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di Giorgio Cipolletta
Direttamente dalla sala Palabiennale di Venezia.
Un film girato interamente dentro un carro armato, è Lebanon del regista israeliano Samuel Maoz che si è aggiudicato il Leone d’Oro alla 66 edizione della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica. Il regista aveva 20 anni, quando il 6 giugno 1982, faceva parte di un gruppo di carristi, durante la guerra d’invasione del Libano.
Lacerazione tra dimenticanza, oblio, rimozione e bisogno di recupero. Unica forma di dialogo con l’esterno è il mirino, che guarda fuori, ma la paura, la tragedia si consumano dentro, tra sudore, vomito, ansia. Lo spettatore rimane catturato, senza tregua, respira la paura, urla, come i quattro giovani inadeguati alla guerra, forse perché ancora non maturi, forse perché la guerra non è fatta per i giovani. Nel film, quando i quattro ragazzi si rendono conto di essere isolati, dopo essere stati inviati a perlustrare una zona ostile circondata da forze siriane, quando si rendono conto che il prigioniero che trasportano è condannato ad essere vittima sacrificale di una guerra senza fine, quando si rendono conto di sparare bombe al fosforo proibite dalle convenzioni internazionali, prendono coscienza di essere finiti in una trappola mortale.
Tutto diventa pieno di angoscia, anche il pubblico suda e spera in un lieto fine. Non c’è l’eroe di guerra, ma una lacerante paura di vivere e di morire. Lo spettatore ha la sensazione di essere anche lui rinchiuso nella paura claustrofobica.
Il film si apre con un campo di girasoli e si chiude di nuovo con lo stesso campo di girasoli, ma con la consapevolezza e la paura di morire, l’angoscia e l’atrocità della guerra.
La scelta della giuria che ha decretato il vincitore forse è stata politica, ma forse è stata semplicemente un atto di accusa, un gesto di riconciliazione, un invito a recuperare il senso della pace. La guerra non si può capire, non si può spiegare, la guerra si sente sulla propria pelle, sulle ferite, le cicatrici, l’odore della carne bruciata. Il carro armato in Lebanon è l’unica camera oscura. L’inferno della guerra, una biografia che recupera e costringe i ricordi a sopravvivere, davanti al volto, dei carristi le macerie, gli occhi e i corpi senza salvezza. Tutto succede in un giorno e una notte, dietro al mirino di Smhulik, l’artigliere, si presentano con ferocia le stesse condizioni che il nostro occhio guarda, ma non è in grado ancora di capire. Un messaggio forte, la vittoria di Lebanon, un film che brucia dentro e ci lascia soffocare nelle nostre angosce di fronte al guerra che ritorna sempre senza mai capirla.