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L’esperimento di Mussolini

02-07-2010

di Marco Luzzi

Il Professor Federico Finchelstein finisce di parlare cinque minuti dopo l’orario prestabilito e se ne scusa. Le espressioni di smarrimento degli astanti lo fanno sorridere: “Se fosse successo a New York avrebbero anche potuto spegnermi il microfono” spiega. Ora sorride anche la platea: “Non si preoccupi: qui siamo in Italia”.
Malgrado il suo prestigioso incarico accademico presso la New School for Social Research, nella Grande Mela, ed il suo poderoso curriculum editoriale (sei libri e una lunga serie di articoli sui temi del fascismo, del populismo dell’olocausto) il professor Fichelstein è un giovane dal sorriso aperto e dai modi affabili, quando parla (in spagnolo) prende delle pause impercettibili per essere sicuro che l’interlocutore lo stia seguendo, che sia a suo agio.
Lo intervistiamo a margine del seminario sul “Fascismo transnazionale” tenuto per il corso di Storia Contemporanea dell’Università, in cui ha illustrato il tentativo fascista di “esportare” il totalitarismo nazionalista in Argentina.

“Il fascismo non è un movimento generico o universalmente omogeneo” ci spiega “ma combina globalizzazione e nazionalismo, è transanazionale: io parlo in inglese di “transnational fascism” (nel mio ultimo libro di “transatlantic fascism”). L’importanza del fascismo italiano fu centrale, perché fu il primo: prima di lui possiamo solo parlare di movimenti “protofascisti”. Fu un momento di creazione e di sintesi di idee che furono seguite in altre parti del mondo: idee sulla nazione, la guerra, la violenza, la sua etica e la sua estetica, sulla supremazia dello Stato sull’individuo.

Ha detto “estetica della violenza”?
Nel fascismo la dimensione della violenza è anche una dimensione estetica perché nel movimento c’è una grande attenzione per la forma, in tutti i suoi significati: basta pensare all’importanza alla forma fisica e alle performances fisiche, per esempio nelle discipline sportive. L’immagine e la parola sono importanti come le idee e le azioni. Personalmente, però, non credo che quella estetica sia la dimensione principale dell’ideologia, come alcuni antifascisti contemporanei – penso ad esempio al filosofo Walter Benjamin – hanno sostenuto: la violenza era importante come fatto in sé, come “risposta” a determinati problemi politici. In questo senso una lettura del fascismo come mero “movimento estetico”, fatta magari a partire dalle opere futuriste di Marinetti, è fuorviante: Marinetti fu certamente importante ed interessante, ma Mussolini lo fu di più.

A un certo punto le camicie nere italiane tentano il grande esperimento sociale: esportare il fascismo in Argentina…
In Argentina c’era un comunità italiana molto attiva e i fascisti italiani non potevano fare a meno di considerare il paese sudamericano come una potenziale colonia, cosa che naturalmente non fu accettata, nemmeno ai simpatizzanti del movimento, anche in virtù di quello stesso nazionalismo che l’ideologia propugnava. Quindi non ci fu mai un vero processo di adozione del fascismo italiano quanto piuttosto un adattamento, un’appropriazione piuttosto che un’accettazione passiva, che si tradusse anche in sensibili differenze.

Anche la religione, emerge dal suo studio, giocò un ruolo fondamentale…
Fu uno dei limiti del progetto: in Italia il capo del movimento era Benito Mussolini, mentre per i fascisti argentini il capo, il duce, era Gesù Cristo. Il fascismo argentino si caratterizzò fin da subito come portatore di alcune particolarità, proprie della società e della cultura politica argentine, che lo differenziarono nettamente da quello italiano, facendo sostanzialmente fallire l’esperimento.

Quali particolarità?
L’Argentina era paese a vocazione liberale: i fascisti argentini furono più “teorici” di quelli italiani, innanzitutto perché non erano al governo, ed in secondo luogo perché in Italia non si poteva costruire una teoria fascista a prescindere da Mussolini, mentre in Argentina era più facile appropriarsi delle parole del dittatore per usarle ai fini della discussione politica: si diceva “Mussolini appartiene al mondo”, e questo innescava un meccanismo di emancipazione.

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