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di Marco Luzzi
Ad un anno dal conseguimento del titolo di I livello il 50% dei laureati in Scienze Politiche lavora, il 40% si dedica a tempo pieno al proseguimento degli studi e solo il 6% è in cerca di occupazione.
I dottori in politologia fanno di tutto tranne che restare a spasso: pubblica amministrazione, ricerca, editoria, giornalismo, terzo settore, burocrazia e fund raising europei, relazioni commerciali con l’estero… chi esce da Piazza Strambi “col pezzo di carta” è un guerriero samurai pronto per qualsiasi impresa.
I fattori che concorrono alla creazione di questo caleidoscopico successo sono diversi: ce li siamo fatti spiegare dalla professoressa Natascia Mattucci e da Giancarlo Falcioni, due giovani per i quali il percorso di Scienze Politiche si è tradotto in una cattedra per l’una e in professione giornalistica per l’altro.
La prima domanda è piuttosto scontata: perché scegliere Scienze Politiche?
Scienze politiche è un arcipelago culturale in continuo movimento. La dinamicità del suo insegnamento si riflette nelle statistiche occupazionali che hai appena visto; e, in maniera più sottile, nelle qualità che è in grado di trasmettere agli studenti: nel mondo del lavoro di oggi la flessibilità e la capacità di adattarsi a situazioni sempre nuove sono caratteristiche essenziali, che il nostro percorso di studi insegna proprio grazie alla sua multidisciplinarità.
Come si mette a frutto il tempo degli studi?
Le opportunità che l’università ti offre sono importanti e vanno sapute sfruttare tutte, a cominciare dalla possibilità di fare esperienze all’estero, per esempio (ma non solo) con l’Erasmus. Ma molto sta anche alla persona. Il metodo di lavoro si impara qui: così come sei nello studio è probabile che sarai nel mondo del lavoro. Il segreto di un percorso fruttuoso sta innanzitutto nel saper scegliere una facoltà che piace e all’interno di questa spendersi in una tesi su un argomento che appassiona; così facendo si sarà sempre in vantaggio perché quello che per altri sarebbe sacrificio diventa piacere per chi è mosso dall’interesse.
Che cosa offre Macerata rispetto alle altre Università del paese?
Qualcosa che i più grandi e quotati atenei d’Italia non possono permettersi: una dimensione umana. Dopotutto un’università non è solo un luogo di esami, ma anche un luogo di incontro fra studenti e professori: proprio la facilità di intrecciare rapporti personali – cosa impossibile da fare in un grande ateneo, magari con classi di centinaia di studenti – è uno dei principali motivi di soddisfazione che vediamo emergere negli studenti. Macerata, per usare un’espressione mutuata dalla sociologia, è ricchissima di capitale sociale.
Professoressa, potrebbe citarmi qualche storia interessante?
Certo. Mi vengono subito in mente due ottimi studenti. Il primo che potrei citarti è il qui presente Giancarlo, oggi dottorando di ricerca e giornalista, mentre un’altra è Renata Tallarico, che mentre noi parliamo è nello Swaziland per collaborare ad un progetto delle Nazioni Unite. Sono solo i primi due casi a cui ho pensato, ma basta chiedere in giro per sentire tantissime storie come queste.