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La donna e il carcere nella storia sociale italiana

24-03-2009

di Andrea Accattoli

Alla Facoltà di Giurisprudenza, si è tenuto un incontro sul tema della condizione femminile nelle carceri italiane dei primi cinquanta anni di Regno d’Italia, dal titolo “Donne delinquenti e carceri nell’Italia del primo Novecento”.

All’incontro, organizzato dalla nostra Università in collaborazione con la Fondazione “Angelo Colocci", hanno contribuito molti docenti del nostro ateneo, non soltanto giuristi, ma provenienti anche da altre discipline. Sicuramente la presenza di Mary Gibson del Department of History, John Jay College of Criminal Justice della City University of New York è stata la nota di rilievo del convegno: la docente è considerata una delle massime esperte a livello internazionale di Storia sociale e criminologica, e in particolare del caso italiano, visto che da molti anni sta conducendo nel nostro paese accurate ricerche.

La professoressa Gibson ha reso pubblica buona parte della sua ultima pubblicazione, incentrata sul problema carcerario italiano degli inizi dello scorso secolo, soffermandosi in maniera particolare sul profilo carcerario legato alla criminalità femminile.
L’esperienza del carcere femminile è una pagina un po’ inconsueta della storia moderna della donna italiana, ma non è priva di spunti di riflessione e di curiosità. Il primo impatto non è agevole: resta complicato immaginare l'universo femminile all’interno dell’ambito carcerario, considerato da sempre prettamente maschile.

Il crimine femminile è spesso legato al ruolo e alla considerazione che la donna rivestiva nell’immaginario sociale e giuridico di qualche decennio fa. La situazione di disparità e di subordinazione, anche a livello familiare, ha creato situazioni piuttosto deplorevoli sia all’interno dei carceri, sia nell’immaginario collettivo e nell’opinione pubblica: se la donna si macchiava di un crimine - fatto piuttosto raro -, l'atto era considerato molto più grave rispetto allo stesso reato commesso da un uomo. La legge, di fatto, era diseguale per tutti: una morale popolare ferrea e quasi arcaica vedeva la donna come individuo subordinato, a cui non era consentito il minimo spazio né di azione né di reazione.

Scendendo nel dettaglio della situazione carceraria italiana, le condizioni di vita delle detenute erano ai limiti della civiltà; sono state altre donne a denunciare queste barbarie nei luoghi di detenzione, anche se, come al solito sono dovuti passare decenni prima che quelle parole fossero davvero recepite e producessero degli effetti tangibili. La cosa forse più incresciosa era il fatto che le condizioni umane peggioravano laddove gli istituti erano gestiti da fondazioni religiose. Le detenute erano frequentemente a contatto con suore e altri esponenti del clero cattolico che, invece di praticare i precetti della carità cristiana, si rendevano spesso protagonisti di soprusi quali violenze, furti e ricatti.

Il convegno è stato quindi utile per inquadrare argomenti che non appartengono soltanto al nostro passato. I temi giuridici che riguardano l’universo femminile sono infatti, anche oggi, di stretta attualità.

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