’ignoranza a preservare la terra; dall’altro l’economia e la tecnica, che sono guidate non dal principio di conoscenza, ma da esigenze di mercato, di profitto e, quindi, non hanno in vista la preservazione della Terra, ma il suo sfruttamento indiscriminato in vista del maggior profitto possibile. Di fronte a ciò sta la politica.
Ma oggi la politica si mostra all’altezza della situazione? Prendiamo la notizia di questi giorni, le divergenze tra la Commissione Unione europea e il governo italiano a proposito del clima e degli interventi per contenere le emissioni di anidride carbonica. I leader europei hanno deciso che entro il 2020 l’Europa dovrà tagliare il 20% del CO2 sprigionato nell’atmosfera, aumentare l’incidenza delle fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica. Per il presidente del Consiglio italiano il costo per ridurre l’emissione di CO2 sarà tra i18 e i 25 miliardi l’anno, mentre per il commissario dell’Ue all’ambiente, Stavros Dimas, i numeri forniti da Roma “sono completamente al di fuori di ogni proporzione”. Il Commissario ha anche detto che la rivoluzione verde “creerà nuovi posti di lavoro, spingerà l’innovazione e darà sicurezza energetica”, mentre per il governo italiano i costi del pacchetto metteranno in ginocchio il nostro sistema produttivo.
Questa divergenza di vedute è dovuta al fatto che lo scenario in cui ci troviamo ad agire è quello dell’imprevedibile, non imputabile, come nell’antichità, a un difetto di conoscenza dei fenomeni naturali, ma un eccesso del nostro potere di “fare”, molto maggiore del nostro potere di “prevedere” e, quindi, di valutare e giudicare. Come ha ribadito Ulrich Beck qui a Macerata, nella sua lectio doctoralis, durante il conferimento della laurea honoris causa, la nostra è una società del rischio e le decisioni che toccano la vita di milioni di persone vengono prese sulla base di un’ignoranza dichiarata. Oggi è la tecnica e non la politica, come invece dovrebbe essere, il vero luogo delle decisioni.
Quando il ministro delle infrastrutture, Altero Matteoli dice, criticando il pacchetto emissioni-energia, che:"Il governo sta difendendo le nostre imprese” in realtà mostra come, in seguito all’enorme incremento della tecnica, il rapporto tra tecnica e politica si sia capovolto, perché la politica, per decidere, guarda all’economia e l’economia per decidere i suoi investimenti guarda alle risorse tecnologiche. Ma in questo modo si corre un grosso rischio, perché la tecnica sa come le cose devono essere fatte, ma non a che scopo devono essere fatte, perché la tecnica mira solo al suo autopotenziamento, non ha nessun fine al di fuori di questo. Di ciò ne è già cosciente anche il gruppo europeo dei dirigenti di impresa, che ha inviato a ogni membro dell’Europarlamento una lettera in cui esprime il proprio favore nei confronti delle misure proposte, convinto che l’adozione di un pacchetto legislativo deciso ed efficace, alla fine, possa avere un effetto positivo sulle imprese europee. D'altronde, se si guarda solo al profitto e non al benessere della gente e alla salvaguardia del pianeta, come afferma Emanuele Severino ne “Il declino del capitalismo”, il capitalismo tramonterà, perché inseguendo esclusivamente il profitto che è la sua ragion d’essere, porterà alla distruzione della Terra che è la base per il conseguimento del profitto. Ma distruggendo la Terra il capitalismo distruggerà se stesso, mentre se salvaguarderà la Terra non inseguirà esclusivamente il profitto ma un fine diverso, cioè la tecnica che salvaguarda la Terra. Se il capitalismo non prende coscienza di ciò finirà per distruggere non solo la Terra ma anche se stesso.
Secondo Lester Brown, fondatore del Worlwatch Institute, che da più di venti anni pubblica una relazione aggiornata sullo stato del pianeta in trenta lingue, ormai siamo in una situazione in cui si rende necessario ristrutturare l’economia, cambiare una vecchia economia basata sul petrolio con una nuova, cambiare il sistema. E questa è la sfida che tutti noi dobbiamo affrontare. Per lo studioso americano, uno dei risvolti più entusiasmanti della situazione mondiale di oggi è che alcune persone hanno iniziato a riattivare la propria sensibilità, organizzandosi in associazioni e scegliendo di essere politicamente attive per poter cambiare il mondo.
La politica deve guidare la tecnica per far sì che rallenti l’usura della Terra, per salvaguardarla come prima fonte di ogni ricchezza. La politica deve essere, come la intendeva Platone, “tecnica regia”, luogo delle decisioni attraverso il coordinamento e il governo di tutte le conoscenze, le tecniche e le attività che si svolgono nelle città.
Il Presidente del Consiglio ha detto che “l’Unione europea da sola si vuole assumere il compito di indicare la strada a tutto il mondo”, ma questo bisogna farlo “in modo equilibrato e giusto”. Quindi, dobbiamo trovare un modo per convincere paesi come Cina e India a usare l’energia in modo più efficiente e dobbiamo aiutarli.
Non siamo in un vicolo buio. Esistono altri scenari per il futuro. Non possiamo più tornare indietro, a quando il progresso non era una minaccia per l’equilibrio ambientale, ma possiamo andare ancora più avanti, usando il meglio della tecnologia per creare nuovi tipi di interazioni con l’ambiente e le sue risorse, interazioni più equilibrate, più ecocompatibili ed ecosostenibili, per mantenere e diffondere un alto livello qualitativo della vita.
E tutto questo con la tecnica guidata dalla scienza, la scienza guidata dalla politica e una politica che si porti all’altezza della trasformazione del mondo che governa.