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di Tiziana Lorenzetti
Il 16 febbraio del 2005 entrava ufficialmente in vigore il protocollo di Kyoto, primo accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di Co2. Oggi, a distanza di quattro anni, la sensibilità verso la tutela dell’ambiente si è notevolmente intensificata. Si sta profilando all’orizzonte una nuova via, la “new lifestyle” verde, una via illuminata dagli Stati Uniti con l’elezione di Obama, e verso cui si stanno orientando potenze mondiali come la Cina. Il direttore generale del ministero dell’Energia a Pechino, ad esempio, ha dichiarato che la crisi potrà diventare l’occasione per accelerare il cambiamento e ha presentato un progetto da 58 miliardi di euro che comprende eolico e solare. Mentre in Europa la Commissione europea, nel suo rapporto annuale sui progressi dei Paesi membri verso il conseguimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto, ha segnalato, per la prima volta, la possibilità che l’Unione europea riesca a rispettare gli impegni dell’accordo internazionale.
In effetti, la vittoria di Obama ha segnato la rinascita della politica ambientale statunitense. Così troviamo scritto sul sito di Al Gore, premio Nobel per la pace nel 2007 e vincitore, nello stesso anno, del premio Oscar per il film-documentario An inconvenient Truth. Il 44^ presidente americano ha presentato un programma energetico e ambientale innovativo, per affrontare le sfide più importanti: un pianeta in pericolo e la peggiore crisi finanziaria del secolo. Un programma che si ricongiunge agli obiettivi di Kyoto e al pacchetto 20-20-20 dell’Unione europea per la riduzione del CO2 in atmosfera, cioè la riduzione del 20% di emissioni di CO2 entro il 2020, l’aumento del 20% delle energie rinnovabili e l’aumento del 20% della produzione di biocarburanti. Il programma di Obama, invece, è tarato sul 10-10-10: mettere fine entro 10 anni alla dipendenza americana dal petrolio, aumentare del 10% la produzione di energia rinnovabile nei prossimi quattro anni e ridurre in 10 anni del 15% i consumi di elettricità. Di certo il successo del nuovo presidente degli Stati Uniti rafforzerà la determinazione europea ad andare avanti, rendendo ancora più debole e isolato il tentativo del governo italiano di contrastare il tutto.
Un programma che coniuga rispetto per l’ambiente, avanzamento tecnologico e concreti benefici per l’economia. Una politica che vuol conquistare la leadership tecnologica della rivoluzione verde e che si spera possa fare da guida per apportare un cambiamento positivo per l’intero pianeta. Perché la crisi finanziaria globale non deve frenare la lotta contro i cambiamenti climatici, dato che la posta in gioco è enorme: la salute del pianeta e dei suoi abitanti.
A tal proposito abbiamo intervistato Francesco Adornato, preside della facoltà di scienze politiche e direttore del “Laboratorio Ghino Valenti” sulle politiche agricole, ambientali e alimentari.
Professore, a dicembre la comunità internazionale si è riunita a Poznan, in Polonia, per discutere di cambiamenti climatici. E’ stato un passo molto importante per preparare la conferenza di Copenhagen, dove tutti sperano di raggiungere un accordo per proteggere il clima. L’Università di Macerata, sotto la Sua guida, organizza dal 2005 in Italia e in Polonia iniziative che costituiscono un’importante occasione di confronto e approfondimento tra i più rappresentativi esponenti del mondo scientifico ed accademico italiano e polacco, sui temi del diritto ambientale, alimentare e agrario. Secondo Lei che cosa ci dovremo attendere da questa riunione a Poznan?
Dal 2007, con l'incontro di Bali, è stato avviato un ciclo di negoziati per giungere ad un nuovo accordo internazionale sul mutamento climatico, sottoscritto a Kyoto nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, la cui conclusione è prevista per 2012. L'incontro di Poznan (con la cui Università l'Ateneo di Macerata collabora da anni in modo intenso) è stata una tappa intermedia del ciclo di negoziati. Rispetto ai precedenti incontri, si sono tenute tre sessioni di lavoro su vari aspetti della problematica, tra cui una sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecnologie.
Che ruolo possono avere le università italiane, in particolare quella di Macerata, in tema di politiche ambientali nel contesto internazionale?
Da quanto appena detto, l'incontro di Poznan conferma l'importanza della ricerca, a cui dedica uno dei tre workshop. In particolare, per quanto riguarda il contributo scientifico del nostro Ateneo alla discussione in merito, va detto che alcune delle discipline insegnate attengono in via diretta e/o indiretta alle questioni trattate a Poznan: penso ai profili del diritto internazionale e/o a quelli del diritto agrario ed alla loro funzione nell'implementare il grado di consapevolezza sullo sviluppo ecocompatibile e sui suoi profili di interdipendenza globale.