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Dl 133: dalla protesta alla proposta

16-12-2008

di Donato Gualtieri

Il tema della riforma del sistema educativo è entrato nell’agenda politica italiana con l’approvazione di un decreto del Ministero dell’Economia collegato alle norme per la Finanziaria 2008. Da quel momento, come un fiume in piena, ha superato gli steccati dei “palazzi della politica” per entrare nel tessuto sociale: nessuna componente della società, infatti, è rimasta immune e disinteressata nei confronti di un provvedimento che, direttamente o indirettamente, tocca il presente e il futuro di tutti.

Da ogni parte si sono mosse critiche, in misura maggiore rispetto agli apprezzamenti, e le proteste più rilevanti si sono avute in seno all’ambiente universitario, sia da parte degli studenti che da parte dei professori.


Anche nell’Ateneo maceratese non sono mancate le manifestazioni all'aperto e i dibattiti tra corpo studentesco e docenti. In prima linea, tra i professori c’è senza dubbio Uoldelul Chelati Dirar, docente di materie storiche alla Facoltà di Scienze Politiche. A lui abbiamo chiesto qualche parere. A detta del professore, tale riforma non è una riforma e questo è il suo limite principale: trattandosi solo di un decreto collegato alla legge finanziaria, non prende provvedimenti di ampio respiro e si limita a misure di tipo economico. Nonostante tutto, nella sua insufficienza, la cosiddetta “riforma Gelmini” ha risollevato il problema del funzionamento del sistema universitario italiano. Entrando più nello specifico, il docente ha evidenziato i principali interventi del decreto 133: l’introduzione del regime del turn-over, disciplinando l’assunzione di un numero ridotto di personale (docenti e ricercatori) mina alle fondamenta la mobilità interna e il ritmo regolare di cui la macchina universitaria ha bisogno, a causa della natura “a scadenza” della riforma, che si limita ad un arco di tre anni. Inoltre, la possibilità per il Senato Accademico di deliberare il passaggio dell’Università pubblica ad ente di diritto privato è, a detta di Chelati, un passo rischioso, in un momento difficile che vede il settore privato non ancora abbastanza solido ed espone il sistema di formazione universitario agli inevitabili interessi dei finanziatori. A questi provvedimenti si aggiunge un taglio drastico ai fondi pubblici destinati alla ricerca, già, in verità, tra i più bassi d’Europa secondo i rilevamenti Ocse, che renderanno l’Università italiana sempre meno competitiva e con un livello qualitativo sempre più basso.


Inoltre, il professore ha sottolineato la natura trasversale agli schieramenti politici della protesta: le correnti ideologizzate sono state nettamente minoritarie e chi ha tentato di attribuire una tendenza esclusivamente politica al dissenso è stato sicuramente guidato da un interesse a strumentalizzare.


Per quanto riguarda le prossime iniziative, il docente ha auspicato un passaggio dalla fase della protesta a quella della proposta e del confronto tra il mondo universitario e il Governo: ciò che fa ben sperare per il futuro, oltre alle parziali aperture offerte dall’esecutivo, sono state le due diverse piattaforme programmatiche elaborate dai professori e dall’assemblea degli studenti nelle ultime settimane.


In conclusione, tale riforma ha fornito l’occasione a docenti e studenti di ritrovare un punto di raccordo e di unione che da tempo si era perso: a detta di Chelati, questa nuova percezione del rapporto deve condurre a vivere l’Università come un bene comune e non solo come uno sterile luogo di servizio e di passiva ricezione di nozioni.

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